Oh, ragazza, è inutile che lo aspetti: non ti sposerà. A sedici anni appena compiuti, Varja ha perso la mamma. Il padre era partito anni fa per lavorare in città e non si è più fatto vivo. Né notizie né soldi. Tutto il paese si è stretto attorno a Varja per il funerale, aiutando come poteva. La zia Maria, la madrina di Varja, veniva spesso a trovarla, le insegnava come arrangiarsi. Dopo il diploma, Varja trovò lavoro all’ufficio postale del paese vicino. Varja è una ragazza forte, una di quelle di cui si dice: “sana come il pane”. Viso tondo e roseo, naso importante, occhi grigi e luminosi. Una lunghissima treccia bionda fino alla vita. Il più bello del paese era Nicolò. Tornato dal servizio militare due anni prima, non aveva pace dalle ragazze. Persino le cittadine in vacanza estiva si innamoravano di lui. Avrebbe dovuto recitare nei film invece che fare l’autista a San Giovanni di Valle. Non aveva fretta di fermarsi o sposarsi. Un giorno la zia Maria chiese a Nicolò di aiutare Varja a sistemare la staccionata, che stava cadendo. Senza una mano maschile, la vita in paese è dura. L’orto lo gestiva, ma la casa era troppo. Nicolò accettò senza indugi. Arrivò, ispezionò, e iniziò a dare ordini: “portami questo, vai a prendere quello”. Varja lo assecondava senza protestare. Le guance si facevano sempre più accese, la treccia le ondeggiava sulle spalle. Quando il ragazzo si stancava, Varja gli preparava un buon piatto di minestrone e una tazza di tè forte. Lo guardava mordere il pane nero con i denti bianchi. Tre giorni ci mise Nicolò per finire la staccionata; il quarto, tornò senza motivo, solo per vedere Varja. Lei lo accolse a cena, parlarono, e lui restò a dormire. Poi si prese l’abitudine di venire spesso, e di andarsene all’alba per non farsi vedere. Ma in paese nulla sfugge. “Oh, ragazza, è inutile che lo aspetti: non ti sposerà. E se lo farà, ne soffrirai. D’estate arrivano le bellissime ragazze di città: come farai? Morirai di gelosia. Non ti serve uno così”, ammoniva la zia Maria. Ma l’amore giovane non ascolta la saggezza degli anziani… Alla fine, Varja capì di essere incinta di Nicolò. Prima pensava di essere malata, poi la verità la colpì come un fulmine. Aveva pensato di lasciar perdere tutto, troppo presto per un figlio, ma poi decise che sarebbe stata comunque meglio così. Avrebbe vissuto con il suo bambino, come sua madre fece con lei. In primavera, togliendo il cappotto, il suo pancione fu visto da tutti. Le donne scuotevano la testa, dicendo che una disgrazia era capitata alla ragazza. Nicolò venne a chiedere cosa intendesse fare. “E che posso fare? Partorisco. Non ti preoccupare, crescerò io il bambino. Vivi come vuoi”, disse lei sistemando la stufa, il volto illuminato dal fuoco. Nicolò la guardò incantato ma se ne andò. Lei aveva già deciso. Arrivò l’estate, le cittadine tornarono e per Varja, Nicolò non aveva più tempo. Lei continuava a lavorare nell’orto, aiutata dalla zia Maria, che veniva a togliere le erbacce. Portava l’acqua dal pozzo faticosamente, sempre più stanca. Le donne le predirono un “piccolo campione”. “Vedremo chi arriva”, sorrideva Varja. A settembre, una mattina di dolore improvviso. Corse da zia Maria, che capì subito. Si precipitò da Nicolò: lui aveva bevuto la sera prima e non capiva cosa fare. Quando realizzò, urlò: “Dieci chilometri fino all’ospedale! Ci vado subito, portala.” “Andare in camion? Sballotteremo tutto! Meglio che venga anch’io”, aggiunse la zia Maria. Due chilometri di strada dissestata, poi più veloce sull’asfalto. Nel camion, Varja stringeva la pancia, il dolore era forte, Nicolò era teso, con le mani bianche sul volante. Arrivarono in tempo. La zia Maria rimproverò Nicolò per aver rovinato la vita a Varja. Lui non disse nulla. Non era ancora tornata la macchina, che Varja aveva già partorito un maschietto sano e forte. La mattina seguente le portarono il piccolo da allattare, lei era spaventata ma il cuore le tremava di gioia. “Verranno a prenderti?” chiese il medico. Varja alzò le spalle: “Non credo.” La suora le avvolse il bambino in una coperta, raccomandando di restituirla. “Fedele dell’ospedale ti riporta a casa, non puoi andare in autobus con il neonato.” Varja mise il piccolo al petto, rincantucciata nell’ospedale, tutta rossa dall’emozione. In macchina, si preoccupava per il futuro. Sussidi pochi, pena per sé e il bimbo innocente. Quando lo guardava dormire, sentiva il cuore riempirsi di tenerezza. A metà strada, la macchina si bloccò. “Pioverà da giorni, ci sono laghi sulla strada. Si passa solo con camion o trattore, dovrai continuare a piedi.” Due chilometri mancavano. Varja si avviò tra il fango, perdendo una scarpa: proseguì così, bagnata e sporca, finché arrivò in paese al tramonto, esausta. Aprì la porta di casa e si fermò: c’erano un lettino, un passeggino con i vestitini piegati, e Nicolò seduto al tavolo. Quando la vide, si alzò di scatto, prese il bambino e corse a scaldare l’acqua. Le lavò i piedi, la aiutò a cambiarsi, le preparò la cena. Quando il piccolo pianse, Varja lo prese al petto. “Come l’hai chiamato?” chiese Nicolò con voce roca. “Sergej. Va bene?” lo guardò con gli occhi colmi di lacrime e speranza. “Bello. Domani andiamo a registrare il bambino e ci sposiamo.” “Non è necessario…” iniziò Varja, allattando. “Mio figlio deve avere un padre. Ho finito di fare il cascamorto. Forse non sarò il marito perfetto, ma non abbandonerò mio figlio.” Varja annuì, senza rispondere. Due anni dopo, nacque anche una bambina: la chiamarono Nadezhda, come la madre di Varja. Non importa quanti sbagli fai all’inizio: conta che puoi sempre rimediare… Questa è la storia di Varja. Scrivete nei commenti cosa ne pensate? Mettete “mi piace”!

Eh, ragazza, lo saluti invano, non ti sposerà.

Paola aveva compiuto sedici anni da poco quando perse la mamma. Il padre, ormai da sette anni, se nera andato a cercare lavoro a Milano, ma non si era più fatto vivo. Niente lettere, niente soldi.

Quasi tutti nel piccolo paese parteciparono al funerale, aiutando come potevano. La zia Luisa, la madrina di Paola, le faceva spesso visita, ricordandole quali faccende sbrigare. Una volta finita la scuola, riuscirono a trovarle un impiego alle Poste nel paese accanto.

Paola era una ragazza robusta, di quelle che si dice sana come un pesce. Viso rotondo, colorito acceso, naso a patata, ma occhi grigi e luminosi. E una lunga treccia castana che le arrivava fino alla vita.

Il ragazzo più bello del paese era senzaltro Alessandro. Erano già passati due anni da quando era tornato dal servizio militare, e da allora non aveva pace per le ragazze che gli giravano intorno. Persino le ragazze di città, che venivano in villeggiatura destate, non gli passavano certo inosservate.

Avrebbe dovuto fare lattore invece che il camionista, così dicevano tutti. Ma Alessandro aveva ancora voglia di divertirsi e non aveva fretta di scegliere una fidanzata.

Un giorno la zia Luisa venne da lui: Aiuta Paola a sistemare la recinzione che sta crollando. Senza la forza di un uomo, la vita nei paesini è dura. Paola se la cavava nellorto, ma con la casa da sola era unaltra storia.

Alessandro non ci pensò troppo e accettò. Arrivò, osservò e iniziò subito a comandare: Portami quello, vai a prendere quellaltro, dammi questo. Paola gli portava tutto senza protestare.

Solo che le guance si accendevano ancora di più e la treccia le saltellava dietro la schiena inquieta. Quando lui si stancava, Paola lo rifocillava con un bel piatto di minestrone e un tè forte. E intanto lo osservava mentre mordeva il pane nero coi denti bianchi e decisi.

Alessandro lavorò al recinto per tre giorni, il quarto tornò semplicemente a trovarla. Paola lo invitò a cena e, tra una chiacchiera e laltra, lui finì per dormire da lei. Poi prese a tornare sempre, ma se ne andava allalba per non farsi vedere. In paese, però, è impossibile nascondere qualcosa.

Eh, ragazza, lo saluti invano, non ti sposerà. E se anche ti sposa, soffrirai con lui. Destate arrivano le ragazze di città, che farai? Muoverti dalla gelosia. A te ci vuole un altro tipo di ragazzo ripeteva la zia Luisa.

Ma chi mai ascolta la saggezza degli anziani se è giovane e innamorata?

Paola poi capì di essere incinta. Allinizio pensava di essersi presa una qualche influenza, tra debolezza e nausea. Ma poi realizzò allimprovviso che aspettava un figlio da Alessandro.

Aveva anche pensato dimpulso di abortire: troppo presto per avere un bambino. Poi rifletté che magari era meglio così. Non sarebbe più stata sola.

Sua madre laveva cresciuta da sola e anche lei ce lavrebbe fatta. Del padre, in fondo, poca utilità, solamente beveva. I paesani avrebbero chiacchierato, ma poi si sarebbero calmati.

In primavera, quando mise da parte il cappotto, tutti nel paese notarono il pancione che sporgeva. Scuotevano la testa, bisbigliando che cosa brutta le fosse capitata. Alessandro passò a chiederle che cosa pensasse di fare.

Cosa dovrei fare? Partorisco, e basta. Non preoccuparti, crescerò il bambino da sola. Vivi la tua vita disse tenendosi occupata ai fornelli, con il rosa del fuoco che le accendeva le guance e gli occhi.

Alessandro la fissò incantato, poi se ne andò. Lei aveva deciso, come si dice: come lacqua sul dorso dunoca. Arrivò lestate e le ragazze belle delle città invasero il paese. Alessandro aveva altro per la testa, Paola lo vedeva sempre meno.

Lei lavorava in silenzio nellorto; la zia Luisa veniva ad aiutarla per le erbacce. Con il pancione era dura piegarsi. Portava secchiate dacqua dal pozzo, il pancione era grosso e le donne del villaggio le pronosticavano un maschio bello e forte.

Vediamo chi manda il Signore scherzava Paola.

A metà settembre, una mattina si svegliò con dolori lancinanti, come se il ventre si fosse diviso in due. Il dolore passò in fretta, ma poco dopo tornò. Corse dalla zia Luisa, e questa capì subito dagli occhi spaventati.

Ci siamo già? Aspetta qui, arrivo subito! E corse fuori casa.

Andò da Alessandro. Il camion parcheggiato davanti a casa, i villeggianti già partiti. Alessandro aveva bevuto la sera prima, ben bene.

La zia Luisa lo scosse. Alessandro la guardò stralunato, non capiva cosa stesse succedendo, dove andare. Ma appena realizzò, gridò:

Sono dieci chilometri fino allospedale! Se andiamo a prendere il medico poi torniamo, lei avrà già partorito. Meglio portarla subito! Preparatevi!

Ma come col camion? La sballotti tutta, rischiamo di far nascere il bambino per strada! protestò la zia.

Allora vieni con noi, non si sa mai tagliò corto Alessandro.

Per due chilometri sullo sterrato guidò pianissimo, schivando una buca e finendo in unaltra. La zia Luisa seduta su un sacco nel cassone, poi sul primo tratto dasfalto accelerarono.

Paola si torceva accanto al sedile, si mordeva il labbro per non gemere e teneva il ventre con le mani. Alessandro era subito tornato sobrio.

Dava occhiate furtive alla ragazza e aveva le mascelle serrate, le nocche bianche sul volante. Pensava ai fatti suoi.

Arrivarono in tempo. Lasciarono Paola in ospedale e tornarono indietro. Zia Luisa non la smetteva di rimproverarlo per tutto il tragitto:

Che futuro hai rovinato a quella ragazza! Da sola, senza genitori, è una bambina anche lei e tu le hai dato solo preoccupazioni. Come farà ad allevare il figlio da sola?

Non erano ancora arrivati in paese che Paola già era diventata mamma di un bambino sano e forte. La mattina dopo glielo portarono per allattarlo. Non sapeva come prenderlo in braccio, come attaccarlo al seno.

Lo guardava con occhi impauriti, davanti a quel faccino rosso e rugoso. Si morse di nuovo il labbro e fece come le dicevano.

Ma il cuore tremava di gioia. Osservava il bimbo, gli soffiava sulla fronte dove spuntavano sottili capelli, e si sentiva sciocca dalla felicità.

Verranno a riprenderti? chiese il medico anziano, severo, prima della dimissione.

Paola alzò le spalle e scosse la testa:

Non credo.

Il medico sospirò e se ne andò. Linfermiera avvolse il neonato nella copertina dellospedale, Solo per arrivare a casa, mi raccomando restituiscila! ordinò col tono severo.

Federico ti porterà in paese col furgoncino dellospedale. Con il bambino non puoi certo andare col pullman aggiunse, quasi rimproverandola.

Paola le ringraziò. Con la testa bassa, attraversò il corridoio tutta rossa di imbarazzo.
Viaggia in silenzio stringendo il figlio al petto, chiedendosi come faranno a vivere adesso.

La maternità è poca, due soldi in tutto. Le viene da piangere, sia per sé sia per il bambino innocente. Ma poi guarda il visetto rugoso che dorme, e il cuore si riempie di dolcezza. Scaccia i pensieri bui.

Improvvisamente la macchina si ferma. Paola si guarda preoccupata Federico, uomo tarchiato sui cinquanta.

Cè?
Ha piovuto due giorni di fila. Guarda che pozze: non si passa né si gira. Resto impantanato. Solo col trattore o col camion.

Mi spiace, ma manca poco, forse due chilometri. Pensi di farcela a piedi? Indicò la strada, dove unenorme pozzanghera sembrava un lago senza fine.

Il bimbo dorme in braccio. Anche seduta, si è già stancata. Un ragazzone, si vede. Ma come si cammina così, su quella strada?

Paola scese con cautela, tenne meglio il piccolo, e si incamminò lungo il bordo della pozzanghera. I piedi sprofondavano nel fango fino alla caviglia, temeva di scivolare.

Le vecchie scarpe fradice si riempivano dacqua. Chissà se avesse messo gli stivali di gomma per andare in ospedale. Una scarpa restò incastrata. Paola rimase lì a pensare, poi continuò col bambino in braccio e una sola scarpa.

Arrivando in paese era già buio, coi piedi ormai insensibili per il freddo. Non aveva più la forza di stupirsi del fatto che le luci fossero accese in casa.

Salì i gradini asciutti, gelida nei piedi, ma sudata dalla tensione. Aprì la porta ed entrò, immobile.

Vicino al muro cera una culla nuova, un passeggino, vestitini piegati per il piccolo. Alessandro era seduto al tavolo appoggiato con la testa sulle braccia, assopito.

Forse sentendo qualcosa, alzò lo sguardo. Paola, rossa, spettinata, col bimbo in braccio, stava appena in piedi sulla soglia. Il vestito bagnato, le gambe sporche di fango fino ai ginocchi, coi calzini.

Quando vide che le mancava una scarpa, Alessandro si precipitò, prese il bambino e lo mise nella culla. Si avvicinò alla stufa, prese un pentolone dacqua calda.

Fece sedere Paola, laiutò a spogliarsi e a lavarle i piedi. Mentre lei si vestiva dietro la stufa, sul tavolo aveva già messo le patate lesse e la brocca di latte.

In quel momento il piccolo cominciò a piangere. Paola si affrettò, prese il bambino in braccio, si sedette al tavolo e, senza vergogna, iniziò ad allattare.

Come lhai chiamato? chiese Alessandro con voce roca.

Sergio. Non ti dispiace? gli alzò gli occhi grigi e limpidi.

Cera così tanta malinconia e amore che il cuore di Alessandro si strinse.

È un bel nome. Domani andiamo a registrare il bambino allanagrafe e ci sposiamo.

Non serve iniziò Paola, guardando il piccolo che si attaccava al seno.

Mio figlio avrà un padre. Ho finito di divertirmi. Non so che tipo di marito sarò, ma il figlio non lo lascio.

Paola annuì, senza alzare lo sguardo.

Dopo due anni arrivò anche una bambina, chiamata come la mamma di Paola, Speranza.

Non importa quali sbagli fai allinizio della vita: conta che puoi sempre rimediare

Questa è stata una storia vera. Scrivete cosa pensate nei commenti, lasciate un mi piace.

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Oh, ragazza, è inutile che lo aspetti: non ti sposerà. A sedici anni appena compiuti, Varja ha perso la mamma. Il padre era partito anni fa per lavorare in città e non si è più fatto vivo. Né notizie né soldi. Tutto il paese si è stretto attorno a Varja per il funerale, aiutando come poteva. La zia Maria, la madrina di Varja, veniva spesso a trovarla, le insegnava come arrangiarsi. Dopo il diploma, Varja trovò lavoro all’ufficio postale del paese vicino. Varja è una ragazza forte, una di quelle di cui si dice: “sana come il pane”. Viso tondo e roseo, naso importante, occhi grigi e luminosi. Una lunghissima treccia bionda fino alla vita. Il più bello del paese era Nicolò. Tornato dal servizio militare due anni prima, non aveva pace dalle ragazze. Persino le cittadine in vacanza estiva si innamoravano di lui. Avrebbe dovuto recitare nei film invece che fare l’autista a San Giovanni di Valle. Non aveva fretta di fermarsi o sposarsi. Un giorno la zia Maria chiese a Nicolò di aiutare Varja a sistemare la staccionata, che stava cadendo. Senza una mano maschile, la vita in paese è dura. L’orto lo gestiva, ma la casa era troppo. Nicolò accettò senza indugi. Arrivò, ispezionò, e iniziò a dare ordini: “portami questo, vai a prendere quello”. Varja lo assecondava senza protestare. Le guance si facevano sempre più accese, la treccia le ondeggiava sulle spalle. Quando il ragazzo si stancava, Varja gli preparava un buon piatto di minestrone e una tazza di tè forte. Lo guardava mordere il pane nero con i denti bianchi. Tre giorni ci mise Nicolò per finire la staccionata; il quarto, tornò senza motivo, solo per vedere Varja. Lei lo accolse a cena, parlarono, e lui restò a dormire. Poi si prese l’abitudine di venire spesso, e di andarsene all’alba per non farsi vedere. Ma in paese nulla sfugge. “Oh, ragazza, è inutile che lo aspetti: non ti sposerà. E se lo farà, ne soffrirai. D’estate arrivano le bellissime ragazze di città: come farai? Morirai di gelosia. Non ti serve uno così”, ammoniva la zia Maria. Ma l’amore giovane non ascolta la saggezza degli anziani… Alla fine, Varja capì di essere incinta di Nicolò. Prima pensava di essere malata, poi la verità la colpì come un fulmine. Aveva pensato di lasciar perdere tutto, troppo presto per un figlio, ma poi decise che sarebbe stata comunque meglio così. Avrebbe vissuto con il suo bambino, come sua madre fece con lei. In primavera, togliendo il cappotto, il suo pancione fu visto da tutti. Le donne scuotevano la testa, dicendo che una disgrazia era capitata alla ragazza. Nicolò venne a chiedere cosa intendesse fare. “E che posso fare? Partorisco. Non ti preoccupare, crescerò io il bambino. Vivi come vuoi”, disse lei sistemando la stufa, il volto illuminato dal fuoco. Nicolò la guardò incantato ma se ne andò. Lei aveva già deciso. Arrivò l’estate, le cittadine tornarono e per Varja, Nicolò non aveva più tempo. Lei continuava a lavorare nell’orto, aiutata dalla zia Maria, che veniva a togliere le erbacce. Portava l’acqua dal pozzo faticosamente, sempre più stanca. Le donne le predirono un “piccolo campione”. “Vedremo chi arriva”, sorrideva Varja. A settembre, una mattina di dolore improvviso. Corse da zia Maria, che capì subito. Si precipitò da Nicolò: lui aveva bevuto la sera prima e non capiva cosa fare. Quando realizzò, urlò: “Dieci chilometri fino all’ospedale! Ci vado subito, portala.” “Andare in camion? Sballotteremo tutto! Meglio che venga anch’io”, aggiunse la zia Maria. Due chilometri di strada dissestata, poi più veloce sull’asfalto. Nel camion, Varja stringeva la pancia, il dolore era forte, Nicolò era teso, con le mani bianche sul volante. Arrivarono in tempo. La zia Maria rimproverò Nicolò per aver rovinato la vita a Varja. Lui non disse nulla. Non era ancora tornata la macchina, che Varja aveva già partorito un maschietto sano e forte. La mattina seguente le portarono il piccolo da allattare, lei era spaventata ma il cuore le tremava di gioia. “Verranno a prenderti?” chiese il medico. Varja alzò le spalle: “Non credo.” La suora le avvolse il bambino in una coperta, raccomandando di restituirla. “Fedele dell’ospedale ti riporta a casa, non puoi andare in autobus con il neonato.” Varja mise il piccolo al petto, rincantucciata nell’ospedale, tutta rossa dall’emozione. In macchina, si preoccupava per il futuro. Sussidi pochi, pena per sé e il bimbo innocente. Quando lo guardava dormire, sentiva il cuore riempirsi di tenerezza. A metà strada, la macchina si bloccò. “Pioverà da giorni, ci sono laghi sulla strada. Si passa solo con camion o trattore, dovrai continuare a piedi.” Due chilometri mancavano. Varja si avviò tra il fango, perdendo una scarpa: proseguì così, bagnata e sporca, finché arrivò in paese al tramonto, esausta. Aprì la porta di casa e si fermò: c’erano un lettino, un passeggino con i vestitini piegati, e Nicolò seduto al tavolo. Quando la vide, si alzò di scatto, prese il bambino e corse a scaldare l’acqua. Le lavò i piedi, la aiutò a cambiarsi, le preparò la cena. Quando il piccolo pianse, Varja lo prese al petto. “Come l’hai chiamato?” chiese Nicolò con voce roca. “Sergej. Va bene?” lo guardò con gli occhi colmi di lacrime e speranza. “Bello. Domani andiamo a registrare il bambino e ci sposiamo.” “Non è necessario…” iniziò Varja, allattando. “Mio figlio deve avere un padre. Ho finito di fare il cascamorto. Forse non sarò il marito perfetto, ma non abbandonerò mio figlio.” Varja annuì, senza rispondere. Due anni dopo, nacque anche una bambina: la chiamarono Nadezhda, come la madre di Varja. Non importa quanti sbagli fai all’inizio: conta che puoi sempre rimediare… Questa è la storia di Varja. Scrivete nei commenti cosa ne pensate? Mettete “mi piace”!
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