Vivrà nel ripostiglio, disse la moglie del bambino. Ma non sapeva come sarebbe andata a finire…
Hai una figlia. Ha sette anni.
Queste parole, scaturite dalla cornetta del telefono, come un fulmine a ciel sereno, trafissero Luca fino al midollo. Strisciò il telefono tra le dita, il cuore batteva così forte da sembrare sul punto di esplodergli dal petto. Quella voce… non la sentiva da otto anni. Otto lunghi, silenziosi anni. E allimprovviso, il tempo sembrò fermarsi, come se fosse passato solo un attimo dallultima volta che aveva respirato il suo profumo, sentito la sua risata, il suo sussurro.
Laura? Sei… sei tu? sospirò, guardandosi intorno come se qualcuno potesse origliare, come se la sua stessa esistenza fosse un segreto sepolto sotto il peso di una vita ordinaria.
Sì, Luca. Ho bisogno di vederti. Subito. La voce era flebile, ma ferma, come se in quelle parole non ci fosse solo una richiesta, ma una sentenza.
Ma… cosa intendi? Quale figlia? Di cosa stai parlando? Il cuore gli si strinse, i pensieri volavano come uccelli spaventati in una gabbia.
Vieni al caffè di Via Veneto. Tra unora esatta. Ti racconterò tutto. Tutto quello che devi sapere. E un attimo dopo, il silenzio. La linea si interruppe. Lasciando solo vuoto, nelle orecchie, nel petto, nella mente.
Luca rimase immobile in mezzo allufficio, tra il chiacchiericcio dei colleghi, il suono dei telefoni, il ticchettio delle tastiere, ma era come se non appartenesse più a quel mondo. Una figlia? Sua figlia? Di Laura? Era impossibile! Si erano lasciati otto anni primabruscamente, dolorosamente, come un filo che si spezza contro la volontà di chi lo tiene. Lui era tornato dalla famiglia, dalla moglie, dal figlio, alla vita che credeva giusta. E ora, questo.
Meccanicamente, chiamò a casa. La voce tremava mentre diceva alla moglie che sarebbe rientrato tardi. Elena, come sempre, borbottò qualcosa sulla cena, su come «tutto ricadesse sempre su di lei», su quanto «non avesse idea di quanto fosse difficile». Luca annuì al telefono, anche se lei non poteva vederlo, e sussurrò: «Lo so, scusami». Ma in quel momento, non pensava a lei. Pensava a Laura. A quei tre mesi in cui il mondo era stato diverso. In cui laria odorava di libertà, le risate erano sincere, lamore non chiedeva resoconti né sacrifici. Laura era leggera come il vento, calda come il sole. Non chiedeva soldi, non faceva scenate, non ricattava. Amava, semplicemente. E lui aveva scelto quello che credeva essere il suo dovere.
Matteo, suo figlio, era probabilmente davanti al computer, immerso in un mondo virtuale dove si poteva essere forti, vincitori, dove non servivano spiegazioni sul perché un padre si fosse fatto estraneo, sul perché in casa facesse così freddo. Quindici anniunetà in cui un ragazzo è quasi un uomo, ma cerca ancora un appoggio. E Luca aveva smesso di essere quellappoggio da tempo.
Unora dopo, era davanti alla porta del caffè di Via Veneto. Le mani gli tremavano, i palmi erano sudati. Dentro, una donna vicino alla finestra. La riconobbe allistante, anche se era irriconoscibile. Magra, il viso scavato, occhiaie profonde. Un foulard annodato con cura, ma che non nascondeva la sua fragilità, lombra della morte già accanto a lei.
Ciao, Luca, mormorò, quasi un sussurro, ma in quelle parole cera più significato che in mille frasi urlate.
Ciao, rispose lui. Sei… sei malata?
Annui. Gli occhi asciutti, ma pieni di una stanchezza infinita.
Cancro. Quarta fase. I medici dicono due, forse tre mesi. Non di più.
Luca si sedette di fronte a lei. Un nodo gli serrò la gola, respirare era difficile. Voleva dire qualcosa«ti aiuterò», «troveremo una cura»ma le parole non uscivano. La guardò, questa donna che aveva amato, e capì: stava morendo. E aveva qualcosa che lui doveva ascoltare.
Non è per questo che ti ho chiamato, continuò lei. Ho una figlia. Ginevra. Ha sette anni. È tua figlia, Luca.
Lui si bloccò. Il tempo si fermò.
Mia? Ma… abbiamo sempre fatto attenzione!
A volte succede lo stesso, sussurrò. Lho scoperto un mese dopo che te ne sei andato. Eri già tornato da Elena. Avevi un figlio. Avevi fatto la tua scelta.
Perché non me lhai detto?! scattò lui. Perché me lo hai nascosto?!
A che pro? nella sua voce non cera rancore, solo stanchezza. Avevi scelto. Avevi detto che era finita. Non volevo distruggere la tua vita. Ho cresciuto Ginevra da sola. Lho amata. Ma ora… non posso più esserci per lei. Se non riconosci la paternità, la porteranno in un orfanotrofio.
Luca si coprì il volto con le mani. La testa gli ronzava. Rivide quellannoElena che urlava, minacciava: «Se te ne vai, non rivedrai più Matteo!» Il ragazzino che piangeva, aggrappato alla sua mano. Lui, spezzato, che tornava indietro. Chiamava Laura e diceva: «È finita». Senza spiegazioni. Senza addii.
Fammela… fammela vedere, sussurrò.
Laura tirò fuori il telefono. Sullo schermo, una bambina. Capelli biondi in treccine. Occhi grigii suoi occhi. Lo stesso taglio, la stessa profondità, la stessa luce.
Dio… sospirò Luca. È… è identica a me.
Sì, annuì Laura. E ha il tuo carattere. Testarda. Ma buona. Molto buona. Ama disegnare, sogna di diventare unartista.
Dovè adesso?
A casa. Con la vicina. Non potevo lasciarla sola.
Voglio vederla. Ora.
Aspetta, disse Laura. Prepara tua moglie. Non sarà facile. È per sempre.
Quella sera, Luca riunì tutti in salotto. Elena sedeva con il volto di pietra, come una statua. Matteo, come al solito, fissava il telefono. Luca inspirò profondamente.
Ho una figlia. Con unaltra donna. Ha sette anni. Lho scoperto oggi. Si chiama Ginevra. Ed è… mia.
Silenzio. Pesante, soffocante. Poi, lesplosione.
Cosa?! Mi hai tradito?! urlò Elena, balzando in piedi. Tutti questi anni e nascondevi una figlia?!
Era otto anni fa! cercò di spiegare Luca. Stavamo quasi per lasciarci! Io sono andato via, poi sono tornato…
Non ci siamo lasciati! lo interruppe lei. Sei scappato con la tua amante! E ora torni qui con una bambina?!
Non parlare così di lei! ruggì Luca. Laura sta morendo! La bambina non avrà nessuno!
E allora?! È un mio problema?! strillò Elena. Devo accogliere in casa una straniera, una bastarda?!
Matteo alzò lo sguardo, fissando il padre con disprezzo.
Papà, perché ci serve?







