La casa di campagna di papà
Ho scoperto che la nostra casa di campagna, quella mia e di papà, era stata venduta per caso, in modo del tutto inaspettato. Lo seppi durante una telefonata fatta dal vecchio ufficio postale, mentre chiamavo la mamma in un’altra città. Sono momenti che uno pensa capitino solo nei film: quando diventi il terzo, involontario ascoltatore di una conversazione, collegato per sbaglio dalle operatrici. Due città diverse, due persone che in quei pochi minuti, pagati in lire, si comunicano un fatto importante: la casa di campagna non cè più, lhanno venduta bene e ora si può… si può fare tante cose, addirittura aiutare un po anche me, con qualche soldo!
C’erano la mamma e la sua sorella, mia zia Irina, quelle voci così familiari che vibravano attraverso centoventi chilometri, trasportate dalle linee del telefono. La fisica era sempre stata una materia ostica per me, papà insisteva perché la studiassi.
***
Papà, perché a settembre il sole è così strano?
Come, Paolina?
Non saprei… Non riesco a spiegare, la luce è diversa, più morbida forse. È soleggiato, ma non come in agosto.
Devi studiare la fisica, la posizione degli astri a settembre cambia tutto! Prendi questamica mela! Papà rise e mi tirò una mela grande, schiacciata ai lati. Rosso brillante, profumata di miele.
È una renetta?
No, non ancora, quelle devono ancora maturare. Questa è una striata alla cannella.
Ne mordicchiai una porzione croccante, si formò una schiuma bianca e dolce, piena dellestate e della terra. Razze di mele e fisica… non erano il mio forte. Ed era un problema! Perché da due anni, io, Paolina Santucci, ero innamorata del mio professore di fisica. Il mondo si era rovesciato, il cielo si era aperto, ma le leggi fisiche e la materia non riuscivano ad entrare nel mio quaderno di scuola. Papà, però, capiva tutto dal mio sguardo distante e dallo scarso appetito. Glielo avevo detto, lanno scorso, dopo una notte intera di pianto sulle sue ginocchia. Papà ascoltava, la mamma era via, in villeggiatura. Mia sorella, dodici anni più grande, studiava in unaltra città.
Al casolare papà si trasformava: sempre allegro, fischiettava melodie in modo quasi musicale. A casa, invece, era la mamma a comandare, anche mia sorella, quando tornava, faceva sentire la sua presenza. Mamma era bellissima, direttrice della biblioteca militare, alta, elegante, con una chioma di capelli ramati che tingevano di henné. Ogni due mesi usciva dal bagno col turbante, profumava di erbe e di pioggia. La bellezza di mamma non passava inosservata. Papà, invece, era più basso, dieci anni più grande, quasi anonimo. Sergio è anonimo, aveva detto mamma una volta alla sorella, io sentii e mi offesi.
Sergio non è un uomo appariscente. Ma un uomo non deve essere bello.
Un uomo discreto, tra i capelli infuocati di mamma e il frastuono dei suoi gesti e del suo carattere impetuoso. Mamma amava la comodità e lordine, ma doveva convivere con i soldatini di papà ragazzi che talvolta dormivano direttamente per terra nella loro piccola casa. Mentre papà era nellesercito, questi passavano spesso: chi in transito, chi in cerca di aiuto per lavoro. I soldatini di papà. Nel 60 fu coinvolto nel grande ridimensionamento dellesercito: un milione e trecentomila soldati e ufficiali e fu congedato come maggiore. Dopo il congedo diventò capo meccanico del telegrafo di Arezzo. I soldatini di papà poi lo aiutarono a costruire il casolare: lavoravano senza paga, si alternavano a smuovere la terra vergine. Una casetta con una sola stanza, veranda e un tetto dove destate amavo leggere. Papà mi portava frutta fresca lassù: uva spina, ciliegie, fragole. I momenti più felici. La mamma non amava la casa di campagna, veniva raramente, teneva alle sue mani belle e curate, con unghie lunghe. Io le ammiravo, e papà le baciava.
Mani così servono per consegnare libri, non per zappare lorto! diceva sempre ridendo, e mi faceva locchiolino…
***
Le prime gocce di pioggia settembrina tamburellarono sulla veranda. Allegre, rumorose, niente a che vedere con la malinconia dellautunno. Io chiusi il libro.
Paolina, scendi che la mamma arriva con Irina, dobbiamo preparare il pranzo, mi chiamò papà, la sua voce suonava più squillante nella casa di campagna che a casa.
Ma io rimanevo sul tetto, la testa in aria, il cielo gonfio e grigio senza essere minaccioso. Il viso bagnato di pioggia. Mi abbracciai da sola per scaldarmi. Solo dal tetto, vicina al cielo e lontana dalla terra, vedevo oltre le altre case di campagna i raggi del sole tra le nuvole. Dimenticata la fisica, alluniversità a Firenze le regole sono altre.
Quando iniziai luniversità, mi assegnarono subito una stanza in studentato, ma la prima settimana di settembre dovetti vivere in affitto, in una stanza con la padrona di casa, laltra occupata da studenti. Alluniversità, una full immersion nuova e profonda nella letteratura e nel linguaggio. Ci si innamorava dei professori, un fascino intellettuale travolgente. E poi la nostalgia, la tristezza di casa. Gli amici non ne avevo ancora.
Pranzavo alla mensa degli studenti, vagabondavo nelle strade fino a tardi. La bellezza straniera di Firenze era fredda, estranea, e dentro sentivo un gelo solitario. Era come se non fossi io, Paolina, a scendere lungo la ripida via del Pignone accanto al palazzo delluniversità, al buio. Non ero io a tornare nella mia nuova casa e sentire labbaiare dei cani, non ero io a inciampare e farmi male al piede nei nuovi mocassini lucidi e stretti.
In cucina cera il profumo delle mele di papà, portate in cassette alla padrona di casa come ringraziamento. Quel profumo dolciastro mi stringeva il cuore, mi faceva lacrimare.
Quando mi sistemai definitivamente in studentato, scoprii che le mie vicine erano studentesse tedesche della DDR Viola, Magda, Marion. La testa mi scoppiava di sera per il tedesco, uscivo nel cortiletto a prendere aria. Di solito si fumava sulle scale. Le tedesche mi seguivano, cercavano sigarette e poi le pagavano sempre, cosa che noi italiane trovavamo curiosa. Loro si stupivano invece dei sottaceti di mamma, soprattutto dei pomodori, che mangiavano con piacere con le patate arrostite. Quando finivo le scorte, tiravano fuori salsicce irreperibili, ma non condividevano mai. A maggio, finite le lezioni, tornavano in Germania e lasciavano un mucchio di scarpe invernali sotto il bidone della spazzatura. Scarpe tedesche! Le italiane le prendevano in segreto…
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Paolina, taglia la verza, io vado a prendere un po di carote. Il brodo è già pronto.
I vetri della piccola cucina erano appannati dal brodo che bolliva da ore. Unenorme verza decorava il tagliere con il suo verde delicato. Staccai una foglia, che profumo di terra! Iniziai a tritare vivacemente la verza, profumava di buono. Aprii la finestra: entrarono lodore di foglie marcite, fuoco e mele. Vidi papà di spalle, la vanga affondava pesante nella terra; sapevo che aveva mal di schiena. Lasciai il coltello, corsi nellorto e lo abbracciai. Si girò, mi abbracciò in silenzio e mi baciò sulla testa.
Quella sera Irina arrivò da sola, la mamma era rimasta a casa con un forte mal di testa.
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E ora: università finita, matrimonio studentesco, primi passi al giornale Novità dellaeroporto, il primo infarto di papà, una figlia e persino un divorzio. Cinque anni intensi. Mio marito mi aveva lasciato per unaltra, e io vivevo con la piccola Mariella in affitto. Papà cercava di venire spesso nei weekend, portava la spesa, giocava con la nipote.
Paolina, non essere troppo dura con la mamma se non viene spesso, come me, va bene? La strada la fa stare male… E sai, credo abbia un corteggiatore…
Papà, dai! A questetà, un corteggiatore?!
Papà rise con amarezza. Tacque. E io improvvisamente lo vidi: era diventato completamente bianco e curvo. Persino il fischiettare era sparito.
Papi, e se prendo le ferie da lunedì? Andiamo al casolare, finché cè caldo, con Mariella?
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La casa di campagna era sommersa di foglie, era lultima settimana calda di ottobre, lestate di San Martino. Accendemmo la stufa, preparammo il tè con foglie di ribes. Io, di fretta, friggevo frittelle di patate. Papà rastrellava le foglie, Mariella aiutava, poi però le sparpagliava di nuovo, ridendo. Lolio sfrigolava. In giardino si sentiva il suo fischiettio.
Di sera facemmo il fuoco. La strada era vuota, anche le altre case di campagna deserte. Papà infilzava quadretti di pane su rami di ciliegio e aiutava Mariella a cuocerli sulle braci. Io riscaldavo le mani, il fuoco mi ipnotizzava.
Pensai al mio primo viaggio in gruppo in Sardegna, le canzoni alla chitarra, la vertigine dellinnamoramento senza oggetto specifico. Solo innamorata delle notti stellate e del silenzio della campagna, dei volti attorno al fuoco. Attorno al fuoco tutti sembrano diversi, hanno una storia negli occhi. Lì conobbi il mio futuro marito. E questa settimana, al lavoro, mi chiamarono in redazione per valutare la mia candidatura al Partito Comunista. La notte prima avevo ripassato lo statuto PCI, i congressi. E poi domande sul divorzio, sulla mia stabilità morale. Mi impappinai quasi in lacrime. Un collega si alzò e disse, balbettando:
Questo è un raduno di maleducati, non di comunisti!
Col tempo riderò amaramente, ripensandoci…
Quando calò il buio, spegnemmo il fuoco. Arrivò una macchina al cancello. Portiera sbattuta. Mamma! Bellissima, con un cappotto moderno, diceva che laveva riportata un collega dal lavoro. Mariella corse dalla nonna, papà si rabbuiò, baciò la mamma goffamente.
Che collega sarebbe?
Su, Sergio, che importa, mi ha solo dato un passaggio, non lo conosci neanche…
A cena il dialogo non decollava, Mariella diventava capricciosa. Mamma mi chiese del lavoro, ma pensava ad altro. Papà taciturno, occhi concentrati sulla mamma, si rabbuiava sempre di più. La serata fu rovinata…
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Un anno dopo, papà non cera più. Un grave infarto, se ne andò in due giorni, allinizio di ottobre, un ottobre insolitamente caldo e luminoso. Io presi subito le ferie, volevo vivere un po alla casa di campagna. Lasciai Mariella dalla suocera.
Non riuscivo più a combinare nulla, la raccolta delle mele era senza precedenti. Regalavo cestini alla vicina, facevo marmellata con menta e cannella, come piaceva a papà. Un suo vecchio amico venne ad aiutarmi, quello con cui si andava spesso a cercare piante rare nel vivaio di Latina.
Resto un paio di giorni, Paolina, zappo lorto, poto gli alberi, se ti va bene.
Signor Ivan, non doveva! Grazie davvero!
Un Paolina così gentile… Mi vennero le lacrime, sentii per la prima volta quel senso opprimente di irreversibilità, di solitudine, di impotenza. Prima avevo sperato che papà tornasse, che tutto fosse un brutto sogno. I primi giorni, al risveglio, faticavo a capire perché stessi così male; bastava un istante e, nel pieno della coscienza, arrivava la consapevolezza: papà non cè più.
Poi arrivò il senso di colpa: non sono riuscita a trattenerlo qui.
Tu, la casa di campagna, non venderla, che io torno, aiuto. Sai, Paolina, questa antonella labbiamo scelta insieme che tu eri una ragazzina. Verso Latina, Sergio parlava più di te che della sorella. Da piccola eri buffa! Diceva sempre che gli alberi lavrebbero sopravvissuto. Esaminava i germogli con attenzione, io lo rimproveravo per la lentezza…
Ivan restò tre giorni, lavorò nellorto, potò i meli, piantò tre cespugli di crisantemi davanti al portico, con il mio permesso.
Se li pianti un po prima è meglio, ma lautunno è mite, ce la fanno. In memoria di Sergio… Bisogna anche coprire le rose e sistemare le foglie, ma ci penseremo la prossima volta.
Ci abbracciammo per salutarci. Scendeva una pioggerella fitta, rimasi a lungo al cancello a guardarlo andar via. Si voltò, mi fece segno di rientrare. Il vento chiuse il cancello con un cigolio malinconico. Il portico era coperto di petali gialli di crisantemo. Tutto qui è di papà, e sempre lo sarà. La pioggia, gli alberi, i profumi dautunno, la terra. Quindi, lui è qui e ci sarà sempre. E io, Paolina, imparerò tutto. Verrò con Mariella fino ai primi freddi, sono appena due ore di autobus. E in primavera, appena si scioglie la neve, forse riuscirò a mettere il riscaldamento. Bisogna iniziare a mettere da parte i soldi, piano piano. E in primavera andrò a Latina con Ivan, prenderemo la ribes bianca, che papà desiderava…
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Sei mesi dopo, allinizio daprile, proprio quando nevicava ancora, la casa di campagna fu venduta. Lo seppi casualmente, dal telefono dellufficio postale, mentre tornavo da Latina con il germoglio di ribes bianca avvolto in una vecchia maglietta, i suoi radici ancora umide.
Quella giornata mi ha insegnato che i luoghi restano dentro di noi, e che le persone che amiamo ritornano sempre, nei ricordi, tra il profumo delle mele e la pioggia dautunno. Bisogna avere la forza di lasciar andare, ma anche la voglia di portare avanti ciò che ci hanno lasciato. E io, Paolina, prometto di farlo, ogni volta che me lo chiederà il cuore.






