Il sapore della libertà
Abbiamo finito i lavori lautunno scorso ha iniziato il suo racconto Vera Ignazia.
Ci abbiamo messo un sacco a scegliere la carta da parati, abbiamo litigato fino a perdere la voce sul colore delle piastrelle del bagno, e sempre sorridevamo ricordando come, ventanni fa, sognavamo quel trilocale.
Ecco fatto! disse soddisfatto mio marito la sera in cui festeggiavamo la fine dellepopea dei lavori ora possiamo far sposare nostro figlio. Marco porterà qui sua moglie, faranno dei bambini, e la casa si riempirà di voci, diventerà viva sul serio.
Ma il destino aveva altri progetti. La nostra figlia maggiore, Chiara, si presentò con due valigie e i suoi due bambini.
Mamma, non ho più dove andare disse, e quelle parole spazzarono via tutti i nostri piani.
La stanza di Marco fu data ai nipoti. Lui, per fortuna, non protestò, ma si limitò a dire:
Fa niente, presto avrò la mia.
La mia era il monolocale di mia madre. Anche lì ci avevamo appena finito i lavori, e lo affittavamo a una coppia giovane. Ogni mese arrivava sul conto una cifra modestissima in euro, ma era la nostra rete di sicurezza, da usare nel caso in cui io e mio marito, diventati anziani, non servissimo più a nessuno.
Una volta vidi Marco e la sua fidanzata, Lucia, gironzolare davanti a quel palazzo, discutendo animatamente con la testa allinsù.
Sapevo bene cosa speravano, ma non dissi nulla.
Un giorno Lucia arrivò entusiasta:
Signora Vera, Marco mi ha chiesto di sposarlo! E abbiamo già scelto il luogo del matrimonio! Immagini! Cè una carrozza vera! Una vera arpa! La terrazza estiva! Gli ospiti potranno passeggiare in giardino
E poi dove vivrete? non riuscii a trattenermi una festa così costerà un occhio della testa!
Lucia mi guardò sorpresa, come se avessi chiesto delle previsioni meteo su Marte.
Per ora staremo da voi. Poi si vedrà.
Da noi? dissi piano qui cè già Chiara con i bambini. Più che una casa, sembra un collegio.
Lucia fece il broncio.
Già. Forse è meglio cercare un vero collegio. Almeno lì nessuno ti fa domande personali.
Quella frecciatina mi ferì. Io non mi ero mai intromessa, stavo solo cercando di farli ragionare.
Poi ci fu il confronto con Marco. Lultima speranza di chiarire.
Figlio mio, perché tutta questa scena? Sposatevi in Comune, e i soldi metteteli da parte per fare un anticipo sulla casa! la voce mi tremava.
Marco guardava fuori dalla finestra, impassibile.
Mamma, dimmi: perché da venticinque anni celebrate lanniversario di matrimonio al Drago dOro? Potevate farlo a casa, sarebbe costato meno.
Rimasi senza parole.
Vedi sorrise Marco, pungente voi avete la vostra tradizione, e noi ne avremo una nostra.
E paragonava la nostra cena familiare ogni cinque anni alla loro festa da migliaia di euro!
Nei suoi occhi non cera mio figlio cera un giudice che ci condannava: ipocriti. Permettete tutto a voi stessi, a noi niente. Dimenticando che noi paghiamo ancora le rate dellauto che gli abbiamo regalato. E della riserva di sicurezza, non ha mai tenuto conto.
Ora voleva la sua festa. E che festa!
Alla fine Marco e Lucia si sono offesi con me. Soprattutto perché non volevo lasciare loro le chiavi dellappartamento di mia madre.
***
Una sera tornavo a casa molto tardi, su un autobus quasi vuoto, fissando il mio riflesso nel vetro scuro. Davanti a me cera una donna esausta, che sembrava più vecchia della sua età. Nelle mani la borsa stracolma di spesa, negli occhi solo paura.
E improvvisamente, con lucidità dolorosa, ho capito: tutto quello che faccio lo faccio per paura!
Paura di diventare di peso. Paura che i figli mi abbandonino. Paura del futuro.
Non do la casa a Marco non perché sono avara, ma perché temo che dopo non mi resterà niente.
Lo costringo a darsi da fare, ma intanto gli rendo la vita facile, pagando per lui: altrimenti, se sbaglia, si abbatte.
Gli chiedo di essere adulto, ma lo tratto come un bambino incapace di capire o agire.
Ma in fondo, lui e Lucia vogliono solo un bellinizio. Con la carrozza e larpa. Sì, è sciocco e sprecare quei soldi. Ma alla fine, ne hanno il diritto! Purché pagando di tasca loro.
Così, per prima cosa parlai con gli inquilini: dovevano trovare unaltra sistemazione subito. Un mese dopo chiamai Marco:
Venite da me. Parliamone.
Arrivarono guardinghi, pronti alla battaglia. Mise il tè sul tavolo e appoggiai un mazzo di chiavi dellappartamento di mamma.
Prendetele. Non fatevi troppi film: non è un regalo. Lappartamento è vostro per dodici mesi. In quel tempo dovete decidere: o fate un mutuo, o restate qui, ma pagate laffitto. Laffitto per questanno lo perdiamo, ma va bene così. Lo considero un investimento. Non sulla vostra festa, ma sulla vostra possibilità di diventare una famiglia, non solo coinquilini.
Lucia aveva gli occhi spalancati. Marco guardava le chiavi come se non capisse.
Mamma e Chiara?
Anche per lei cè una novità. Ora siete grandi. La vostra vita è responsabilità vostra. Noi non saremo più il vostro fondo e il vostro portafoglio. Saremo solo genitori. Che amano, ma non salvano.
Scese il silenzio.
E il matrimonio? domandò Lucia, titubante.
Il matrimonio? alzai le spalle fate come volete. Se trovate i soldi per larpa, fatela venire.
***
Marco e Lucia se ne andarono, e io ebbi paura. Una paura da piangere. Se non ce la fanno? Se mi odieranno per sempre?
Eppure, per la prima volta dopo anni, respiravo a pieni polmoni. Perché avevo finalmente detto no! Non a loro, ma alle mie paure. E ho lasciato andare mio figlio verso una vita adulta, difficile, libera.
Qualunque cosa succeda
***
Ora vediamo la faccenda con gli occhi di Marco.
Io e Lucia sognavamo un matrimonio fuori dal comune. Ma il divorzio di mia sorella ha distrutto tutto. Quando mamma ci ha detto che un matrimonio sfarzoso era una follia, qualcosa dentro di me si è rotto.
Allora perché voi andate tutte le volte in ristorante per lanniversario? le ho urlato potevate risparmiare!
Ho visto mia madre impallidire. Volevo ferirla. Mi sono offeso sul serio.
Sì, mi hanno regalato unauto. E allora? Non lho chiesta io! E poi mi ricordano sempre che stanno pagando il prestito. Che colpa ne ho? Lhanno scelto loro.
Hanno rifatto casa per noi. Dicevano che era per noi. E invece non ci possiamo vivere.
Il monolocale della nonna è la vacca sacra, una riserva intoccabile, più importante del matrimonio dellunico figlio!
E ora? Come abbiamo dimostrato al mondo e a noi stessi che esistiamo, che siamo una coppia?
Lucia, a testa bassa, ha sussurrato un giorno:
Marco, io non ho nulla da offrirti. I miei non possono aiutare. Hanno ancora il mutuo.
Tu mi offri te stessa le ho detto, per rassicurarla. Dentro però ero arrabbiato. Non con lei. Col destino. Perché deve sempre gravare tutto sui miei genitori? E perché aiutano con quellaria amara, come se ogni euro fosse una croce sul loro cuore? Quella generosità non scalda. Brucia di colpa.
Insomma: tensioni e bisogno di chiarimenti si sentivano nellaria. Poi, la chiamata di mamma dalla voce decisa:
Venite qui. Dobbiamo parlare.
Andavamo come condannati. Lucia mi strinse forte la mano:
Non ci aiuterà per il matrimonio sussurrò niente e basta.
Probabile annuii.
***
Sul tavolo cerano le chiavi del monolocale. Le riconobbi dal portachiavi: quello della mia infanzia.
Prendeteli disse mamma.
Fece un discorso breve, ma rivoluzionario. Un anno. Una scelta. Che loro smettevano di essere il fondo e il portafoglio. Il mantra non abbiamo casa non valeva più. La speranza che mamma e papà risolvano tutto era finita.
Presi le chiavi. Erano fredde e, incredibilmente, pesanti. In quel momento ho capito qualcosa: qualcosa di ruvido e necessario.
Abbiamo sempre preteso, siamo rimasti offesi, ma non abbiamo mai parlato davvero con loro: Mamma, papà, capiamo le vostre paure. Discutiamo come andare avanti senza massacrarvi?
No. Abbiamo aspettato che indovinassero i nostri sogni e li realizzassero senza parole, senza condizioni, con un sorriso. Come se fossimo ancora bambini.
E il matrimonio? Lucia chiese piano, impacciata.
Il vostro matrimonio? mamma sorrise non so, se trovate i soldi per larpa, avrete larpa.
Alluscita, giocavo con le chiavi.
Che facciamo? chiese Lucia. Non sulla casa. Sulla vita.
Non lo so risposi onestamente ora tocca a noi
In questa paura nuova, nella responsabilità, cera una libertà selvaggia, primordiale. E il primo passo era questo: capire se ci servissero davvero carrozza e arpa. Le tradizioni sono importanti, sì, ma dovrebbero crescere su qualcosa che dura più di una giornata speciale
***
E così?
La vita adulta di Marco e Lucia è iniziata il giorno dopo.
Finalmente insieme! In una casa tutta loro! Non è ancora di proprietà, ma va bene così. È piccola, ma accogliente. Il lavoro è fresco. E nessuno in giro! Allinizio una festa costante. Libertà!
Poi, dopo un mese, ecco la voglia comune: prendere un cane! Un cane grande, ovviamente.
Lucia lo ha sempre desiderato, ma la mamma non lha mai permesso. Marco, invece, da piccolo ne aveva uno, ma era scappato: una tragedia.
La felicità è arrivata subito: un bellissimo golden retriever chiamato Ulisse.
Il cucciolo di tre mesi ha subito imposto le sue regole: rovinava gli angoli, mordicchiava i mobili, sporcava dappertutto.
Quando Vera Ignazia venne a trovarli, rimase sconvolta: nessuno le aveva detto che in casa cera un nuovo coinquilino.
Marco! Lucia! Come avete potuto?! Nemmeno mi avete chiesto! era quasi in lacrime Vera Ignazia, girando per casa ma perché? Con un cane così bisogna starci dietro, e invece lui resta solo tutto il giorno! Chiaro che combina disastri. E poi il pelo! Non pulite mai? E lodore! No, non si può andare avanti così! Dovete riportare il cane al proprietario! Domani!
Mamma ribatté Marco, scocciato ci hai dato la casa per un anno. E ora vuoi controllare ogni dettaglio? Vuoi indietro le chiavi?
No scattò Vera Ignazia la parola è parola. Un anno è un anno. Però mi raccomando: la casa deve tornare come lavete trovata. Ok?
Ok annuirono insieme Marco e Lucia.
E finché non sia così, non mi vedrete più. Non voglio vedere questa confusione.
***
La madre mantenne la promessa. Non si fece vedere, chiamò di rado.
Quattro mesi dopo, Marco tornò a casa: lui e Lucia si erano lasciati.
A lungo mi raccontò di quanto fosse una pessima casalinga. Cucina mediocre. Non guardava il cucciolo. Non lo portava mai fuori. Decisero di riportare Ulisse al suo allevatore. Che fu da convincere per una settimana.
Avevano comprato le crocchette per tre mesi, come aveva ordinato lex proprietario. E, tra laltro, le crocchette costano!
Non ti sei affrettato con Lucia, figlio? chiese Vera Ignazia, sorridendo sotto i baffi tu volevi il matrimonio, con carrozza e arpa
Quale matrimonio, mamma?! Ti prego! Puoi già rimettere in affitto la casa della nonna.
Perché? Ormai ti eri abituato
No, meglio qui da voi scosse la testa Marco oppure hai qualcosa in contrario?
Sono sempre a favore rispose Vera Ignazia anche perché, dopo la partenza di Chiara coi figli, la casa è tornata vuota
***
Quella sera, mentre scrivevo queste righe, ho capito: i figli vanno lasciati andare. Sostenerli, senza annullarsi. Il vero amore è anche libertà, persino se fa paura. Ho imparato infine a dire no alle mie paure. Ed è stato come respirare dopo tanto tempo.







