Ancora da lei
Vai di nuovo da lei?
Francesca lo chiede con voce pacata, ma dentro sa già la risposta. Gabriele accenna un cenno di testa, lo sguardo basso. Si infila la giacca, controlla tasche: chiavi, cellulare, portafoglio. Tutto al suo posto. Può uscire.
Francesca rimane immobile. Vorrebbe anche solo una parola. Un scusami o torno subito. Ma Gabriele apre la porta senza dire nulla. La serratura scatta piano, quasi con discrezione, come a chiedere scusa al posto suo.
Lei si avvicina alla finestra. Il cortile sotto le luci fioche dei lampioni rende facile distinguere la sagoma che conosce così bene. Gabriele cammina veloce, deciso, come chi sa perfettamente dove deve andare. Da lei. Da Lucia. Dalla loro bambina di sette anni, Sofia.
Francesca appoggia la fronte al vetro freddo.
Lo sapeva, in fondo. Lo sapeva bene a cosa stava andando incontro fin dallinizio. Quando si sono conosciuti, Gabriele era ancora sposatoformalmente. Una firma sulla carta didentità, un appartamento in comune, una figlia. Ma non viveva più con Lucia: affittava una stanza, tornava solo per la bambina.
Mi ha tradito, le aveva detto Gabriele. Non sono riuscito a perdonarla. Ho chiesto il divorzio.
E Francesca ci ha creduto. Dio, quanto ha voluto crederci. Si era innamorata perdutamenteproprio come a diciassette anni. Incontri al bar, chiacchierate infinite al telefono, il primo bacio sotto la pioggia davanti al suo portone. E gli occhi di Gabriele, che la guardavano come se fosse lunica donna al mondo.
Il divorzio. Il matrimonio con Francesca. Una casa nuova, progetti comuni, tante coccole per il futuro.
Poi è cominciata.
Prima le telefonate: Gabri, porta la medicina a Sofia, sta male, subito. Gabri, il lavabo perde, non so cosa fare. Gabri, la piccola piange, vuole te, devi venire ora.
Gabriele correva ogni volta.
Francesca provava a capirlo. La figlia è sacra. Non è colpa sua se i genitori si sono lasciati. È giusto che lui sia presente, che aiuti.
Qualche volta Gabriele ascoltava, tentava di mettere dei limiti con Lucia.
Ma Lucia cambiava subito tattica.
Non venire nel weekend, Sofia non vuole vederti.
Non chiamare, la fai stare male.
Mi ha chiesto perché il papà ci ha abbandonate. Non sapevo cosa dirle.
E Gabriele cedeva. Ogni volta. Quando provava a dire no a una nuova urgenza, Lucia colpiva indirettamente. Dopo poco Sofia prendeva a ripetere le parole della madre: Tu non ci ami più. Hai scelto unaltra signora. Non voglio vederti.
Una bambina di sette anni non inventa certe cose da sola.
Gabriele tornava da questi incontri distrutto, pieno di sensi di colpa, con occhi spenti. E ripartiva ancora appena chiamavano, purché la figlia non gli voltasse le spalle, purché non lo guardasse con quei suoi occhi estranei, freddi.
Francesca comprendeva. Veramente comprendeva.
Ma era stanca.
La figura di Gabriele scompare dietro langolo. Francesca si stacca dal vetro, si strofina la fronteun lieve rossore sulla pelle.
La casa vuota pesa.
Le ore passano e la mezzanotte si avvicina, quando sente girare la chiave nella porta.
Francesca è in cucina davanti a una tazza di tè ormai freddo. Non lha mai toccata, fissava solo la pellicola scura che si è formata in superficie. Tre ore. Tre ore ad ascoltare ogni rumore dal pianerottolo.
Gabriele entra in silenzio, si sfila la giacca, la appende. Si muove cauto, come chi spera di passare inosservato.
Stavolta cosè successo?
Francesca si stupisce di quanto sia calma. Per ore aveva provato a ripetere questa frase, ma ora le emozioni sembrano quasi consumate.
Gabriele resta in silenzio qualche secondo.
Si è rotta la caldaia. Dovevo sistemarla.
Francesca alza lentamente lo sguardo. Lui è fermo sulla soglia, indeciso se entrare, lo sguardo perso nel buio dietro la finestra.
Tu non sai riparare le caldaie.
Ho chiamato il tecnico.
Dovevi aspettare lì? Non potevi chiamarlo da qui, dal telefono?
Gabriele si indurisce, incrocia le braccia. Silenzio: denso, fastidioso.
Magari ami ancora lei.
Stavolta la guarda. Di scatto, con rabbia, ferito.
Ma che stai dicendo? È solo per Sofia! È lei che conta! Lucia non centra nulla!
Gabriele entra in cucina e Francesca si sposta col suo sgabello verso il muro.
Quando hai iniziato con me lo sapevi che ogni tanto sarei dovuto andare là. Sapevi che ho una figlia. Adesso che vuoi? Fai una scenata ogni volta che vado da mia figlia?
Le manca la voce. Vorrebbe rispondere decisa, ma le brucia negli occhi, e la prima lacrima le scende sulla guancia.
Pensavo si ferma, inghiotte il nodo in gola Pensavo almeno che ci avresti provato a farmi credere che mi ami. Almeno a far finta.
Francesca, per favore
Sono stanca! la voce si incrina, fa quasi paura. Stanca di non essere neanche in seconda posizione! Ormai sono la terza: dietro la tua ex, dietro alle sue lamentele, dietro a una caldaia rotta a mezzanotte!
Gabriele dà una manata sullo stipite.
Ma che vuoi da me?! Vuoi che abbandoni mia figlia? Che sparisca?
Voglio che, almeno una volta, tu scelga me! Francesca scatta in piedi, la tazza traballa, il tè si rovescia sul tavolo. Almeno una volta, che tu dica no! Non a me a lei! A Lucia!
Io non ne posso più di queste scenate!
Gabriele si gira, prende la giacca dal gancio.
Dove vai?
Nessuna risposta. Solo una porta che sbatte.
Francesca resta in cucina, il tè che gocciola sul pavimento di linoleum, il silenzio che rimbomba nelle orecchie. Prende il telefono, compone il suo numero. Squillo, squillo, squillo. Il numero non risponde.
Ancora. E ancora.
Silenzio.
Francesca si lascia cadere sullo sgabello, stringe il telefono al petto. Dove sarà finito? Da lei? Ancora da lei? O semplicemente sta vagando tra le strade buie della città, arrabbiato e ferito?
Non lo sa. E lincertezza le fa ancora più male.
La notte sembra non finire mai.
Francesca è seduta sul letto, stringe il telefono tra le manilo schermo che si illumina e si spegne. Comporre il numero, ascoltare i toni, riagganciare. Scrivere un messaggio: Dove sei?. Poi un altro: Rispondimi, ti prego. E ancora: Ho paura. Inviare e guardare la spunta grigia sotto ogni messaggio. Non consegnato. O consegnato, ma mai letto. Ma che importa ormai.
Alle quattro del mattino Francesca smette di piangere. Le lacrime si sono esaurite, lasciando uno spazio vuoto e assordante dentro. Si alza, accende la luce della camera, apre larmadio.
Adesso basta.
Ne ha avuto abbastanza.
Trova la valigia sulla mensola più alta, impolverata, col biglietto strappato di una vecchia vacanza. La butta sul letto e comincia a riempirla. Maglioni, jeans, biancheria. Senza sistemare, senza ordineprende e mette dentro tutto quello che trova. Se a lui non importanon importa neanche a lei. Torni pure nellappartamento vuoto. Cerchi lei, la chiami, le scriva messaggi che non leggerà.
Che capisca anche lui come si sta.
Alle sei Francesca è nellingresso. Due valigie, una borsa a tracolla, la giacca indossata stortale falde una più lunga dellaltra. Guarda il mazzo di chiavi. Deve togliere la sua, lasciarla lì sopra al mobile.
Le dita tremano.
Tira lanello, prova a sfilare la chiave col dito, ma non ci riesce, le mani le tremano, e gli occhi si riempiono ancorama da dove vengono ancora le lacrime
Che disastro.
Il mazzo cade sul pavimento, risuona sulle piastrelle. Francesca lo fissa un attimo, duepoi si abbandona sulla valigia, si stringe le braccia addosso e scoppia a piangere. Forte, senza ritegno, quasi come una bambina, come quella volta che aveva rotto il vaso preferito della mamma e credeva che fosse la fine del mondo.
Non sente quando si apre la porta.
Francesca
Gabriele si inginocchia davanti a lei, proprio sul pavimento freddo dellingresso. Sa di fumo e di notte milanese.
Fra, scusami. Perdonami, ti prego.
Lei alza lo sguardo. Il viso bagnato, gonfio, il mascara sparso ovunque. Gabriele le prende le mani con delicatezza.
Sono stato da mia madre. Tutta la notte. Mi ha fatto un cazziatone incredibile abbozza un sorriso amaro. Mi ha rimesso un po in riga.
Francesca non parla. Lo osserva e non sa se fidarsi.
Chiederò che in tribunale mi diano un calendario preciso per vedere Sofia. Ufficiale, con avvocati e tutto. Così Lucia non potrà più manipolare o mettere la bimba contro di me.
Le dita di Gabriele stringono forte le sue.
Scelgo te, Fra. Hai capito? Te. Tu sei la mia famiglia.
Dentro Francesca qualcosa si muove. Un minuscolo germoglio di speranza, testardo, che aveva provato a strappare per tutta la notte.
Davvero?
Davvero.
Francesca chiude gli occhi. Decide di credere a Gabriele. Unultima volta. Poi si vedràFrancesca inspira piano, sente il respiro riempirle il petto come se fosse la prima volta dopo anni. Lascia che Gabriele la abbracci, che la stringa forte, e nel silenzio che li avvolge capisce che forse, davvero, qualcosa può cambiare.
Li aspetta un futuro complicato, fatto di compromessi e di giorni bui, di lettere in tribunale e di lacrime trattenute davanti ai giudici. Ma per la prima volta sente che Gabriele è lì, davvero. Che forse, insieme, possono resistere alle chiamate di Lucia, alle notti vuote, alla paura di non essere mai abbastanza.
Sistemano la valigia, la ripongono nellarmadio, lasciando cadere la polvere di tutti i rimpianti. Si siedono vicini sul letto mentre fuori la città comincia a svegliarsi, con una luce pallida che filtra tra le tende.
Non si promettono che tutto sarà facile. Non si nascondono dietro alle solite frasi. Si guardano e basta, occhi negli occhi, senza menzogne.
Quando Gabriele le sfiora il visoper la prima volta dopo tanto tempoFrancesca pensa che forse, domani, non avrà più paura di aspettare la sua scelta.
Forse, domani, sarà lei a scegliere se restare. E per ora, la risposta le sembra giusta.
Restano abbracciati, mentre il giorno entra lento dalla finestra, e nel respiro di Gabriele Francesca ritrova un battito che riconosce, finalmente tutto suo.







