Basta combattere: la rinascita di Anna Petroni dopo la perdita del marito, tra silenzio, torte fatte in casa e una nuova serenità nella quiete di un appartamento italiano

Basta combattere

Sono passati tre anni dalla morte di suo marito, e ancora ricordo quanto la signora Anna Rossi abbia dovuto lottare contro il silenzio che regnava nel suo appartamento milanese. Lo faceva con ogni forza rimasta.

Accendeva la televisione a tutto volume, tanto da far tremare i bicchieri nella vetrinetta.

Passava ore al telefono con cugini lontani, che non sapevano più come sottrarsi alle sue chiamate.

E poi, Anna preparava dolci!

Impastava la pasta della crostata con una tale energia che sembrava riversarci dentro tutta la sua malinconia, la nostalgia e la solitudine improvvisa.

Quando sfornava le sue crostate fumanti, le portava ai vicini, nella speranza di ricevere almeno una parola gentile, capace di soffocare il senso di vuoto che la tormentava dentro.

Anna cara, dovresti riposare sospirava la signora Maria Bianchi, accogliendo lennesima crostata alle mele guarda che hai le mani gonfie.

***

Sua figlia, Francesca, la chiamava ogni giorno.

Mamma, vieni a stare da noi per qualche giorno? Le nipotine ti aspettano. Vedessi come sarebbero felici!

E così Anna saliva sul treno per Bologna.

Ma in quel grande appartamento, dove si litigava per il telecomando, la lavatrice sembrava non fermarsi mai e i bambini urlavano, Anna si sentiva ancora più sola.

Era solo unospite, un pezzo fuori posto in una macchina ben oliata.

La riempivano di attenzioni, di cibo e intrattenimento, ma tutta quella premura le sembrava un abito troppo appariscente messo in una giornata sbagliata: imbarazzante, poco sincero.

Così, ogni volta, Anna rientrava in anticipo nella sua casa, dove la aspettava la solita quiete, ora appesantita dal senso di colpa e inutilità.

***

Tutto cambiò in un solo momento.

Un giorno Anna capì di essere stanca di combattere. Stanca del rumore, delle voci, del dover parlare e rispondere.

Una mattina non accese la televisione.

Si sedette sulla poltrona davanti alla finestra, stringendosi le ginocchia, e si immerse nella quiete, come in un lago profondo.

Fu allora che udì il ticchettio del vecchio orologio a pendolo che aveva ereditato dalla nonna.

Distinse il garrito di una gazza nel cortile e il clangore del tram dalla via sotto casa.

Sentì persino il suo stesso respiro

E per la prima volta dopo tanto tempo non si sentì impaurita. Anzi: cominciò a percepire se stessa. Viva. Vera. Sentì la schiena ormai provata dai suoi sessantanni, le mani segnate dalle vene sottili, la sua vita che, nonostante tutto, continuava lì, in quel momento, in quella stanza, nel silenzio.

***

Da allora ogni suo mattino seguiva una piccola cerimonia.

Con calma infilava la sua vecchia vestaglia a fiori e si dirigeva verso la cucina.

Lì tutto aveva un ordine perfetto: la cerata sbiadita, il barattolo dello zucchero accanto alla tazza dal bordo sottile la sua preferita, lunica superstite del servizio buono.

Sul muro, scaffali carichi di barattoli di riso e spezie. Neanche una cosa superflua. Niente scatole stracolme di cianfrusaglie per sicurezza, né sedie rotte accantonate.

Di recente Anna aveva rivoluzionato la casa, buttando via tutto ciò che non usava da oltre un anno, tutto quello che era rotto o non le faceva più piacere.

E lappartamento parve rinascere. Era più facile muoversi e soprattutto respirare.

Anna mette su il bollitore. Mentre lacqua arriva a bollore, prende dal frigo un limone e ne affetta una sottile rondella.

Il profumo di tè e limone è diventato per lei il profumo della mattina, un aroma che porta quiete.

La radio in cucina suona piano una vecchia canzone napoletana.

La radio è la sua compagnia, discreta, che non domanda né pretende nulla.

Con la tazza in mano, si avvicina alla finestra. Fuori Milano si desta. Ecco che corre un ragazzino spettinato verso la scuola, la signora Maria Bianchi attraversa la piazza col suo viso eternamente contrariato.

Anna sorride appena.

Non molto tempo prima si tormentava pensando a cosa dicessero di lei. Ora non le importa più.

Porta con disinvoltura la sua vecchia vestaglia, senza timore che qualcuno faccia visita allimprovviso.

Il parquet scricchiola sotto i suoi passi, e lei vi ritrova un fascino antico, come quello della casa dinfanzia in campagna.

Non tinge i capelli, ormai bianchi, perché le piace quel colore sembra brina

Lessere indifferente al giudizio altrui è diventato il suo trionfo personale.

***

Dopo il tè, Anna si avvia al balcone, ormai trasformato in una piccola serra. Sulle mensole ci sono decine di vasi con piante di ogni tipo.

Anna solleva delicatamente uno dei vasi.

Vediamo un po, caro mio sussurra accarezzando una fogliolina sei cresciuto un pochino?

Si prende cura delle piante non per la figlia che viene una volta al mese con dolci e domande ansiose tipo:

Mamma, ti serve niente?

Non per i vicini, che da tempo si erano stancati delle sue attenzioni di un tempo.

Lo fa solo per se stessa.

Anna respira profondamente il mondo intorno a lei e sente che non esiste soltanto: vive davvero!

La vita fragile di quegli esseri verdi dipende dalle sue mani e dalla sua cura.

Ed è questo senso di essere necessaria, semplice e genuino, che dà colore alle sue giornate.

Ma non solo questo.

Riordinare casa, annaffiare i fiori, leggere la sera qualche poesia di Ungaretti sono questi piccoli gesti importanti che fanno nascere il ritmo delle sue giornate, la sua felicità.

***

Un giorno squillò il telefono. Sul display comparve: Francesca.

Pronto, mamma, ciao! Come stai? riecheggiò la voce premurosa della figlia.

Ciao, tesoro. Sto bene, davvero rispose Anna con tranquillità niente dolori, umore ottimo.

Senti, pensavo non vuoi venire a vivere con noi? Ti prepariamo la stanza, le bambine sarebbero felici. Sei proprio sola laggiù

Anna guardò le sue piante, lorologio che ticchettava, la tazza preferita, e immaginò il trambusto nella casa di Francesca, il via vai continuo, il dover adattarsi ogni giorno.

Capì di non voler partire. Mai e poi mai.

Tesoro, grazie della premura disse dolcemente ma con decisione. Ma qui non sono sola. Ho il mio ordine, il mio silenzio, le mie occupazioni. Qui sono necessaria. A me stessa, capisci?

Dallaltra parte regnò una pausa. La figlia forse aspettava lacrime, magari un sì, ma non questa dignità serena.

Be se tu lo senti così, mamma.

Lo sento, Francesca. Proprio così.

Anna riattaccò.

La stanza tornò quieta, ma senza timore.

Aveva trovato le sue solide sicurezze: la casa accogliente, la pace con se stessa, la libertà dal pensiero degli altri e la gioia discreta delle piccole cose.

Il suo mondo non era più vuoto, ma pieno di un calore profondo e costante, che la faceva semplicemente vivereAnna prese la tazza, lasciò che il vapore le sfiorasse il volto, e appoggiò il mento sulla mano. Guardò fuori dal balcone, dove il sole si infilava tra le foglie delle sue piante, e notò un piccolo bocciolo appena sbucato. Il primo della primavera.

Sorrise, pensando che forse la vita, come quel balcone, fiorisce nel silenzio, nella cura paziente, nella libertà gentile di scegliersi giorno per giorno. Sentì il battito lento del suo cuore, il tepore del tè che le scaldava le dita, e capì che il silenzio non era più un nemico, ma una casa.

Anna rimase così, in equilibrio tra fuori e dentro, mentre la città si animava sottovoce, e la luce colmava ogni angolo della stanza.

E finalmente, senza nostalgia, Anna si sentì pronta a vivere ancora, esattamente dove il vento di marzo laveva portata: nel centro luminoso e quieto di sé stessa.

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