Natascia non riusciva a credere a quello che le stava accadendo: suo marito, l’unico uomo che considerava la sua forza e sostegno, oggi le aveva detto «Non ti amo più». Lo shock fu tale che rimase immobile in una posa innaturale, mentre lui girava per casa, raccogliendo le sue cose e facendo rumore con le chiavi. Eppure, proprio ora – dopo la morte improvvisa del padre, la responsabilità di prendersi cura della mamma anziana e della sorella diventata invalida a 18 anni, un figlio appena arrivato in prima elementare, la perdita del lavoro perché l’azienda ha chiuso – le mancava solo l’abbandono del marito. Stringendosi la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in un pianto disperato. «Signore, cosa posso fare? Come posso andare avanti? Oh, Ale! Devo correre a prenderlo a scuola!» Le responsabilità di ogni giorno la obbligano a rialzarsi e ad andare avanti. «Mamma, hai pianto?» «No, Ale, no.» «Piangi per il nonno? Mamma, mi manca tanto!» «Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è stato sempre forte, ora è da Dio e sta bene, non preoccuparti. Si merita un po’ di riposo, non si è mai riposato in vita sua.» «E papà?» «Credo sia in trasferta, di nuovo.» «E la scuola?» Si deve vivere. Non mi ama? Non si può costringere nessuno ad amare. Ha trascurato qualcosa nella sua frenesia. Mentre Ale pranzava e giocava con i soldatini, Natascia aprì il computer del marito e, per la prima volta, entrò nella sua posta: la passione per un’altra donna era evidente, lei ormai era la “non amata”. Dopo dieci anni da “raggio di sole” e otto anni di battaglie per avere un figlio, era diventata semplicemente “la mamma”. Ora tutto era cambiato e doveva abituarsi. Prima, però, serviva trovare un lavoro. il titolo di studio non contava nulla e il piccolo sussidio di disoccupazione non bastava a nulla. Com’era possibile che il marito responsabile e premuroso si fosse trasformato in uno sconosciuto in un attimo? Un’unica giustificazione trovava: era impazzito. La casa non era finita, ma almeno un tetto c’era. «Lavoro, quanto mi servi!» Ma non c’era tempo neanche per piangere, bisognava cercare un impiego e per giorni non trovò nulla. Una mamma sola con un bimbo in prima elementare aveva poche chance. La sera, un amico di famiglia telefonò: «Nata, non è tornato tuo marito?», «No», «Ti serve un posto come magazziniera?». La paga era minima, ma meglio di niente. Con il lavoro arrivò anche la possibilità di stare un po’ da sola e riflettere: cosa era successo davvero? I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno Natascia tornò a mangiare, dormire e ridere, vivere le gioie del figlio. La ferita per il tradimento bruciava quando l’ex veniva a prendere Ale per il weekend. Ma non ostacolava quel rapporto, non voleva far soffrire il piccolo. Si chiedeva se fosse davvero “colpa” sua, ma in fondo sapeva che era solo la passione improvvisa del marito. L’autunno era dolce come estate, con le voci dei bambini e i colori di astri e crisantemi. Il giorno in cui incrociò lo sguardo di Michele sembrava come tanti altri, solo più luminoso. Era forse arrivato il momento di incontrare un’altra solitudine. «Signorina, la aiuto io!», «Sono abituata», «Non si deve abituare una bella donna a portare pesi», «Così le aiuta a tutte?», «Aspetto solo lei!». Risero insieme. «Michele», si presentarono. Lui le propose un cinema, lei rifiutò per prendere il figlio a scuola. «Non ci credo, ha anche un figlio?!». Entrambi avevano trentacinque anni e lui, pediatra ematologo, lasciò una promessa e il numero di telefono. Fu un autunno splendido, con passeggiate nei parchi e tenerezze che sciolsero il dolore. Natascia propose timida un tè e Michele rifiutò: «Ci tengo troppo, lasciami fare con calma». Passarono i weekend insieme in una casetta vicino al bosco, e lei si sentì finalmente amata. Presto arrivò la proposta di matrimonio: Natascia dovette prima finire il divorzio, ma accettò di diventare sua moglie senza ogni cerimonia, solo il parco e una nuova casa. Le nozze furono celebrate con pochi intimi, subito dopo andarono a vivere insieme e curarono con attenzione soprattutto la cameretta di Ale, che accettava Michele solo a fatica. Un giorno Michele propose di fare analisi del sangue al bambino, che gli sembrava troppo pallido. Il responso fu crudele: leucemia. Iniziò allora una nuova vita: Natascia prese il congedo, sempre accanto ad Ale durante cure invasive. Nei momenti più difficili, Michele la sosteneva. L’ex marito invece pretendeva che lei lasciasse la casa. «Pensa solo ad Ale», le disse Michele. «Non pensare più al passato.» Le analisi peggioravano, Natascia piangeva in silenzio. Un giorno Michele propose di portare Ale a riposare nella loro casetta nel parco: la natura migliorò il bambino e lui, tornato in clinica, era in remissione. Michele corse da loro felice: «Ale, hai aiutato i globuli rossi a vincere tutte le battaglie!» Una storia di rinascita tra le tempeste della vita, di una donna che ha perso tutto ma che, tra dolore e speranza, trova la forza nell’amore e nella famiglia che si ricostruisce, anche quando il destino sembra togliere ogni certezza.

Non riuscivo a credere a ciò che mi stava accadendo. Mia moglie, la donna alla quale avevo affidato il mio cuore e la mia vita, mi aveva appena detto: «Non ti amo più». Il colpo era stato talmente forte che ero rimasto paralizzato per diversi minuti, mentre lei girava per casa, mettendo insieme le sue cose e facendo tintinnare le chiavi. Proprio ora, nel momento più difficile. Da poco era venuto a mancare mio padre, e nonostante il dolore, dovevo prendermi cura della mamma ormai sola e della sorella, diventata invalida a diciotto anni dopo un grave trauma cranico. Loro abitavano nel paese vicino. Mio figlio, Alessandro, aveva appena iniziato la prima elementare. A giugno lazienda per cui lavoravo aveva chiuso. Ero rimasto senza lavoro. E ora anche mia moglie mi aveva lasciato.

Mi sono seduto al tavolo, con la testa fra le mani, e ho pianto amaramente.
Dio mio, cosa devo fare? Come si va avanti? Alessandro! Devo andare a prenderlo a scuola!

I doveri quotidiani mi hanno costretto a rialzarmi e uscire.
Papà, hai pianto?
No, Ale, non ho pianto.
Piangi per il nonno? Mi manca tanto!
Anche a me, figlio mio. Ma dobbiamo essere forti. Il nostro nonno era così. Ora è in pace con Dio, stai tranquillo! Se lo meritava, non ha mai avuto riposo in vita.
E la mamma?
È in viaggio di lavoro, credo. E tu come vai a scuola?

Bisogna vivere. Non mi ama più? Non posso farci nulla. Certi errori li vedi solo quando ormai è troppo tardi.

Mentre Alessandro pranzava e giocava con i suoi soldatini, mi sono lasciato guidare dalla curiosità: ho controllato il computer che mia moglie aveva lasciato acceso. Mai fatto prima. Entrare nella posta è stato immediato, cera laccesso in alto a sinistra. Non aveva nemmeno cancellato tutta la corrispondenza. Era piena damore, per lui. Io ora non contavo più nulla. Per dieci anni ero stato il suo sole, e dopo otto anni di lotta per avere un figlio, ero diventato anche il nostro papà.

Ora tutto era cambiato. Dovevo abituarmi allidea. Prima, però, la priorità era trovare lavoro. Nessuno dava peso ai miei titoli di studio. Lindennità della disoccupazione, qualche euro, non risolveva i problemi.

Cosera successo davvero? Cosaveva portato il mio uomo serio, affidabile e premuroso, a diventare dun tratto un estraneo? Mi ripetevo che forse era impazzito. La casa che avevamo costruito insieme, mattone su mattone, era ancora da finire. Per fortuna avevo un tetto sopra la testa e una stanza vivibile.

Lavoro, quanto ne ho bisogno! ero sul punto di ricominciare a piangere, ma non cera tempo. Dovevo darmi da fare.

Dopo giorni di tentativi infruttuosi, le probabilità erano al minimo: un primo elementare da gestire, la solitudine… Una sera, il mio caro amico Romano mi telefonò:
Oh, Antonio, tuo marito non è ancora tornato?
No, Romà.
Vuoi fare il magazziniere?
Dici sul serio?
Sì, te lo offro davvero, capisco che non è momento da scherzare. Si lavora con pausa pranzo, così puoi andare a prendere tuo figlio o valutare il doposcuola. Lo stipendio è mille e cinquecento euro. Pochino, lo so, ma meglio che niente. Domani vi porto un po di patate, cipolle e un pollo.
Romà, ho già le mie galline! Ci danno le uova.
Eh, falle lavorare, non ucciderle!
Grazie, come sta tua moglie, Giulia?
Meglio, combatte. È una forza.

Così era lui, sempre positivo. Giulia aveva affrontato una dura operazione, ora faceva la chemio, ma Romano mai una lamentela: si caricava tutto sulle spalle. Era la sua natura. Ho pensato che cera ancora speranza, Dio vede tutto, non abbandona mai. Grazie per Romano.

Il lavoro era semplice e mi lasciava alcuni minuti per stare da solo e riflettere su ciò che era successo.

I giorni, le settimane, i mesi sono volati. Dopo un anno ho iniziato di nuovo a provare fame, a dormire, a sorridere dei successi di mio figlio. Il dolore per il tradimento riaffiorava solo quando lei veniva a prendere Alessandro nei weekend. Non ho mai impedito nulla: non potevo far ricadere la nostra storia su di lui. Ma mi domandavo spesso dove avevo sbagliato, anche se in fondo sapevo che non era colpa mia, ma il risultato di una nuova passione improvvisa. Ricordavo una battuta di qualche vecchio film: «Lamore dura fino alla prima curva, poi inizia la vita». Per me amore e vita sono sempre stati inseparabili. Per lei?

Lautunno quellanno sembrava una seconda estate: caldo, foglie ancora verdi, voci gioiose dei bambini per strada, le aiuole piene di astri e crisantemi. Il giorno in cui ho incrociato lo sguardo di Michele non era diverso dagli altri, solo il sole brillava più forte, la musica dai balconi era più allegra, o forse era solo giunta lora per due solitudini di incrociarsi per destino.

Signorina, posso aiutarti? Quanta roba porti!
Ci sono abituata.
Non va bene che una donna così bella sia costretta a caricarsi di pesi.
A tutte le belle donne dai una mano? Fai la ronda fuori dai negozi?
Eh sì, aspettavo proprio te. Ho guardato, ho sperato, finalmente ti vedo.
Difficile trattenere una risata. Ed è scoppiata, allegra e spontanea, quasi fino alle lacrime.

Michele, porge la mano, gli occhi ancora pieni di allegria.
Anna.
Annina, Annina, moglie di un altro, la conosci questa canzone?
No. Ma non sono sposata.
Ah, allora sono fortunato! Finalmente trovo una donna davvero e ho la possibilità di conoscerla. Gli altri sono tutti ciechi o pazzi?
Di spirito stai bene. Ma sei anche serio?
Certo che sì. Anna, che ne dici di una serata insieme al cinema? Una chiacchiera, per conoscerci.
Non posso, devo andare a prendere mio figlio dal doposcuola.
Non ci credo, hai un figlio!? Ma sembri ventenne!
Ho trentacinque anni.
Ne ho trentacinque anchio. Che coincidenza. Davvero, ti avevo fatto più giovane.
E adesso?
Adesso elaboro. Tutti gli uomini sognano un figlio. E tu mi dici così, di essere single… Ma il padre?
Preferirei non parlarne ora.
Capito. Non insisto. Vuoi che ci vediamo nel weekend? Possiamo portare tuo figlio a una proiezione per bambini.
Nei weekend sta con suo padre.
Anna, non voglio essere invadente. Se hai qualche ora libera, chiamami. Ecco il mio biglietto. Ah, cè scritto: medico, ematologo pediatrico.
Lavoro importantissima.
Non ho tempo per altre donne!
Ok, Michele. Ti chiamerò, sincera.
Io aspetto!

Quanto era bella quellautunno! Sembrava davvero un regalo per noi. I raggi del sole accendevano i colori delle foglie; le giornate miti ci aprivano tutti i parchi della città. La tenerezza ci ha avvolto, spazzando via il dolore, facendoci danzare sotto la pioggia di foglie. Ci siamo avvicinati con grande delicatezza, e anchio, con sorpresa, sentivo crescere lattrazione verso quel meraviglioso uomo. Un mese e mezzo dopo la prima chiacchierata, fui io, timidamente, a invitarlo per un tè.

Annina, non ti offendere. Non verrò da te, tengo troppo a ciò che sta succedendo. Preferisco aspettare, capisci?
Quel fine settimana partimmo per il parco nazionale; Michele aveva affittato una casa che sembrava un piccolo castello. Dentro era caldo e accogliente, ma io non vedevo niente che non fossero i suoi grandi occhi marroni, in cui sprofondavo fra le sue braccia. Non pensavo potesse essere così dolce, quellintimità con un uomo.

Michi, dove sono, cosa mi succede? Mi sembra di morire. Ti amo così tanto. Come ho fatto a vivere senza di te? Sto bene con te!
Sei bellissima! E io sono luomo più felice del mondo!

Dopo qualche altro mese, era sempre più difficile lasciarsi.

Annina, sposami.
Michi, il divorzio si finalizza a fine mese.
E subito dopo, vieni con me. Non posso perderti un attimo!
Ma io sono indipendente, non cerco chiunque. Ho già la mia felicità. Però, Michi, niente festa: solo qualche firma e poi portami in quel castello, dove sono diventata tua moglie in un attimo e per sempre.
Daccordo, amore, farò come vuoi.

Romano e Giulia furono i nostri testimoni. Mamma e mia sorella ci mandarono un telegramma entusiasta. Poco dopo traslocammo nella nuova casa affittata da Michele, un bilocale che abbiamo ristrutturato insieme, rifiniture fatte con amore. Michele studiava con cura la cameretta per Alessandro. Si erano già conosciuti, ma il bambino, che era abituato a vedere solo mamma e papà, faticava ad aprirsi.

Anna, non spaventarti, controlliamo il sangue di Ale. Mi sembra troppo pallido.
Michi, è solo che soffre ancora. Gli pesa aver visto la famiglia divisa, sperava che non accadesse. Ho letto che il divorzio, per un bambino, è peggio di perdere un genitore.
Hai ragione, donna saggia. Da piccolo lho vissuto sulla mia pelle, pensavo fosse la fine del mondo. Ma il prelievo lo facciamo, va bene, cucciolo?

Quando tornò a casa, Michele aveva il viso scuro. Capivo: qualcosa non andava.
Anna, stai calma. Ci sono cambiamenti nel sangue di Ale. Le mie intuizioni non mi hanno tradito. Domani lo porto con me.
Mi pareva uningiustizia. Come se dovessimo pagare la felicità con un prezzo altissimo. Leucemia. Che parola terribile!

Cominciò una vita diversa. Prendevo congedi non pagati, perché non immaginavo di lasciarlo solo fra flebo e aghi. Gli tenevo la mano, pregando: «Resisti, amore mio! Sei forte! Da sempre sei il mio migliore amico! Non ci siamo mai separati, e resteremo insieme sempre!»

Quando le forze mi mancavano, Michele mandava me a riposare e restava con Ale. Dormire era difficile; spesso fissavo il soffitto.

Poi la chiamata di mia moglie, che pretendeva la mia uscita dalla casa incompiuta.
Mi occupo io di Alessandro. Verrà da me a casa sua.
Passa a trovarlo, almeno.
Impossibile. Ho una trasferta.

Michele mi accarezzò la spalla:
Anna, ce la caviamo da soli. Non pensare più al passato.
È amarezza pura. Ho speso bene i miei soldi, tutti investiti in quella casa… Ma adesso non è il momento di pensare alla burocrazia.
Non pensare a nulla. Ogni tuo pensiero ora lo dedichi ad Ale. Io ci sarò sempre. Ho sempre sognato una famiglia. Dio lo sa, e non ve li toglierà mai.
Michele, come vanno gli esami?
Facciamo il possibile, ma non migliorano.

Piangevo in silenzio. Ale non doveva sapere che la situazione era critica.

Zio Michele, che cosa cè nel mio sangue?
Vedi, nel sangue ci sono dei navicelle, alcune rosse, alcune bianche. Le tue stanno combattendo una battaglia.
Chi vince?
Per ora i bianchi.
E poi?
Aiuta i rossi.
Papà, portami via. Sono stanco.

Anna, anchio volevo suggerirlo. Portiamo Ale nel nostro castello. Fa ancora bel tempo, potrà rilassarsi nel bosco.

La primavera ha colorato il nostro rifugio di fiori e nuovi germogli. Passeggiavamo nei sentieri, felici per ogni cosa nuova. Ale, però, si fermava ogni tanto, profondo e silenzioso.
Che cè, amore, ti senti male?
Papà, lasciami stare ora… Sto giocando la battaglia navale…

La piccola vacanza finì presto, ma Ale era cambiato: più vivace, le guance tornate rosse.

Papà, dovè la mamma?
È via per lavoro, Ale.
Ancora? Va bene.

Rientrato in clinica, facemmo nuovi esami. La capo laboratorio venne di persona.
Dottor Michele, dove ha portato il bambino?
Solo al parco, qui vicino. Qualcosa non va?
Va tutto benissimo. Ha raggiunto la remissione. Il sangue è buono.

Michele corse in stanza con un salto.
Ale, che hai fatto? Stai meglio. Non piangere, Anna. Guarisce. Che hai fatto, amore mio?
Papà, ricordi i navicelle? Ho vinto ogni battaglia, sempre coi rossi.

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Natascia non riusciva a credere a quello che le stava accadendo: suo marito, l’unico uomo che considerava la sua forza e sostegno, oggi le aveva detto «Non ti amo più». Lo shock fu tale che rimase immobile in una posa innaturale, mentre lui girava per casa, raccogliendo le sue cose e facendo rumore con le chiavi. Eppure, proprio ora – dopo la morte improvvisa del padre, la responsabilità di prendersi cura della mamma anziana e della sorella diventata invalida a 18 anni, un figlio appena arrivato in prima elementare, la perdita del lavoro perché l’azienda ha chiuso – le mancava solo l’abbandono del marito. Stringendosi la testa tra le mani, si sedette al tavolo e scoppiò in un pianto disperato. «Signore, cosa posso fare? Come posso andare avanti? Oh, Ale! Devo correre a prenderlo a scuola!» Le responsabilità di ogni giorno la obbligano a rialzarsi e ad andare avanti. «Mamma, hai pianto?» «No, Ale, no.» «Piangi per il nonno? Mamma, mi manca tanto!» «Anche a me, tesoro. Ma dobbiamo essere forti. Il nonno è stato sempre forte, ora è da Dio e sta bene, non preoccuparti. Si merita un po’ di riposo, non si è mai riposato in vita sua.» «E papà?» «Credo sia in trasferta, di nuovo.» «E la scuola?» Si deve vivere. Non mi ama? Non si può costringere nessuno ad amare. Ha trascurato qualcosa nella sua frenesia. Mentre Ale pranzava e giocava con i soldatini, Natascia aprì il computer del marito e, per la prima volta, entrò nella sua posta: la passione per un’altra donna era evidente, lei ormai era la “non amata”. Dopo dieci anni da “raggio di sole” e otto anni di battaglie per avere un figlio, era diventata semplicemente “la mamma”. Ora tutto era cambiato e doveva abituarsi. Prima, però, serviva trovare un lavoro. il titolo di studio non contava nulla e il piccolo sussidio di disoccupazione non bastava a nulla. Com’era possibile che il marito responsabile e premuroso si fosse trasformato in uno sconosciuto in un attimo? Un’unica giustificazione trovava: era impazzito. La casa non era finita, ma almeno un tetto c’era. «Lavoro, quanto mi servi!» Ma non c’era tempo neanche per piangere, bisognava cercare un impiego e per giorni non trovò nulla. Una mamma sola con un bimbo in prima elementare aveva poche chance. La sera, un amico di famiglia telefonò: «Nata, non è tornato tuo marito?», «No», «Ti serve un posto come magazziniera?». La paga era minima, ma meglio di niente. Con il lavoro arrivò anche la possibilità di stare un po’ da sola e riflettere: cosa era successo davvero? I giorni, le settimane, i mesi passarono. Dopo un anno Natascia tornò a mangiare, dormire e ridere, vivere le gioie del figlio. La ferita per il tradimento bruciava quando l’ex veniva a prendere Ale per il weekend. Ma non ostacolava quel rapporto, non voleva far soffrire il piccolo. Si chiedeva se fosse davvero “colpa” sua, ma in fondo sapeva che era solo la passione improvvisa del marito. L’autunno era dolce come estate, con le voci dei bambini e i colori di astri e crisantemi. Il giorno in cui incrociò lo sguardo di Michele sembrava come tanti altri, solo più luminoso. Era forse arrivato il momento di incontrare un’altra solitudine. «Signorina, la aiuto io!», «Sono abituata», «Non si deve abituare una bella donna a portare pesi», «Così le aiuta a tutte?», «Aspetto solo lei!». Risero insieme. «Michele», si presentarono. Lui le propose un cinema, lei rifiutò per prendere il figlio a scuola. «Non ci credo, ha anche un figlio?!». Entrambi avevano trentacinque anni e lui, pediatra ematologo, lasciò una promessa e il numero di telefono. Fu un autunno splendido, con passeggiate nei parchi e tenerezze che sciolsero il dolore. Natascia propose timida un tè e Michele rifiutò: «Ci tengo troppo, lasciami fare con calma». Passarono i weekend insieme in una casetta vicino al bosco, e lei si sentì finalmente amata. Presto arrivò la proposta di matrimonio: Natascia dovette prima finire il divorzio, ma accettò di diventare sua moglie senza ogni cerimonia, solo il parco e una nuova casa. Le nozze furono celebrate con pochi intimi, subito dopo andarono a vivere insieme e curarono con attenzione soprattutto la cameretta di Ale, che accettava Michele solo a fatica. Un giorno Michele propose di fare analisi del sangue al bambino, che gli sembrava troppo pallido. Il responso fu crudele: leucemia. Iniziò allora una nuova vita: Natascia prese il congedo, sempre accanto ad Ale durante cure invasive. Nei momenti più difficili, Michele la sosteneva. L’ex marito invece pretendeva che lei lasciasse la casa. «Pensa solo ad Ale», le disse Michele. «Non pensare più al passato.» Le analisi peggioravano, Natascia piangeva in silenzio. Un giorno Michele propose di portare Ale a riposare nella loro casetta nel parco: la natura migliorò il bambino e lui, tornato in clinica, era in remissione. Michele corse da loro felice: «Ale, hai aiutato i globuli rossi a vincere tutte le battaglie!» Una storia di rinascita tra le tempeste della vita, di una donna che ha perso tutto ma che, tra dolore e speranza, trova la forza nell’amore e nella famiglia che si ricostruisce, anche quando il destino sembra togliere ogni certezza.
La mattina dopo, Andrea rimase a lungo davanti allo specchio. Non riusciva a riconoscere il suo riflesso – ombre grigie sotto gli occhi, volto pallido, e sul comodino – il foglietto piegato con l’indirizzo che lei gli aveva dato.