Quando mi resi conto che mio figlio aveva abbandonato una donna incinta, fu come se Firenze improvvisamente si inclinasse, i tetti rossi improvvisamente ondeggianti tra sogno e realtà, e sopra tutto il sole cocente, che scioglieva ogni logica. Non provai vergogna, solo un misto di rabbia e pietà per quella ragazza, Lucia, che avevo visto sfrecciare su un vecchio motorino tra le strade storte di San Frediano, con la tuta arancione della pizzeria, il pancione sporgente e gli occhi seminchiusi dalla fatica. Decisi allora che avrei tradotto il senso del dovere in azione, anche se tutto intorno sembrava surreale come in un quadro di De Chirico.
Bussai alla sua porta un mercoledì pomeriggio, immersa in una luce quasi liquida. Lucia mi aprì ancora vestita da lavoro, il ventre ben disegnato sotto la felpa, gli occhi svuotati da giorni che sembravano non finire mai. Nel corridoio galleggiava un odore di basilico e di pioggia.
Sì? domandò con voce incerta.
Sono la madre di quellirresponsabile che ha pensato di sparire dissi senza girarci intorno. E sono qui per sistemare le cose.
I suoi occhi si empierono dacqua come fontane di piazza della Signoria.
Signora, non voglio guai
Non sono venuta per portare guai, ragazza mia. Sono venuta con una soluzione. Conosci lavvocato Bianchi? È il migliore della città per queste faccende. Ho già saldato il suo onorario. Domani hai appuntamento con lui alle tre.
Rimase gelata, come quelle statue in marmo che nessuno ricorda il nome. Così continuai:
Mio figlio è uscito dal mio grembo, ma non mi appartiene la sua coscienza. Pagherà il mantenimento, anche se dovrà fare il cameriere a vita in qualche osteria del centro.
Così fu. Lavvocato era deciso e preciso come una lama; la giustizia seguì il suo flusso notturno. Quando nacque mia nipote la mia nipotina, sia che mio figlio volesse sia no presi la mia vecchia Cinquecento, la caricai di pannolini, tutine e una culla ancora da montare, e mi precipitai allospedale Careggi, sotto una pioggia che sembrava latte.
Signora, davvero non serve…
Serve eccome la interruppi, sistemando le coperte. Sono la nonna.
Mio figlio, Marco, smise ovviamente di rivolgermi la parola, tacciandomi di tradimento, dingerenza, di avergli rovinato la vita. Gli risposi che chi ha rovinato una vita era lui, e che io stavo solo cercando di rattoppare lo strappo.
Così passarono due anni. Lucia e la mia nipotina, Elena, adesso vivono con me, sotto le travi storte e i poster sbiaditi del quartiere Oltrarno. Lucia studia la sera per diventare infermiera, mentre io balbetto ninne nanne e preparo brodi di pollo per la piccola. Siamo la famiglia più strana e unita del palazzo, con i vicini che ci guardano come fossimo usciti dal televisore acceso su Rai1 a mezzanotte. Marco continua a ignorarmi, ma versa puntualmente il mantenimento quellavvocato sembra uscito da un tribunale di Dante.
Ieri, mentre davo il latte ad Elena, Lucia mi abbracciò da dietro, come in un sogno pieno di suoni ovattati.
Grazie, mamma sussurrò piano.
Mamma, eco dolce e familiare che sembrava galleggiare sulla nostra tavola apparecchiata.
E allora mi domando: esiste regalo più grande che ricevere una figlia e una nipote anche se per questo perdi, almeno per un po, un figlio? A volte la famiglia non è ciò in cui nasci, ma ciò che scegli ostinatamente di difendere. Tra le strade allungate di Firenze e i sogni che non smettono mai del tutto, ho trovato affetto, responsabilità, coscienza e un amore che nessuno si sarebbe aspettato.







