Un ragazzo salvò un bambino da un’auto chiusa a chiave rompendo il finestrino ma invece di gratitudine, la madre chiamò la polizia: ecco cosa successe.
Luca stava tornando a casa dopo un turno massacrante. Le strade brillavano sotto il sole cocente il termometro segnava più di trenta gradi, e laria era così densa che sembrava di camminare in un forno. La gente era sparita, nascosta nelle case, nelle stazioni della metro o allombra dei rari alberi.
Svoltò nel vialetto accanto al vecchio supermercato e allimprovviso si fermò. Di colpo. Non per la stanchezza, no. Qualcosa lo aveva colpito dentro. Un pianto. Il pianto di un bambino.
Si irrigidì. Il cuore gli batteva forte. Si voltò un parcheggio, quasi vuoto. E proprio lì, sotto un albero mezzo secco, cera unauto. Una macchina straniera di lusso, con i vetri oscurati. Il suono veniva da lì.
Si avvicinò lentamente, i passi pesanti come piombo. I finestrini erano appannati. E dentro sì, cera un bimbo. Un bambino piccolo, forse un anno. Le guance rosse, gli occhi semichiusi, le labbra screpolate dalla sete.
Luca provò ad aprire la portiera. Chiusa. Fece il giro dellauto nulla da fare.
Aiuto! AIUTO! gridò. Ma nessuno rispose.
Poi vide un sasso sul marciapiede. Nella sua testa risuonò: «È illegale. È un atto vandalico.» Ma poi guardò di nuovo il bambino.
Afferrò il sasso e ruppe il finestrino.
Unondata di calore soffocante uscì dallabitacolo. Spalancò la portiera, slacciò la sicura, prese il piccolo tra le braccia respirava appena. E corse. Lospedale era a due isolati. Non






