Caro diario,
Non ho mai desiderato dei figli; anzi, devo ammettere che i bambini non mi sono mai piaciuti molto. Mi sono sposata a ventanni, poi, a trenta, è nato mio figlio. Ma perché ho scelto di diventare mamma? A dire la verità, ancora oggi non so rispondere. Era la cosa che si faceva a quei tempi. Me lha ripetuto più volte mia madre: Nessuno si aspetta che tu abbia tanti figli, ma almeno uno lo devi mettere al mondo. Altrimenti la famiglia non si può dire completa. Tutti fanno un figlio, fallo anche tu. Dopo sarai libera di vivere come vuoi, nessuno avrà più niente da dirti.
Durante tutti quegli anni di matrimonio, le chiacchiere sulla maternità mi circondavano. Sembra che tutti volessero che anchio compissi il mio dovere di donna. Le conversazioni delle zie, delle cugine, delle amiche: tutti parlavano sempre e solo di questo. Mi sentivo quasi sommersa, soffocata da questi discorsi.
Spesso sentivo dire che un figlio è il fiore della vita. Nessuno capiva perché ci stessi mettendo così tanto: quasi mi accusavano di perdere tempo e insistevano affinché facessi presto questo passo così importante e naturale. Addirittura mi avvertivano che, se avessi aspettato troppo, me ne sarei pentita da anziana.
Alla fine, ho ceduto e ho avuto mio figlio. Eppure, quella famosa ondata damore per lui, che tutti dicevano sarebbe arrivata, non è mai arrivata. Nessun miracolo, niente estasi materna. Sono sempre rimasta distante, quasi indifferente. Il bimbo paffuto non mi faceva tenerezza come avrei voluto. Non mi scioglievo quando tornava a casa con il grembiule tutto sporco e un mazzolino appena raccolto. Neppure il giovane ormai laureato, così brillante, è riuscito a scatenare in me quel sentimento che speravo. Mi sono impegnata tanto, ho provato in ogni modo a risvegliare un istinto materno che però non è mai sbocciato. Cercavo risposte ovunque, ma niente funzionava.
Spesso cercavo di stare lontana da mio figlio quanto più possibile. Mi consolavo buttandomi a capofitto nel lavoro, accettando i turni più difficili e i compiti più noiosi. Ogni occasione era buona per rifugiarmi in cucina o per riordinare casa, ma trascorrere del tempo con lui proprio non mi veniva naturale.
Pensa che una mia amica mandava la figlia dalla nonna durante lestate e poi si lamentava perché le mancava così tanto. Diceva che la casa senza di lei era vuota e triste. E io che faticavo a capire: come si può sentire la mancanza di un figlio? Io, invece, pensavo che in quel caso forse, finalmente, avrei respirato. Peccato solo che mio figlio non avessi nessuno a cui mandarlo, ripenso oggi con una certa malinconia.
Devo però riconoscere che, nonostante tutto, sono sempre stata una madre responsabile. Non ho mai riversato su di lui la mia noia o la mia insoddisfazione: non era certo colpa sua se avevo ceduto al volere degli altri. Un figlio lavevo fatto, quindi il mio compito era crescerlo bene. Perciò mi sono impegnata: gli leggevo storie, giocavo con lui, lo accompagnavo sulle giostre, allo zoo, partecipavo alle sue attività. Mi sono interessata ai suoi amici, mi sono presa cura di lui in ogni modo. Ho fatto di tutto perché potesse avere uninfanzia serena.
Quando aveva dodici anni, ho divorziato da suo padre. Da allora mi sono occupata da sola delleducazione di mio figlio. Lex marito non era molto presente, ogni tanto mandava qualche soldo per il mantenimento, ma poco altro. Per fortuna mio figlio era intelligente, autonomo ed educato: davvero un bravo ragazzo, mai un problema.
Sono riuscita a garantirgli una buona formazione, e con qualche sacrificio lho aiutato a trovare un posto fisso in una ditta di Milano piuttosto stimata. Gli ho anche dato un po di soldi euro presi da tutti i miei risparmi per pagare parte del mutuo della sua casa.
Quando ha finalmente preso la sua strada, ho sentito una sorta di liberazione. Mio figlio ormai era adulto, responsabile, non aveva più bisogno di me. Da quel momento, ho potuto finalmente cominciare a vivere la vita che desideravo da sempre, senza dovermi sentire in colpa. E mi sono accorta di sorridere.
Oggi mio figlio ha ventotto anni, è sposato e padre di due bambini. Mia nuora è rimasta quasi sconvolta dal fatto che io sia così distante: non telefono mai, non chiedo mai dei nipotini, non ho mai desiderato andare a trovarli. Insomma: per me il non avere contatti va benissimo.
Ripenso a quando mia nuora tentava di ricattarmi emotivamente: Se non fai come dico, non ti faccio più vedere i bambini. E io invece, dentro di me, mi chiedevo: ma si accorgerà mai che questa non è affatto una punizione? Non provo nessun bisogno di vederli. Farò sempre quello che ritengo giusto per me, e basta. Ormai credo che mia nuora si sia resa conto che non sto bluffando, ma lindifferenza è autentica. Ci incrociamo solo per i pranzi delle feste, ma pochissimo altro. Non sento il bisogno. Magari sono davvero una madre e una nonna poco affettuosa, ma cosa ci posso fare?
Ora ho trovato altre scuse: dico che mio figlio non mi chiama perché sta bene, che se ci fosse un problema mi telefonerebbe subito. In effetti, lui adesso è già preso dal lavoro, tutto il suo tempo è impegnato. E io non sto lì ad aspettare le sue telefonate.
Viviamo vite separate, ognuno con i propri spazi e interessi. Io ho il mio cane e il mio orto; le giornate sono sempre piene, troppo per pensare ai figli o ai nipoti. E onestamente, sarebbe difficile dire se sono stata una madre brava o meno. In fondo, se lui è arrivato dove sta, è anche grazie alle energie che ho dedicato alla sua crescita.







