Il rischio nel sangue: una domenica qualunque nella vita della famiglia Rossi tra diagnosi, genetica e scelte difficili

Gen di rischio

La mattina, nellappartamento avvolto da muri color burro e ombre lunghe, regnava un silenzio denso e surreale, come se fosse stato spolverato da donne anziane invisibili. Era domenica, la fine di novembre: fuori la luce era liquida e lattiginosa, i rami spogli dei platani grattavano la nebbia sopra i caseggiati. In cucina, nel piccolo trilocale di Via Colle Fiorito, il frigorifero borbottava piano come se parlasse con le pentole e il bollitore, abbandonato, si raffreddava in mezzo a tazze colme di ricordi del sabato sera.

Saverio sedeva al tavolo, spellava lentamente unarancia, deponendo le scorze in una vecchia ciotola da antipasti che si credeva un posacenere. La moglie, Giuliana, frugava nel pensile più alto, mescolando confezioni di caffè e filtri a caccia dellaroma perduto. Sulla sedia accanto alla finestra, respirava la giacca trapuntata del figlio, Daniele, e ai suoi piedi giaceva lo zaino schiacciato dai manuali universitari. La figlia, Agnese, aveva assicurato che sarebbe passata per pranzo col suo nuovo fidanzato, un certo Ivan, di cui i genitori conoscevano solo la voce telefonica.

Quanti anni ha questo Ivan? domandò Giuliana, senza voltarsi.

Boh, chi lo sa Saverio scrollò le spalle con un gesto che galleggiava tra apatia e fiaba. La voce sembra adulta. Sul telefono

Giuliana emise il suo classico sospiro nebbioso, quello che usava spesso negli ultimi tempi, come se le servisse per restare ancorata a terra. Saverio non ci faceva più caso: quarantasei anni, progettista termotecnico in una piccola azienda; la sua vita era un treno lanciato piano: lavoro, casa, rari amici, la partita del giovedì e le bollette affilate come grissini. I suoi genitori erano ormai polvere sulle lapidi di un cimitero fuori città; restava solo la mamma di Giuliana, signora Valentina, che viveva in un vecchio appartamento nel cortile accanto, tra rosari, piante di basilico e copie di Famiglia Cristiana.

Dopo pranzo vado da mamma, disse Giuliana. Si lamenta ancora delle gambe.

Quelle gambe erano una saga senza tempo: artrosi, vene blu come fiumi senzacqua, i farmaci ordinati dalla farmacia comunale, ogni scatolina segnata con la biro. Saverio laccompagnava in ospedale quando poteva, senza mai irritarsi, solo con una specie di malinconia tenera; la vecchiaia era come le nuvole sopra Torino, inutile opporsi.

La porta si aprì col suono di un sogno che inciampa. Entrò Daniele, alto e sottile come una canna al vento, le cuffie sulle orecchie. Si tolse le scarpe di corsa, annuì senza parole, sgusciò via col silenzio di chi scivola tra le pieghe della realtà.

Mamma, dopo mangio. Vado in palestra.

In palestra, ci vai, borbottò Giuliana. E la sessione si passa da sola?

Va tutto bene, rispose Daniele, schivando il temporale materno con listinto delle tane. Mi mancano solo due esami.

Saverio lo guardò come si guarda uno specchio magico: sembrava ieri che gli insegnava a pedalare nei cortili, ora era un ragazzo muscoloso e tatuato, strano e lontano.

La loro vita era una pizza tiepida della domenica, uguale a tante: mutuo per un bilocale, ferie risicate tra Liguria e Puglia, liti piccine per i conti, i rifiuti, le telefonate ai parenti. Nulla di speciale, ma pieno di dettagli minuscoli e strani, come pellicole di un vecchio sogno italiano.

Giuliana sul divano la sera stringeva le gambe e si lamentava a voce bassa. Saverio cercava colpe nella pioggia o nella scuola elementare dove lei lavorava come ragioniera, sommersa da scartoffie e bambini urlanti.

Quella domenica, però, tutto cominciò da sua madre. Valentina chiamò allora del ragù, proprio mentre Agnese e Ivan si toglievano i giubbotti nellingresso, e in tavola fiorivano insalate di riso, aringhe marinate e pollo al forno.

Giulianina, la voce di Valentina oscillava come un lume nella tormenta, la mano mi si è quasi bloccata… E la gamba pareva fatta di mollica… Mi sono spaventata.

Giuliana diventò pallida come la panna nella crostata, lasciò la forchetta.

Vengo subito, mamma.

Saverio si alzò coagulando una decisione tra le dita.

Vengo anchio.

No. Tu resta. Agnese, guarda tu il fidanzato, io torno in fretta.

Ma Saverio si mise il cappotto, testardo come una moneta attraversata da due facce. Scesero insieme il ballatoio, attraversarono cortili pieni di panni, tra patii odorosi di sugna e detersivo. Nellandrone della suocera il profumo era un miscuglio di cavolo lessato e lavanda.

Valentina li accolse reggendosi allo stipite, dignitosa e sgranata.

Fatti vedere, su, disse Giuliana accalorata. Quale mano ti duole?

Questa… rise la vecchia, cercando di sdrammatizzare. Forse sarà la pressione.

Saverio la fissava e sentiva un piccolo ragno inquieto camminare nei suoi pensieri. Aveva settantadue anni, ancora arzilla, il lunedì in chiesa a recitare il rosario, pranzi condivisi con la vicina e un colpo docchio sempre acceso. Ma ora si confondeva, dimenticava i fornelli accesi.

Chiamo il 118, decise Saverio.

Ma dài, adesso passa, protestò Valentina.

Non passò. Unora dopo erano già in pronto soccorso allOspedale Martini, tra corridoi sudati e poster scoloriti. Ode di disinfettante e cibo stanco di mensa circondavano una processione di giacche e borse appese sulle ginocchia di estranei perennemente in attesa.

Valentina sparì su una barella dietro il sipario delle emergenze. Giuliana camminava avanti e indietro come una rondine smarrita. Saverio provò a chiamare Agnese, spiegare il ritardo; nessuna risposta.

Saranno solo i nervi, disse debole, come parlando a una tenda.

Giuliana annuì; gli occhi dilatati, pieni di una paura gessosa.

La diagnosi arrivò nel vespro: un medico basso dalla faccia vissuta li invitò nel box visita.

Vostra madre mostra segni di patologia neurologica, spiegò snocciolando le lettere nella tastiera. Tac negativa, nessun ictus, ma sospettiamo un processo degenerativo.

Degenerativo? Giuliana si perse negli echi.

In pratica ci sono alcune modifiche nel cervello. Bisogna approfondire da uno specialista, magari neurologico, anche genetico.

Saverio sentì che la parola genetico si affacciava come una cattedrale ignota tra le sue ossa. Non aveva mai pensato che potesse toccare la sua famiglia.

Ma… è ereditario? domandò.

È troppo presto per dirlo, rispose il medico. Esistono malattie con componenti ereditarie. Prima di tutto bisogna escludere altre cause. Vi do un appuntamento.

Uscirono nel corridoio dove i neon vibravano e laria odorava di ammoniaca e mistero. Riportarono Valentina nella sua stanza; lei scherzò goffa:

Beh? Sono ancora viva?

Giuliana si sedette accanto, le prese la mano.

Mamma, non fare la spiritosa.

Saverio guardava la finestra annerita come un fondale irreale. Un solo pensiero: ereditario.

Una settimana dopo, Torino rimaneva sempre la stessa. Ma la famiglia prese il treno per il centro clinico a Novara, la clinica neurologica sembrava unaltra dimensione di luci e schermi. Valentina venne esaminata, spogliata di orgoglio sotto la risonanza magnetica, piccoli test di gesti ripetuti, camminate sui pavimenti a scacchi.

Poi, nella stanza delle sentenze, li ricevette una donna sui quaranta col camice immacolato. La targhetta dichiarava: dott.ssa in genetica.

Ho controllato i vostri esami, disse, i fogli come fossero farfalle vi sono motivi di sospetto per una malattia neurodegenerativa ereditaria: la malattia di Huntington. Ne avete già sentito parlare?

Saverio scosse la testa, Giuliana pure.

Si tratta di una mutazione in uno specifico gene. Per questo le cellule cerebrali muoiono a poco a poco, compaiono movimenti involontari, variazioni dellumore, della coordinazione. È una malattia progressiva.

Il tono era pacato, quasi ordinario. Saverio avvertì crescere un freddo magmatico.

Ma perché solo adesso? chiese Giuliana, arrotolando gli anni tra le dita. La mamma ha più di settantanni…

Ogni caso è diverso, spiegò la genetista. Il debutto può avvenire tardi o precocemente. I sintomi di vostra madre sono appena accennati ma tipici. Per certezza serve un test genetico.

Ma… è davvero ereditario? Saverio si aggrappava ai punti interrogativi.

Sì. Se la mutazione esiste, ogni figlio ha lo stesso rischio: una possibilità su due. Nessuna sfumatura, nessuna via di mezzo.

Giuliana sbiancò. Saverio la sostenne con una mano.

Quindi guardava la genetista come dentro un sogno che non voleva. Potrei averlo anchio?

È possibile, oppure no, spiegò la dottoressa, gentile ma fredda. Solo il test lo rivela. Non si riconosce dallaspetto o dalla salute attuale. Esiste per questo il test predittivo.

Saverio annotò la parola predittivo tra le nuvole della mente. Predire.

E i nostri figli? domandò. Sono a rischio anche loro?

Se la mutazione è presente in voi, per ogni vostro figlio la probabilità sarà sempre del 50%. Se non cè in voi, non può esistere in loro.

Il silenzio ingigantì come la neve sui rami. Dallatrio arrivavano voci ovattate.

Nessuno vi obbliga al test, aggiunse la dottoressa. La scelta è personale. Di solito si fa un percorso con psicologo e consulente. Bisogna sapere perché si vuole la risposta, e come si affronterà.

Saverio assentì, anche se non capiva più niente. Le facce di Agnese e Daniele gli giravano in tondo in testa.

A casa, la cucina era una nave in stallo. Un pentolone di minestrone sulla fiamma spenta, nessuno assaggiava.

Cinquanta per cento, sussurrò Giuliana. Come una moneta in aria.

Saverio si versò un bicchiere di grappa, gesto inusuale a metà settimana. Lo ingoiò intero, senza pane.

Non sappiamo ancora nulla, balbettò. Può darsi che tu non abbia la mutazione.

E se lavessi? domandò lei, fissando il vuoto. Allora vorrebbe dire… che lho regalata a loro?

Saverio non trovò né fiato né parole. Le appoggiò una mano sulla spalla, pesante e lieve.

La sera riunirono i figli in salotto. Agnese rannicchiata sulla poltrona grossa, Daniele sul bracciolo. La TV spenta come una scatola di sogni vuoti.

Siamo stati con la nonna in ospedale, iniziò Giuliana; la voce tremava ma restava dritta. Hanno sospettato una malattia ereditaria…

Come, ereditaria? Dici di geni? Daniele corrugò la fronte.

Sì, Giuliana confermò. La malattia di Huntington. Una mutazione. Se cè, ogni figlio…

Cinquanta percento, tagliò Saverio.

Il tempo in stanza si si curvava, le lancette quasi sospese.

E quindi potrei averla anchio? Agnese aveva tre anni più di Daniele, lavorava in unagenzia pubblicitaria: autonoma ma presente.

Si può, oppure no, rispose Giuliana. Prima bisogna capire se cè in me.

E come? Daniele aveva la voce incerta, come chi salta nel vuoto.

Cè un test genetico, intervenne Saverio. Ma non è uno scherzo. Prima si parla con i medici, con uno psicologo.

E se non lo fai? domandò Agnese. Continuiamo e basta?

Si può, disse Saverio. Nessuno obbliga.

E se invece sì? incalzò Daniele. Se scopri che hai quella roba, poi?

Vivi con la consapevolezza, rispose Giuliana, in un sussurro. Che un giorno forse ti ammalerai. O forse no.

Agnese strinse i braccioli.

Cè cura?

No. Solo si alleviano i sintomi Non si guarisce.

Più nessuno parlò. Saverio sentì che la stanza si opacizzava, come se servissero nuovi polmoni.

Io voglio saperlo, sbottò Daniele. Se esiste il test, lo faccio.

Giuliana si voltò di scatto.

Non hai ancora capito, disse. Prima io.

E se tu decidi di non farlo? ribatté.

Basta ora, Saverio intervenne. Ora non serve discutere.

Serve sempre, Daniele piantò lo sguardo, teso. Quando è troppo tardi?

Giuliana si alzò, scura.

Basta, sono sfinita. Non adesso.

Chiuse la porta dietro di sé. Saverio rimase con loro.

Serve tempo, disse. Non è un compito in classe da consegnare lunedì.

Agnese annuì lontana, Daniele strozzava le parole tra i denti.

Nei giorni seguenti la vita proseguì come in una pellicola italiana anni sessanta: lavoro, scuola, supermercato, bollette da pagare. Ma ovunque frusciava una domanda sospesa: fare il test o non farlo?

Giuliana andava da neurologo e psicologo. Saverio la accompagnava, aspettava nei corridoi ascoltando i passi degli altri. In una sala, il genetista spiegò con gentilezza:

Il test ci dice se nel gene cè una sequenza allungata. Se sì, la malattia si svilupperà, ma nessuno sa quando né come. Se no, nessun rischio per lei né per i figli.

E se non voglio sapere? chiese Giuliana.

Anche questo è un diritto, rispose il medico. Alcuni scelgono di restare nellincertezza. Basta capire cosa vi fa stare meglio.

E i figli? domandò Saverio.

Essendo adulti, decidono loro. Ma di solito si consiglia di testare prima il genitore. Se negativo, il rischio per i figli sparisce.

Giuliana pensava ad Agnese neonata tra le braccia, a Daniele scalpitante allasilo. Aveva paura allora di raffreddori e cadute; ora la paura era tutta nuova.

Se risulto positiva, domandò, mi possono licenziare? Negarmi unassicurazione?

In Italia non esiste ancora una legge precisa, spiegò il medico. Ma il risultato è coperto da segreto medico. Sta a voi decidere chi lo deve sapere.

Alla sera, in cucina, ragionavano:

Se ho quella cosa, mormorò Giuliana, non voglio essere guardata come una condannata.

Non ti guarderei mai così, promise Saverio.

Però già lo fai, sorrise stanca Giuliana. Lui avrebbe voluto negare, ma sapeva che dentro ogni smorfia, in ogni sua dimenticanza, ormai cercava un segnale nascosto.

Agnese una sera bevve il tè seduta tra loro.

Ho letto sul web, disse. Certe persone, con il rischio, scelgono di non avere figli.

Ma ancora non sai, obiettò Saverio.

Se lo sapessi? domandò lei. Io e Michele volevamo un bimbo ora mi sembra un azzardo.

Non pensarlo, interruppe Giuliana, la tazza che tremava sul tavolo. Non è colpa tua.

Se passassi la malattia, sarebbe mia responsabilità, rispose Agnese, calma e tagliente.

Saverio sentì un filo invisibile allungarsi. Da un lato il desiderio di normalità; dallaltro, la paura di un nipote segnato dalla genetica.

Daniele rispondeva diversamente. Sempre più ore in palestra, più amici, più musica sparata. Saverio lo sorprendeva su siti web di malattie, statistiche mediche, storie di vita. Una volta trovò la cronologia aperta.

Mi spii? esplose Daniele.

Ho paura per te, confessò Saverio.

Anche io. Ma in anticipo non voglio sguardi compassionevoli.

Un giorno, Giuliana tornò con un modulo della clinica: autorizzazione al test.

Non so se ce la faccio, disse, seduta al tavolo. Ho paura di sapere.

Ma hai più paura a sapere o a non sapere? chiese Saverio.

Lei lo fissò, gli occhi liquidi.

E tu che faresti?

Lui non sapeva. Una parte di sé urlava scopri la verità, laltra sussurrava lascia stare, per non distruggere i giorni che restano.

Davvero non lo so, ammise.

Alcuni giorni dopo andarono a trovare Valentina in ospedale. Era stata spostata in neurologia; la stanza odorava di medicine e zucchero filato. Sui comodini, bicchieri dacqua e una piccola Madonna di Lourdes.

Come va? chiese Saverio.

Resisto, rispose la vecchia. I dottori dicono che ho qualche malattia strana dallestero. Io ho detto che sarà un castigo divino.

Mamma, non scherzare, si rabbuiò Giuliana.

Oh, che sarà mai! Valentina strinse le spalle. Tutto è volontà di Dio.

Saverio capiva che per lei era meglio così: col destino si sbaglia meno.

Ti hanno proposto il test? chiese Giuliana, appena soli.

Che test? Mi fanno sempre prelievi, non mi importa il nome, replicò Valentina. Tanto so che non camperò ancora a lungo.

Mamma

Pensa a te stessa e ai tuoi ragazzi. Non tormentarti, quello che è scritto, è scritto.

Quelle parole si infilarono nella testa di Giuliana come frecce. Ciò che è scritto, è scritto. Le davano pace e fastidio allo stesso tempo.

La clinica offrì presto una consulenza familiare. In una stanza, fra pareti color pastello e una scatola di fazzoletti, si sedettero tutti: Giuliana, Saverio, Agnese e Daniele. Davanti: genetista e psicologa.

Non vogliamo spingervi a scegliere, disse la psicologa, maglioncino e foulard ma capire insieme i vostri bisogni.

Temo di diventare un peso, confessò Giuliana, a occhi bassi. Che mi chiudano in casa, io che urlo e non capisco più niente.

Saverio sentì la gola stringersi.

Ho paura di non vedere mai i miei nipoti aggiunse lei, più piano.

Agnese fissava il pavimento. Daniele guardava in strada.

E lei? chiese la psicologa ad Agnese.

Temo di mettere al mondo un bambino malato. E anche il contrario: di pentirmi, se non lo faccio.

Io ho paura di restare nel dubbio, disse Daniele. E, nel caso, di sapere che sono segnato.

E lei? si rivolse la psicologa a Saverio.

Rise amaro.

Ho paura di fallire. Di non saperli sostenere, e di guardare mia moglie contando gli anni.

Il vuoto si appese al muro. La psicologa annuì.

Queste paure non spariranno: il test le trasforma, non le cancella.

Alluscita il vento sè fatto tagliente. Agnese rimise il cappotto, con decisione.

Ho deciso, disse affrontando il marciapiede. Non faccio il test. Finché non avrò figli userò ogni precauzione. Se lo vorrò, penserò alla fecondazione assistita, magari scegliendo lembrione giusto. Lho letto online.

Costa, osservò Saverio.

Ma almeno è onesto. Agnese scosse la testa. Non resisterei con una condanna in mano.

Giuliana la guardava con orgoglio e sofferenza.

Io invece farò il test, decise Daniele. Voglio la verità.

Ne parleremo, intervenne Saverio. Basta arrabbiarsi sui gradini.

Ma ognuno già partoriva la sua scelta. Il viaggio a casa fu silenzioso, la radio trasmetteva canzonette leggere, irreali come i sogni.

Pochi giorni dopo, Giuliana si prenotò per il test. Saverio le stette accanto. Le spiegarono che la risposta sarebbe arrivata in quaranta giorni.

È lunga, sospirò lei uscendo dalla sala prelievi.

Ma meno che unesistenza nel dubbio, provò Saverio a scherzare, ma la battuta scivolò.

Il tempo si allungava come una gomma da masticare amara: traffico, mail, i compiti dei ragazzi, le notizie tristi, le cose di sempre. Ma qualsiasi errore una parola dimenticata, le chiavi perse, un bicchiere tremolante era un indizio da decifrare.

Una sera, Daniele rientrò scuro in volto.

Oggi lezione di biologia, gettò le scarpe, la prof parlava di mutazioni, malattie ereditarie. Sembrava parlasse di me.

Potevi uscire, suggerì Giuliana.

E spiegare perché? Dire: Scusate, io potrei avere questa roba? No, grazie, rise secco.

Saverio si avvicinò, lo abbracciò sulla spalla.

Non devi spiegare niente a nessuno.

Tranne che a voi, vero? A voi serve sapere tutto.

Voglio che tu abbia la tua vita, disse Saverio calmo.

E io voglio sapere per quanti anni… Daniele andò via.

Il giorno della verità nevicava leggero, Torino sembrava il fondale di una fiaba smarrita. Saverio si prese un permesso, accompagnò Giuliana alla clinica.

In sala dattesa, visi smarriti, giovani coppie silenziose, documenti tra le mani.

Non entro, sussurrò Giuliana. Non voglio la risposta.

Saverio la osservò: era pallida, le mani serrate.

La risposta esiste, anche se non la ascoltiamo, disse. Ma cambia solo noi.

Dal corridoio arrivò la chiamata del medico. Saverio suggerì: Entro io con te. Se vuoi.

Lei annuì.

La dottoressa li attendeva con la cartelletta.

Buongiorno, i risultati sono pronti.

Saverio temeva di sciogliersi.

Nei suoi geni, le ripetizioni sono nel range fisiologico. Non ha la mutazione di Huntington.

Saverio ci mise un attimo a capire. Le parole rimbalzavano.

Allora non ho rischio? Giuliana quasi non ci credeva.

Niente mutazione, niente rischio per lei né per i figli.

Saverio sentì il fiato tornare dopo mesi. Giuliana piangeva nel suo abbraccio, come scossa da una corrente antica. Cera commozione, paura e sollievo.

Uscirono dalla clinica e tutto sembrava più chiaro, quasi irreale.

Avvertiamo i ragazzi? propose Giuliana asciugando le lacrime.

Prima respiriamo, poi li chiamiamo.

Davanti alla clinica Saverio chiamò Agnese.

Quindi… è tutto a posto? chiese lei, stupita. Papà, vengo dopo.

Daniele rispose già sapendo.

E allora? domandò.

Tutto bene. Nessuna mutazione.

Ok, ricevuto.

Saverio riportò la cosa a Giuliana.

Sembra che non ci credano.

Neanchio credo, rispose lei. Sembra che ci abbiano tolti dalla fila.

La sera riunirono la famiglia. Agnese portò una torta, Daniele un sacchetto di clementine. Piatti, contorni, la moka borbottava.

Allora siamo sani, concluse Daniele, ironico.

Per questa storia, sì, replicò Agnese.

Siete stati fortunati, bisbigliò Giuliana e anchio. Ma la mamma…

Tutti tacquero; la gioia e la colpa tracciavano una linea sottile. Saverio pensava a Valentina, sola in corsia.

Domani vado da lei, disse Giuliana. Devo dirle che non lho ereditata.

Capirà? Daniele alzò le spalle.

Non so, rispose la madre. Ma lo dico lo stesso.

Dopo cena, Agnese lavava i piatti.

Non sono sicura nemmeno ora, sussurrò. Devo pensarci sui figli.

Non cè fretta, la rassicurò Saverio. Il rischio è sparito, ma non la vita… la vita è rischio di suo.

Agnese sorrise: Sei diventato filosofo?

Solo papà.

Daniele in salotto, il telecomando che saltava e il pensiero lontano. Giuliana lo raggiunse.

Volevi il test.

Ora non serve. Mi sono già riempito di paura una volta.

Ci costruiremo altre paure, sorrise lei.

Mamma, sei arrabbiata con noi? Per come abbiamo reagito?

Sono arrabbiata solo con me stessa. Non con voi. Avete diritto alla vostra paura.

Lui la abbracciò, stretto per la prima volta come un adulto.

Il giorno dopo Giuliana varcò la soglia dellospedale. Valentina guardava fuori.

Mamma, non ho la mutazione. È ufficiale.

Grazie al cielo, sorrise Valentina. Ho pregato per voi.

Anche per te?

Anche. Ma il mio tempo è finito. Voi vivete.

Giuliana le accarezzò la mano: Ti starò accanto, fino a che posso.

Lo so, la vecchia la guardava serena. Ma non fare la tua vita una corsia dospedale. Hai figli, hai un marito. Vivi anche per me.

Sulla via di casa, Giuliana sentì che tutto sembrava tornato normale. Ma era una normalità nuova, diversa. Ormai erano cambiati tutti, senza più paraventi.

La sera, Saverio pelava patate, Agnese mandava sul gruppo WhatsApp una foto buffa della metro di Lingotto. Daniele digitava sul portatile.

Papà, disse alzando la testa, sto guardando le polizze vita. Penso di farne una, non perché sono malato ma così vi do sicurezza.

Saverio rise.

Bravo figlio, ci pensi già tu a noi.

Con i geni, ci è andata bene. Il resto tocca a noi controllarlo.

Giuliana ascoltava con una pace nuova, la paura sedimentava piano, diventava quasi umana.

Ho preso appuntamento dalla psicologa, annunciò. Non solo per la malattia. Per tutto.

Ottimo, approvò Saverio. Ci andrò anchio, magari.

Terapeutico di famiglia, rise Daniele.

Proprio così, sorrise Giuliana.

Bevevano tè. Fuori i fiocchi di neve si appoggiavano alle ringhiere senza fermarsi. Nellappartamento scorreva un calore tenue, nellaria i messaggi di Agnese e, altrove, Valentina addormentata sotto passi morbidi.

Nessuno di loro aveva scelto la storia che viveva. Ognuno aveva trovato il suo modo di convivere col rischio, o col non-sapere. Ma erano ancora famiglia. Con cicatrici, battute, silenzi e abbracci.

Saverio sollevò la tazza, notandone il peso. Sapeva che il futuro portava sempre imprevisti: nuove diagnosi, bollette, feste, litigi. Nessuna garanzia, nessun contratto in euro per la felicità.

Ma quella sera, attorno al tavolo, erano insieme. Ed era già abbastanza.

Guardò Giuliana. Lei seguiva i fiocchi oltre il vetro, con un sorriso appena accennato: quello di chi ha attraversato la tempesta e ora, con calma, impara a respirare ancora.

Ancora un po di tè? chiese.

Versane, rispose lei.

E nel semplice movimento di quello stesso gesto, Saverio avvertì che cera dentro tutto. Qualcosa che nessun referto, nessuna lettera, nessun destino avrebbe potuto misurare.

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Il rischio nel sangue: una domenica qualunque nella vita della famiglia Rossi tra diagnosi, genetica e scelte difficili
Solo con il test del DNA. Non vogliamo figli di altri, – ha dichiarato la suocera – Solo centomila euro! – sogghignò Elisabetta. – Valuti così poco la libertà del tuo figliolo? Magari riesci a raccattare persino duecentomila? – Se serve, li trovo, – borbottò Maria. – Quindi, accetti? Se è solo questione di soldi… – Dimmi la verità, Maria, ci hai pensato molto prima di propormi questa cosa? – chiese Elisabetta. – Mettiamo da parte i soldi per ora! Parlamene da donna a donna! – Su, non facciamo la morale, – fece una smorfia Maria, – nessuno è senza peccato! Tu, da mamma con tanti figli, dovresti capire che per il proprio bambino… – Vuoi forse comprarmi? – incalzò Elisabetta. – O vuoi comprare mia Daria? Pensi che siamo tanto disperate che bastano due soldi per sistemare tutto e renderci felici? E che tuo Ivan abbia prima riempito la testa di mia Daria di promesse, poi l’abbia messa incinta e ora… Non so neanche come dirlo. Se la stia svignando o se si sia rifugiato sotto le gonne di mammà! Perché, insomma, si occupino gli altri dei suoi guai! – Elisabetta, guardiamoci in faccia, – disse Maria. – Ivan ha solo diciott’anni! Non è pronto per famiglia e figli! Deve studiare, trovarsi un lavoro! Dove credi che andrà, se deve già portarsi dietro il peso di una famiglia con bambino? – E prima non ci pensava Ivan, quando si è avvicinato a mia Daria? – ridacchiò Elisabetta. – Sta iniziando ora la vita da adulto responsabile! Ha fatto un figlio, che se ne assuma la responsabilità! Altrimenti ci sono un sacco di possibilità! Tribunali, alimenti… Maria rimase sbalordita. – Ti entrerà una cornacchia in bocca, resta così! – sbottò Elisabetta. – Non pensare che siccome sto via da mattina a sera non sappia nulla! – Non voglio litigare, sono venuta a risolvere tutto in pace! – riuscì a dire Maria. – Sono pronta a pagare, per così dire, il disturbo! – E perché dovresti pagare? – domandò Elisabetta. – Perché tuo Ivan ha messo incinta mia Daria? O perché la sta evitando da due mesi? O perché credi che mia Daria dovrebbe abortire? O vuoi già darmi la prima rata dei futuri alimenti, quando nascerà il bambino? Maria vacillò davanti a quella valanga. Ma la prospettiva che quest’ultima ipotesi potesse diventare realtà, la turbava di più di tutte. Perché in tal caso, suo figlio sarebbe sempre a rischio, tirato dentro quella faccenda! – Non cambiarmi le carte in tavola! – disse Maria puntando il dito. – Ti sto offrendo soldi veri per chiudere la questione per sempre! Come lo farai, a me non importa! Volete abortire? Abortite! Volete tenerlo? Crescetelo voi! Oppure lasciatelo alla casa-famiglia! Basta che Ivan non abbia mai più nulla a che fare con questa storia! Se non basta, dimmi quanto vuoi! Al massimo chiedo un prestito a mio marito! – Maria, ma perché non te ne vai da un’altra parte! – replicò Elisabetta. – Io, come donna perbene, non posso dirti dove. Ma visto che hai avuto il coraggio di venire con questa proposta, certo la parola “perbene” non la conosci! Quindi sai bene dove andare e quanto in fondo puoi infilare i tuoi soldi! – Elisabetta, troviamo una soluzione pacifica! – disse Maria furibonda. – Vai in pace! – rispose Elisabetta. – O slego il cane! Non era chiaro se Maria fosse riuscita a salvare suo figlio, ma finché Elisabetta era furiosa, di certo Daria non si sarebbe avvicinata a Ivan. Così lui avrebbe avuto tempo di riprendersi e continuare gli studi con calma. E se Elisabetta avesse cambiato idea, Ivan avrebbe fatto perdere le proprie tracce. Lo avrebbero mandato a studiare in città. E la città è grande! È facile sparire e nessuno ti trova più! Maria a stento resistette dall’afferrare Elisabetta per le trecce: – Guarda un po’, che principesca! Schifa pure i soldi! E sono pure venuta con le migliori intenzioni! Quella, invece, slega il cane! Ma con gente come lei neanche un passo insieme, ti rivolta come un calzino! Ma allora Maria non sapeva che quella storia era solo l’inizio, e non la fine. Anche se, in realtà, era iniziata un po’ prima. I genitori raramente scoprono in tempo i problemi dei figli. Spesso, succede quando ormai è tardi, o quasi. E non resta che sperare che non sia troppo tardi per rimediare. Quando Maria seppe dalla “cornacchia” del paese che Ivan aveva messo incinta la figlia di Elisabetta, il cuore le si fermò. – Impossibile che il mio Ivan si sia interessato a Daria! Lei… – per non farsi scappare qualcosa di brutto, cambiò subito tono, – viene da una famiglia numerosa! Non ha nulla di speciale! Ivan non l’avrebbe mai guardata! – Ti racconto solo quello che so, – disse la signora Ignazia. – Se non mi credi, chiedi in giro! Lo sanno tutti! Solo tu no! Tra le risate rauche di Ignazia, Maria rientrò in casa. Né marito né figlio c’erano, erano andati nel bosco all’alba. Tornavano solo la sera. Maria avrebbe dovuto sbrigare le faccende, ma tutto le cadeva di mano. Non riusciva a togliersi la notizia dalla testa. – Ma dove stavano guardando? Perché? E proprio a chi? Cosa ce ne facciamo di questi impicci? Consumata dai nervi, Maria quasi impazziva fino a sera. Appena Ivan arrivò, cominciò l’interrogatorio: – Ma che ti è saltato in mente? Non c’erano altre ragazze in paese? Ivan dovette confessare. E pensava di restare nascosto fino a fine vacanze, o scappare nel paese vicino, dove studiava all’istituto. Lì sì che non l’avrebbero trovato! Magari gli sarebbe anche andata liscia! Ma non scampò alla furia materna. Ivan si mise a piangere e a raccontare, cercando di impietosirla. Ivan non era un adone. Né troppo sveglio. Né particolarmente prestante. Insomma, non era il tipo che faceva strage di cuori. Però l’età e gli ormoni spingevano! E gli amici lo prendevano in giro che sarebbe rimasto zitello a vita. – E Daria ha detto di sì! – Daria direbbe di sì anche al diavolo! – sbottò Maria. – Ha già diciannove anni, e i ragazzi la evitano! Ma chi vuoi che voglia prendersi una ragazza con quella famiglia! Sono poverissimi! Un sacco di bambini, il marito malato! Se ti prendi una Daria così, poi ti tocca mantenere tutti quanti! – Mamma, è brava! È dolce e gentile! – singhiozzava Ivan. – E il fatto che sia bruttina non ti ha dato fastidio? – urlò Maria. – Come ti è venuto in mente… Ivan arrossì e abbassò la testa. – Ma chi te l’ha fatto fare! – Maria si prese la testa fra le mani. – È successo solo un paio di volte, – mormorò Ivan. – Ecco, basta poco! – esclamò Maria. – E ora il risultato si vede subito! E tra un anno devi andare all’università! Come pensi di farcela con un bambino? Ti metteranno pure a pagare gli alimenti! – Magari il bambino non è mio? – chiese Ivan con speranza. – Piacerebbe crederlo, ma chi vuoi che se la prenda una così, – sospirò Maria. – In ogni caso, se non si riesce a trovare un accordo, solo con il test del DNA: non vogliamo figli di altri! – Però diceva di essermi fedele, – sussurrò Ivan. – Meglio sperare che abbia mentito, – borbottò Maria, aprendo la scatola dei risparmi. – Grisha! Questo era per il padre di Ivan, così Ivan andò via in punta di piedi. – Grisha, qua non c’è molto! – urlò Maria. – Il grosso è sul conto, – rispose calmo Grisha. – Manca una settimana alla scadenza. Dimenticato? – Eh già! Qua ti prendono pure il cervello! – Maria si lasciò cadere sulla poltrona stringendo la scatola. – Hai sentito che roba ha combinato Ivan? – È diventato uomo! – sorrise Grisha. – Dobbiamo già pensare al matrimonio? – Sei matto? Quale matrimonio? Con chi? – Maria quasi si strozzò. – Mai nella vita! Piuttosto li paghiamo per andarsene! Secondo te, bastano centomila? – E come faccio a saperlo? – si strinse nelle spalle Grisha. – Anche se, con la situazione che ha Elisabetta, forse accetterebbe anche pochi euro! – No, qua pochi spicci non bastano, – scosse la testa Maria. Contò il contante, poi pensò a quello che c’era sul conto. – Abbiamo centomila euro, – dichiarò infine. – Inizio con quelli. Se tratta, do duecentomila! Al massimo, tra una settimana saranno cinquecentomila. Maria annuì, convinta. – Vengo con te? – chiese Grisha. – Meglio se stavi più attento a tuo figlio, così ora non bisognava pagare! – brontolò Maria. – Faccio da sola! *** La risposta di Elisabetta non fu granché chiara, e Daria non serviva neanche consultarla. Tanto non decideva niente. Ma Ivan finì l’estate tranquillo e partì per il paese vicino a studiare. Gli era stato tassativamente vietato di tornare prima dell’estate successiva. E con Ivan ormai fuori dal paese, non se ne parlò più. Le chiacchiere si spostarono su Daria, che ormai si vedeva la pancia crescere e poi partorì. E anche su Elisabetta. – Non sei riuscita nemmeno a farti dare gli alimenti da Ivan! Ora mangiate solo pane e lacrime! Elisabetta, sentendo le voci, rispose a tono: – Non andremo certo a chiedere l’elemosina! Ce la caveremo! A fine giugno, Ivan tornò al paese. Ma i genitori, previdenti, non lo lasciavano uscire. Tanto doveva dare gli esami, poi sarebbe andato in città. Meglio non farsi vedere in giro! L’università lo aspettava. Ma Ivan fallì gli esami così male che non fu accettato nemmeno a pagamento. – Grisha, vai dal comandante delle reclute e arrangiati! – ordinò Maria. – Se lo prendono per il servizio militare, si dimenticherà tutto! Magari l’anno dopo entrerà all’università! Ma non si riuscì a sistemare. E per aver insistito, Grisha finì alle mani e dopo in cella per quindici giorni. Quando Grisha tornò, spiegò come Ivan poteva evitare la chiamata: – Deve sposare Daria e riconoscere il figlio! Finché il bambino non ha tre anni, Ivan ha diritto al rinvio! E poi ne fa un altro a Daria! E ancora rinvio! E poi, magari, arriva anche alla fine del limite d’età! – Ti hanno spaccato pure il cervello? – esclamò Maria. – Non augurerei parenti così nemmeno al mio peggior nemico! – Sennò parte militare! – rispose Grisha. Maria non voleva lasciar partire il figlio più di quanto volesse vederlo sposato con Daria. Ma, come si dice, non c’erano alternative. – Andiamo a pregarla, – si arrese Maria. – Grisha, prendi la scatola dei risparmi! Magari accetta… – Dopo che ti ha mandato a quel paese? – rise amaro Grisha. – E dopo tutto quello che ha sentito quest’anno qui in paese? Forse è meglio lasciarlo fare il militare! Non ci manca solo che Elisabetta ci prenda pure a bastonate! – Mi butterò ai suoi piedi! E anche tu! – aggiunse Maria. – La pregheremo! Le chiederemo scusa! – Non ci credo, Maria, che accetterà. Nemmeno se la paghi! – scosse la testa Grisha. – Dopo tutto questo, non ci scommetto! Meglio portare Ivan nel bosco a vivere, finché non compie ventisette anni! – Prendi la scatola e andiamo! – comandò Maria.