Tu non hai motivo di sederti a tavola. Tu devi servirci! dichiarò mia suocera.
Ero lì, accanto ai fornelli, nella quiete della cucina mattutina, con la mia vecchia vestaglia addosso e i capelli raccolti alla buona. Nellaria si sentiva il profumo di pane tostato e caffè forte.
Dietro il tavolo, sulla sedia accanto, la mia bambina di sette anni, Bianca, tutta assorta nel suo album, disegnava volute colorate con i pennarelli.
Ancora con quei tuoi panini dietetici? risuonò una voce alle mie spalle.
Mi presi uno spavento. Sulla soglia cera mia suocera, la signora Teresa: viso severo, tono che non ammette replica. Indossava la vestaglia, i capelli stretti in uno chignon, labbra serrate.
Tra laltro, ieri a pranzo ho mangiato quello che capitava! proseguì, sbattendo il canovaccio sul bordo del tavolo. Niente minestra, niente cibo decente. Sai fare le uova, almeno? Normali, non con quelle fantasie moderne tue!
Spensi il fornello e aprii il frigorifero.
Dentro di me il fastidio si arrotolava come una spirale stretta, ma lo ingoiai. Non davanti a Bianca. E non in una casa dove ogni centimetro mi ricordava: Sei qui per poco.
Faccio subito dissi, sforzandomi di sembrare calma. Mi voltai per nascondere la voce tremante.
Bianca non si distraeva dai suoi pennarelli, però guardava di sottecchi la nonna silenziosa, attenta, in allerta.
“Vivremo da mia madre”
Quando mio marito, Luca, propose di trasferirci da sua mamma sembrava una scelta razionale.
Stiamo da lei, solo un po. Due mesi al massimo. Comunque è vicino al lavoro, e a breve ci danno il mutuo. Lei non ha nulla in contrario.
Io ero titubante. Sapevo che non si trattava di una guerra aperta con Teresa. No, tra di noi sempre cera stata buona educazione. Ma la verità la conoscevo: due donne adulte nella stessa cucina è come camminare sulle mine.
E mia suocera vive per lordine, il controllo, e le valutazioni morali.
Ma alternative non cerano. Il nostro vecchio appartamento era stato venduto in fretta, il nuovo ancora non pronto. Così ci ritrovammo in tre, nel bilocale di Teresa.
Solo temporaneamente.
Il controllo divenne quotidiano
Nei primi giorni tutto filò liscio. Teresa fu cortesissima, mise una sedia in più per Bianca e ci offrì una torta.
Ma già dal terzo giorno iniziarono le regole.
A casa mia cè ordine disse durante la colazione. Alle otto si è in piedi. Le scarpe solo nella scarpiera. La spesa da concordare. E la televisione piano, che io sono sensibile ai rumori.
Luca fece spallucce e sorrise:
Mamma, siamo qui solo per poco. Portiamo pazienza.
Io annuii, in silenzio.
Solo che portiamo pazienza cominciò a suonare come una condanna.
Iniziavo a sparire
Passò una settimana. Poi unaltra.
Le abitudini diventavano sempre più rigide.
Teresa tolse i disegni di Bianca dal tavolo:
Danno fastidio.
Togli la tovaglia colorata che avevo messo:
È scomoda.
I miei cereali sparirono dallo scaffale:
Stanno lì da troppo, saranno andati a male.
I miei shampoo li ha spostati:
Non mi piace avere troppa roba in giro.
Mi sentivo non solo ospite, ma come senza voce e diritti.
Il mio cibo era sbagliato.
Le mie abitudini inutili.
Bianca troppo rumorosa.
E Luca diceva sempre lo stesso:
Resisti. È casa di mamma. È fatta così.
Io giorno dopo giorno, non mi riconoscevo più.
Sempre meno restava della donna serena e sicura che ero stata.
Solo aggiustamenti e tanta, troppa pazienza.
Vivere secondo regole che non sono le mie
Ogni mattina mi svegliavo alle sei, per essere la prima in bagno, preparare la colazione, sistemare Bianca e non incrociare subito Teresa.
La sera cucinavo due volte.
Una cena per noi.
E una a modo suo per lei.
Senza cipolla.
Poi con cipolla.
Poi solo nella sua pentola.
Poi solo sulla sua padella.
Io non chiedo tanto diceva lei, con rimprovero. Solo la normalità, come si deve.
Il giorno dellumiliazione pubblica
Una mattina ero riuscita giusto a lavarmi il viso e accendere il bollitore, quando Teresa entrò in cucina, come se fosse normale non bussare.
Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei in casa, quindi prepari tu la tavola. Qualcosa da stuzzicare, uninsalata, qualcosa per il tè niente di complicato.
Niente di complicato per lei era una tavolata da festa.
Ah non lo sapevo. Gli ingredienti
Fai la spesa. Ti ho scritto la lista. Nulla di difficile.
Mi vestii e andai al supermercato.
Comprai tutto:
pollo, patate, prezzemolo, mele per la torta, biscotti
Tornai; iniziai a cucinare senza tregua.
Proprio alle due avevo finito tutto:
la tavola imbandita, il pollo ben cotto, insalata fresca, torta dorata.
Arrivarono tre signore dell’età di Teresa ben curate, con i capelli a onde e profumi daltri tempi.
E capii subito che non ero una di loro.
Ero quella che serve.
Vieni, vieni mettiti qua con noi sorrise Teresa. Così ci servi.
Servirvi? chiesi.
Su, niente di difficile. Noi siamo anziane. Per te non è mica faticoso.
Ed eccomi di nuovo:
con vassoi, cucchiaio, pane.
Passami il tè.
Dammi lo zucchero.
Linsalata è finita.
Il pollo è un po secco borbottava una.
La torta lhai cotta troppo aggiungeva laltra.
Io stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo piatti. Versavo tè.
Nessuno mi chiese se volevo sedermi.
O se mi serviva una pausa.
Che fortuna, avere una giovane casalinga! disse Teresa, con calore finto. Fa tutto lei!
E lì qualcosa dentro di me si spezzò.
La sera dissi la verità
Quando le ospiti se ne furono andate, lavai tutti i piatti, sistemai gli avanzi, misi in lavatrice la tovaglia.
Poi mi sedetti allangolo del divano, con una tazza vuota in mano.
Fuori scendeva la sera.
Bianca dormiva, raggomitolata.
Luca, accanto a me, perso nel telefono.
Senti dissi piano, ma con fermezza. Non ce la faccio più.
Lui alzò lo sguardo, stupito.
Viviamo come estranei. Io sono quella che serve tutti. E tu tu lo vedi?
Non rispose.
Questa non è casa. È una vita dove io mi adeguo sempre e taccio. Io e Bianca siamo dentro questa situazione. Non voglio sopportare altri mesi. Sono stanca di essere invisibile e comoda per tutti.
Lui annuì lentamente.
Capito Scusa se non me ne sono accorto prima. Cercheremo una casa in affitto. Qualsiasi. Purché sia nostra.
E quella sera stessa iniziammo a cercare.
La nostra casa anche se piccola
Lappartamento era piccolo. Il proprietario aveva lasciato qualche mobile vecchio. Il pavimento cigolava.
Ma appena varcai la porta mi sentii libera. Come se finalmente avessi ritrovato la voce.
Ecco siamo arrivati sospirò Luca appoggiando le borse.
Teresa non disse niente. Non tentò nemmeno di fermarci.
Non so se ci è rimasta male, o se ha capito di aver esagerato.
Passò una settimana.
Le mattine iniziarono con la musica.
Bianca disegnava sul pavimento.
Luca preparava il caffè.
Io guardavo tutto questo e sorridevo.
Niente stress.
Niente fretta.
Niente abbia pazienza.
Grazie disse lui una mattina, abbracciandomi. Per non aver taciuto.
Gli guardai negli occhi:
Grazie a te, per avermi ascoltata.
Ora la nostra vita non era perfetta.
Ma era casa nostra.
Con le nostre regole.
Il nostro caos.
La nostra serenità.
Ed era vero.
E tu cosa pensi? Se fossi al mio posto, resisteresti per poco o scapperesti già dopo la prima settimana?






