Al momento della separazione, Francesca fissava i documenti con una calma insolita. Stranamente, non sentiva rabbia.
Quindi hai deciso davvero? chiese Giovanni, scrutando la moglie con un fastidio malcelato. E adesso cosa facciamo? Come dividiamo tutto?
Francesca alzò lo sguardo. Nei suoi occhi non cerano lacrime né suppliche, solo una risolutezza nata da una notte insonne a riflettere sulla sua vita sacrificate.
Puoi prendere tutto, sussurrò piano, ma con fermezza.
Cosa significa “tutto”? Giovanni strinse gli occhi, sospettoso.
La casa, la casa al mare, lauto, i conti in banca. Tutto, fece un gesto come ad abbracciare la stanza. A me non serve niente.
Stai scherzando? sulle sue labbra spuntò un sorriso. O è qualche trucco di donna?
No, Gianni. Non è uno scherzo né una furbizia. Per trentanni ho messo da parte la mia vita. Ho lavato, cucinato, pulito, aspettato. Ho ascoltato per trentanni che viaggiare era uno spreco di soldi, che le mie passioni erano sciocchezze, che i miei sogni erano bambinate. Sai quante volte ho desiderato andare al mare? Diciannove. E sai quante volte ci siamo andati? Tre. E tutte e tre, tu ti sei lamentato che era troppo costoso o inutile.
Giovanni fece una smorfia.
Sempre la stessa solfa. Ma una casa sopra la testa labbiamo sempre avuta, cibo in tavola pure
Sì, annuì Francesca. E ora, oltre a quello, avrai anche tutto il resto. Complimenti per la vittoria.
Lavvocato osservava la scena come se vedesse un fantasma. Era abituato a lacrime, urla, accuse reciproche. Ma quella donna stava rinunciando senza lottare a ciò per cui gli altri si azzannavano.
È sicura di quello che sta facendo? sussurrò lavvocato. Per legge le spetta metà di ciò che avete costruito insieme.
Lo so, sorrise Francesca, una luce leggera negli occhi come se avesse appena posato un peso invisibile. Ma anche metà di una vita vuota resta solo una vita vuota in miniatura.
Giovanni a stento tratteneva la gioia. Non se laspettava affatto. Aveva pianificato di tirare sul prezzo, di minacciare, di manipolare. E invece il destino gli offriva un regalo inatteso.
Finalmente dimostri buon senso, applaudì rumorosamente. Bravo! Era ora che ragionassi.
Non confondere il buon senso con la liberazione, ribatté silenziosamente Francesca, mettendo la firma ai documenti.
Tornarono a casa insieme, nella stessa automobile, ma sembrava viaggiassero su pianeti lontanissimi.
Giovanni canticchiava sottovoce una vecchia canzone di Jannacci, mentre lauto sobbalzava sulle buche. Il suo fischio si perdeva nellaria e subito si spegneva.
Francesca, invece, guardava fuori dal finestrino annebbiato. Non sentiva quasi nulla, immersa nella fuga degli alberi, tra pini e cipressi e il batticuore di chi assapora il primo volo.
Che strano: una strada qualsiasi, una sera stanca, e allimprovviso quello spazio dentro di lei, immenso. Il peso che la opprimeva si era sciolto come neve al sole. Sorrise, sfiorandosi la guancia fresca, e pensò: questa sì che è libertà.
A volte basta un istante, uno sguardo lanciato fuori dal finestrino verso una fila di platani, e tutto cambia colore dentro di sé.
Tre settimane dopo, Francesca era in piedi al centro di una stanzetta in affitto a Lucca.
La stanza era modesta: un letto, un armadio, un tavolino e un piccolo televisore. Sul davanzale due violette in vaso le aveva appena acquistate, suo primo gesto di indipendenza.
Sei impazzita davvero, la voce di suo figlio Matteo risuonava nel telefono, irritata. Lasci tutto e te ne vai in questo buco?
Non ho lasciato, Matteo, rispose con calma. Ho lasciato andare. È diverso.
Ma come? Papà dice che gli hai dato tutto. Ormai vuole vendere anche la casa al mare: dice che tanto solo non la sfrutta.
Francesca sorrise allo specchio appeso alla parete. Da una settimana si era tagliata i capelli corti, cosa che mai avrebbe osato con Giovanni. Da ragazzina, da poco di buono, cosa penserà la gente quei commenti risuonavano lontani.
Che venda pure, acconsentì serena. Tuo padre ha sempre saputo gestire case e proprietà.
E tu? Non ti è rimasto niente!
Mi è rimasto ciò che conta, Matteo. La mia vita. E sai una cosa? A cinquantanove anni si può ricominciare da capo.
Francesca aveva trovato lavoro come amministratrice in una piccola residenza per anziani. Era dura, ma interessante. Aveva finalmente conosciuto gente nuova e, soprattutto, gestiva il suo tempo come preferiva.
Nel frattempo, Giovanni se la godeva.
Per le prime due settimane si aggirava per lappartamento come il padrone di un castello. Niente più rimproveri, nessuno che gli ricordasse i calzini sparsi in giro o i piatti da lavare.
Sei in gamba, Gianni, si complimentava lamico Romano, tra un sorso di grappa. Gli altri uomini escono da divorzi a pezzi, tu sei rimasto con tutto! Casa, mare, macchina sei a cavallo.
Davvero, se la rideva Giovanni. Finalmente Francesca ha capito cosè il buon senso. Senza di me si rovinava, era chiaro.
Col passare delle settimane però, lentusiasmo iniziò a scemare.
Le camicie pulite smisero di apparire come per magia. Il frigorifero era mezzo vuoto, prepararsi un pranzo decente era molto più difficile di quanto ricordasse. I colleghi notarono che Giovanni era diventato sciatto, spettinato.
Ti vedo stanco, Giovanni, va tutto bene a casa? gli chiese il capo reparto.
Tutto perfetto, rispose lui fingendo energia. Solo qualche sistemazione domestica.
Una sera, aprì il frigorifero e trovò dentro solo una bottiglia dacqua e del formaggino. Lo stomaco brontolava. Al mattino aveva ingoiato di corsa solo una fetta biscottata.
Ma che cavolo borbottò, sbattendo la porta. Così non si va avanti
Come se fuggisse da quei pensieri, ordinò la cena. La casa era silenziosa, il frigorifero sembrava mugugnare dalla solitudine. Aspettando il rider, esaminava una montagna di bollette: luce, gas, internet numeri che, quando cera Francesca, restavano sfondo. Ora pesavano come macigni a ogni mese.
Il campanello lo strappò ai pensieri. Il ragazzo davanti gli porse la busta e il terminale.
Cinquanta euro, disse seccamente.
Quanto? Giovanni quasi fece cadere le chiavi. Solo per uno spezzatino e unacqua?
Prezzo normale, rispose il rider, abituato a quelle lamentele.
Pagò in silenzio, poi rimase sulla soglia della cucina. Tristezza. Anche il frigorifero sembrava lamentarsi. Lappartamento, così grande e ormai pieno di lampadari moderni e specchi, ora era un guscio freddo. Sembrava di vivere in una sala dattesa dove poteva soffiare persino la tramontana.
Nel frattempo, Francesca stava in piedi davanti al Tirreno, col volto rivolto al sole e al vento salmastro.
Intorno a lei, un gruppo di turisti senior rideva e scherzava il circolo dei pensionati attivi aveva organizzato una settimana a Viareggio. Per la prima volta nella vita, viaggiava senza qualcuno che la richiamasse sulle spese inutili, senza mugugni né calcoli ossessivi su quanto si sarebbe risparmiato stando in casa.
Franci, vieni a fare la foto! la chiamò Adele, nuova amica conosciuta in un corso di pittura, vedova frizzante di sessantanni.
Francesca corse verso il gruppo, indossando un abito colorato, i capelli corti sciolti e una risata che non ricordava da decenni.
Ora selfie! comandò Adele, estraendo la bacchetta per il cellulare. E lo mettiamo subito nella nostra chat!
Quella sera, seduta in stanza, Francesca sfogliava le foto. Una donna dallo sguardo luminoso, il sorriso aperto: faceva quasi fatica a riconoscersi. Doverano finite quelle rughe di preoccupazione fra le sopracciglia? Quandera tornata la leggerezza nei gesti?
Mettiamole sui social, si disse, e dopo un attimo di esitazione condivise quelle foto sul profilo che usava a malapena.
A Milano, intanto, Giovanni combatteva con il tubo rotto della cucina. Lacqua aveva invaso il pavimento, rovinato la credenza; lidraulico, chiamato durgenza, dichiarò freddamente che gli impianti erano da rifare.
Ma porca miseria! sbraitava Giovanni, asciugando con vecchi asciugamani. Adesso chi chiamo? Francesca sapeva sempre a chi rivolgersi.
Si rese conto che la moglie aveva in mente decine di contatti: dal ferramenta al parrucchiere, dal pescivendolo al calzolaio. Quella struttura invisibile di comodità quotidiane era crollata, lasciandolo solo, alle prese con problemi che sembravano risolversi da soli quando lei cera.
Maledetto tubo! ringhiò lanciando lo straccio. Cucinare, pulire, lavorare tutto insieme!
Quando lacqua fu finalmente chiusa e il pavimento sgombro, Giovanni si ricordò che erano giorni che non accedeva ai social. Per noia, iniziò a scorrere il feed e si bloccò: in primo piano la foto sorridente di Francesca, sullo sfondo il mare. Aveva tagliato i capelli, indossava un abito acceso, sembrava felice?
Ma che roba è sussurrò, ingrandendo la foto. È partita con niente!
I commenti lo lasciarono ancor più interdetto:
«Franci, sembri una ragazzina!»
«Stai benissimo!»
«Il mare ti illumina!»
Scorrendo le foto vide cene in biblioteca, laboratori di pittura nel parco, Francesca su una panchina con un mazzo di girasoli.
Che assurdità chiuse il telefono guardando la sua cucina vuota e le stoviglie sporche. Doveva doveva
Non riuscì a finire la frase: aveva davvero creduto che Francesca sarebbe stata persa senza di lui, senza tutto quello che credeva contasse. Ma nelle foto cera unaltra donna, più leggera, più viva.
Qualche giorno dopo, il tetto della casa al mare cominciò a perdere. La pioggia era prossima e bisognava mettere una copertura urgente.
Romano, dammi una mano, supplicò al telefono. Almeno portami i chiodi, non ce la faccio da solo.
Gianni, mi spiace, rispose lamico. Ho mia suocera in ospedale. Ma chiama Francesca: lei ti aiutava sempre
Lei Giovanni si bloccò. Se nè andata.
Come se nè andata? Dove?
Così, tagliò corto. Me la sbrigo io.
Ma era più difficile del previsto. La pioggia tamburellava sul tetto mentre, imprecare, cercava di stendere il telo. Allimprovviso il piede scivolò e rotolò a terra con un grido. Il dolore alla caviglia fu lancinante.
Distorsione, fortunato che non sia peggio, disse, secco, il giovane dottore al pronto soccorso. Una settimana di riposo, piede sollevato.
E chi pensa ai lavori? Ho il tetto che piove!
Problema suo, rispose il medico annotando la ricetta. Magari si fa aiutare da sua moglie
Giovanni avrebbe voluto rispondere, ma tacque.
Trascorse tre giorni in totale solitudine, barcollando in casa con le stampelle. Il cibo ordinato era finito e per preparare qualcosa da solo doveva reggersi su una gamba sola: unimpresa.
Il quarto giorno non resistette e chiamò suo figlio.
Matteo, ciao, si sforzò di sembrare allegro. Tutto bene?
Sì, papà. Che è successo?
Niente piccolo infortunio. La caviglia. Ci passeresti a dare una mano a tuo vecchio padre?
Pausa.
Papà, sono a Torino per lavoro. Torno tra tre giorni.
Ah va bene, la delusione gli strinse la gola. Me la caverò.
Scusa, mormorò Matteo. Hai provato con la mamma? Magari lei
No! lo interruppe Giovanni. Nessun bisogno. Faccio tutto da solo.
Riagganciò, gettando il telefono sul divano. La sua assurda fierezza non gli permetteva di confessare quanto gli mancava Francesca la sua presenza, le sue attenzioni silenziose. Non si era mai reso conto di quante cose facesse per lui: tutto, senza mai chiedere nulla in cambio.
Dopo una settimana e mezza, riuscì finalmente a camminare senza le stampelle. La prima cosa che fece fu andare a vedere la casa al mare. Lo spettacolo fu deprimente: il solaio ammuffito, il divano preferito rovinato, lodore di umido insopportabile.
Ma cosa ho combinato mormorò sedendosi in giardino.
I meli che Francesca curava erano pieni di rami secchi. Lerba alta copriva i vialetti che una volta lei adornava di sassolini. Tutto sembrava senza vita, abbandonato.
Sulla via del ritorno si fermò in un autogrill. Ordinò una ribollita e unaranciata. Alla prima cucchiaiata, un nodo gli chiuse la gola: nemmeno lontanamente il sapore della ribollita di Francesca, troppo acida, insipida.
Tutto bene, signore? chiese la cameriera.
Sì, solo non sapeva che dire. Come spiegare che una semplice zuppa gli aveva ricordato tutto ciò che aveva perso?
Tornato a casa, rimase ore in silenzio, fissando i vecchi album di foto. Loro due giovani, sorridenti davanti al Duomo. Una foto con Matteo da piccolo. Il ventennale di matrimonio
Che stupido sono stato, sussurrò guardando il volto felice di sua moglie in una foto ingiallita dal tempo.
Si fece coraggio: prese il telefono e scrisse un messaggio. Ma la risposta che arrivò fu molto diversa da quella che immaginava.
Francesca aveva ormai lasciato Milano per un paesino sulla costa toscana. Intorno a lei risate, musica, amici nuovi, la vita che finalmente sentiva tutta sua.
A neanche sessantanni, aveva davvero cominciato a vivere.






