Mai avevo annotato mio marito, Lorenzo, nei registri dellanagrafe della mia casa; dopo una lite che sembrava fatta di nuvole che si scontrano, lui uscì per andare al lavoro e svanì come nebbia al tramonto.
Quando incontrai Lorenzo, avevo già attraversato il confine dei trentanni. Avevo conosciuto altri uomini, ma nessun legame aveva resistito al vento. Tra i ventisei e i trentanni, vivevo come una funambola su un filo, lavorando senza tregua per accumulare più euro di quanti ne servissero, con la speranza di acquistare un appartamento tutto mio. Alla fine, la chiave fu mia. La felicità mi avvolse come un mantello, perché avevo sempre camminato da sola. Due anni dopo, Lorenzo apparve nella mia storia.
Non posso dire che tra noi ci fosse un incendio di desiderio o un amore che travolge come il mare in tempesta. Superata la soglia dei trenta, non si cerca più la favola, ma una quiete domestica, una comodità accanto a un uomo che non aggiunga labirinti alla vita.
Lorenzo sembrava proprio così: tranquillo, con un sorriso che non disturbava. Certo, non era perfetto che non avesse una casa sua. Ma non ero attaccata alle cose: lo invitai nel mio spazio e lui sembrava galleggiare nella soddisfazione.
Non tutti gli uomini incrociano una donna che possiede già un tetto. Qui non cera affitto da pagare, si viveva come in una parentesi sospesa, finché il tempo lo permetteva. Così sono passati sette anni. Nessun figlio è arrivato. Io ero sempre immersa nel lavoro, e anche Lorenzo non si fermava mai.
Lavorava fino a tardi, tornava solo per lasciarsi cadere nel letto. Figli? Sì, ci pensavo, ma come si pensa a un sogno lontano. Oggi si può diventare genitori anche a cinquantanni, basta avere abbastanza euro.
Una settimana fa, stavamo sorseggiando caffè insieme, in un silenzio che sembrava fatto di piume. Lui mi chiese, diretto come una freccia: Quando pensi di registrarmi qui? Voleva togliersi dalla residenza della madre, così lei avrebbe pagato meno bollette. Da sette anni viveva con me. Gli risposi che non lavrei mai fatto. Non abbiamo condiviso abbastanza giorni perché io lo registri. Che senso avrebbe?
La casa è mia: se voglio registrare qualcuno, lo faccio; se non voglio, nessuno può costringermi. Non interessa a nessuno. Avrebbe potuto comprarsi una casa sua. Lo stipendio era buono, lo risparmiava o lo spendeva, non so. Non mi sono mai posta il problema. Uniamo i soldi solo per le spese comuni, il resto ognuno lo gestisce come vuole.
Dopo quella conversazione, uscì per andare al lavoro e la sera non tornò. La mattina dopo mi arrivò un messaggio: avrebbe chiesto il divorzio. Diceva che non si sentiva sicuro. Questo è tutto. Ancora mi sembra irreale che labbia fatto. Non è questione di fiducia. La vita è un mosaico di possibilità, non cè garanzia che resteremo insieme per sempre. Non voglio dividere la mia casa con nessuno. Ho lavorato duramente, è mia. E visto che mio marito era con me solo per questo, lo lascio andare.
Oggi, guardando indietro, capisco che la libertà e la pace valgono più di qualsiasi accordo.






