Vasco si rifugiò tra i cespugli dietro la panchina, si rannicchiò con un nodo nello stomaco e tremava. Piangeva, piangeva per la paura, piangeva per la solitudine.

Vincenzo si infilò nei cespugli dietro la panchina, si accovacciò a palla e tremò. Piangeva, piangeva per la paura, piangeva per la solitudine.

La neve cadeva da tre giorni senza sosta, fitta e pesante come se non volesse finire. Vincenzo ricordava ancora il suo nome, il sapore del latte tiepido e le mani delicate della nonna Rosa.

Quando era solo un cucciolo, la nonna Rosa lo trovò in una scatola di cartone dietro il negozio di alimentari. Strisciando, superò il breve recinzione, si infilò tra i rovi e sollevò la scatola da cui proveniva un flebile squittio.

Che sventura, sospirò il nonno Giovanni, guardando dentro. Chi ti ha lasciato così, piccolo? Che cosa gli hai fatto?

Tolse dal collo il suo vecchio foulard di seta e avvolse il piccolo gattino ancora senza nome. In un primo istante credette fosse una gattina a tre colori, ma una volta a casa capì che si trattava di un maschietto, piccolo ma già molto vivo.

Allora ti chiameremo Vincenzo, disse e iniziò a scaldare il latte.

Così Vincenzo divenne un gatto di casa, curato e pulito, ombra inseparabile della sua padrona, la giovane Cinzia. Lo seguiva ovunque, lo faceva da guardiano come un cane e si agitava particolarmente quando laria profumava di cucina.

Passati un anno e mezzo, la nonna Rosa fu portata via da unauto bianca e non tornò più. Una vicina continuò a nutrirlo per un po, ma presto nella casa arrivarono dei parenti nuovi, che non gradirono affatto il gatto.

Lasciatelo, dissero, e lo gettarono fuori al gelo.

Il freddo e la paura lo avvolsero. Non aveva mai vissuto per strada; le foglie frusciavano, si spezzavano sotto le zampe, lo spaventavano. Corse senza sapere dove, finché un odore invitante lo fermò: davanti a lui cera il chiosco delle polpette. Il suo stomaco brontolò e si avvicinò timidamente.

Hai fame, piccolo? sorrise la signora Maria. Vieni, ti do un pezzetto.

E così visse: mangiava gli avanzi delle polpette, beveva latte da un bicchiere di plastica e dormiva in una scatola di ali di pollo.

Un giorno il chiosco fu rimosso con una gru. Vincenzo agitato cercò di capire dove fosse scomparsa la donna che lo nutriva. Si rifugiò nei cespugli dietro la panchina, si accovacciò in un piccolo nodo tremante e pianse, silenzioso, per il freddo, per la solitudine, per lincertezza del suo futuro.

Cadde in un sonno profondo e sognò di essere di nuovo un grande gatto importante, seduto su un ramo alto accanto a unenorme uccello bianco, metà colomba e metà uomo.

Come sei qui, Vincenzo? chiese lUccello, aprendo le grandi ali.

Nel sogno il gatto raccontò tutto: la nonna Rosa, il chiosco, la fame. LUccello ascoltò fino alla fine e poi scomparve.

Vincenzo si svegliò con una soffice piuma bianca sul naso; pensò fosse una penna, ma era una piccola neve. Il manto bianco aumentava intorno a lui. Tremava, miagolava, ma nessuno rispondeva, solo la neve cadeva indifferente.

Così sopravvisse: dormiva nella scatola, mangiava neve, il pane che le persone lanciavano agli uccelli, si nascondeva dai cani e diventava sempre più magro.

La neve continuava a scendere, ormai al terzo giorno, e i ricordi del caldo della casa di nonna Rosa si affievolivano.

Allora, un latrato si udì alle sue spalle. Vincenzo si arrampicò con tutte le sue forze su un albero e si sistemò su un ramo alto, dove si addormentò di nuovo.

Il sogno dellUccello tornò:

È difficile, Vincenzino?

Sì, fa freddo, ho fame i cani

Cosa vuoi più di tutto?

Vedere nonna Rosa almeno una volta sussurrò il gatto.

Allora guarda, rispose lUccello.

Vincenzo la vide, viva, accanto a lui.

Madre mia! miagolò con dolore. Come è vuoto senza di te

Figlio mio, quanto ti sono mancata! Vieni da me, caro rispose la nonna Rosa.

Allungò le mani, ma proprio in quel momento lUccello lo spinse delicatamente sulla spalla, facendolo cadere.

Sotto lalbero cerano due donne. Una, Ginevra, spingeva una carrozzina; laltra, Enza, era luminosa e allegra.

Attenta, Enza! esclamò Ginevra quando il gatto rotolò tra le loro braccia.

Guarda! rise Enza. Oggi loroscopo dice felicità dal cielo! Non mi aspettavo fosse così letterale!

Il gatto aprì gli occhi lentamente e fece un piccolo Miao.

Ciao, gioia mia sorrise Enza. Come ti chiami?

Miao confermò Vincenzo.

Io avevo un gatto che si chiamava Vincenzo commentò Cinzia.

Allora lo chiameremo così concluse Enza.

Vincenzo pensò: «Sono proprio Vincenzo» e miagolò ancora una volta.

Uscirono insieme dal parco: Cinzia per nutrire il figlio, Enza con il nuovo amico peloso.

Vincenzo capì che era di nuovo atteso, amato, ritrovato. E fu così che imparò che, anche nei momenti più freddi e solitari, la speranza e lamore possono ritornare se il cuore rimane aperto.

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Vasco si rifugiò tra i cespugli dietro la panchina, si rannicchiò con un nodo nello stomaco e tremava. Piangeva, piangeva per la paura, piangeva per la solitudine.
MammaMamma guardò il tramonto sulla collina, sapendo che il futuro dei suoi figli era ormai nelle loro mani.