E IO NON AMAVO MIO MARITO

Seduta su una panchina di legno di fronte alla tomba di un vecchio contadino, due donne si scambiarono uno sguardo curioso. Luna, avvolta in un scialle grigio, puliva la lapide di un parente poco conosciuto; laltra, con un fazzoletto nero ben stretto intorno al collo, stava appena finendo di sistemare i fiori. Erano entrambe addette ai lavori funebri del piccolo comune di San Pietro in Valle, ma il caso le aveva fatte incrociare un pomeriggio dinverno, quando la nebbia avvolgeva le colline dellAbruzzo.

E il marito? chiese la donna in grigio, indicando la foto incorniciata su un piccolo monumento di marmo.

Il marito… è passato ormai un anno. Non riesco a farci spazio, mi sento vuota, senza forze. Lo amavo con tutta lanima disse laltra, regolando il bordo del fazzoletto nero.

Silenzio. Poi la prima sospirò:

Io non ho mai amato mio marito.

Linterlocutrice, incuriosita, si voltò verso di lei.

E quanti anni avete trascorso insieme?

Quanti… beh, ci siamo sposati nel 1971, lo ricordate? rispose la donna, con un sorriso amaro.

E come fai a dire di non averlo amato, dopo tutti questi anni?

Per capriccio, per vendetta. Un giorno incontrai un giovane di nome Alessandro, più bello di lui, e mi fermai a pensare che se avessi potuto, avrei cambiato vita. Così, quando mi trovai a dover scegliere, mi sbizzarrii a sposare un altro.

E poi?

Quasi subito dal matrimonio mi venne voglia di scappare. Il villaggio mi sembrava una gabbia, e lui, Giuseppe, era un uomo rozzo, piccolo, con la testa rasata e le orecchie a punta, vestito come se fosse pronto a cavalcare un bue. Sorrideva, ma i suoi occhi non avevano calore. Mi sentivo colpevole, ma era mia la decisione.

E dopo?

Andammo a vivere dalla famiglia di lui, in una casa di pietra dove il silenzio era più pesante del piombo. Io, con i miei occhi neri e la chioma lunga, sentivo che non eravamo fatti luno per laltra.

Allalba, quando mi alzavo, trovavo i miei stivali puliti dalla madre di Giuseppe, che mi rimproverava per il mio atteggiamento. Urlavo, comandavo, ma era tutta una maschera per nascondere la tristezza che mi attanagliava. Non amavo davvero. E, per di più, la gente del villaggio non vedeva di buon occhio una suocera ostinata.

Un giorno Giuseppe mi propose di andare a lavorare sulla grande diga del fiume Po, per guadagnare qualcosa e staccarci dalle famiglie. Non potevo dire di no: il vento nella testa mi spingeva verso nuove avventure. Così, nel 1975, ci imbarcammo su un treno diretto a Torino, poi verso il Nord, dove avremmo iniziato a costruire la diga di Pieve. Le donne venivano imbarcate in un comparto, gli uomini in un altro. Io avevo una piccola valigia, ma non cera più nessun corridoio per attraversare i vagoni.

Nel nuovo cantiere, la vita sembrava più leggera. Al banco dei pasti, Giuseppe distribuiva le focacce che sua madre aveva preparato, e io, per compassione, gli dicevo che avevo già mangiato. Lui, un po timido, mi rassicurava dicendo che non era nulla, che il cibo era abbondante e che la fame era ormai soltanto un ricordo. Io, però, mi affrettavo a dimenticare quel sentimento di colpa, perché lui non era il tipo da condividere il pane con gli estranei.

Quando arrivammo al villaggio di costruzione, ci sistemarono in una baracca con trentacinque donne e ragazze in una stanza, e gli uomini in unaltra. Ci avevano promesso delle camere private, ma era solo una promessa. Io mi nascondevo dietro a scuse, fingevo di essere occupata, di avere fretta, perché non volevo che lui si avvicinasse troppo. Le altre donne, spesso, mi rimproveravano: Il tuo è un marito, e tu.

Il tempo passò. Un giorno, mentre mi occupavo di lavare i piatti, sentii un rumore di passi: era Riccardo, un capomastro dalla chioma nera e dagli occhi di fuoco, che era arrivato per prendere il turno. Lavoravamo su un ponte ferroviario, e la birra ceca, le arance e i salumi che non avevamo mai provato in casa ci facevano sentire come se il mondo fosse più grande. Riccardo mi notò tra la folla, e il suo sguardo si incrociò con il mio. Fu amore a prima vista, una passione che ci travolse come un temporale destate.

Giuseppe, sempre più geloso, cercò di convincermi a restare fedele, ma il mio cuore era già altrove. Lo lasciai, ma non prima di aver quasi scappato dal matrimonio fin dal giorno della cerimonia. Il villaggio rimase, ma io cercai di dimenticare Giuseppe, di non guardare più indietro. Tuttavia, la vita ha il suo modo di riportare i fantasmi: una sera, al bar di una piccola stazione, mi trovai a condividere il pane con gli altri operai. Giuseppe mi chiese del cibo; io feci finta di non avere nulla, ma lui, vedendo il mio disagio, mi rassicurò con un sorriso: Qui cè di tutto, e anche per te è pronto.

Io, però, sapevo che non era così. Non era il tipo da chiedere un pezzo di pane altrui, né da accettare lospitalità. Dopo qualche minuto, il suo sguardo si addolcì e mi disse: Sono pieno, ma grazie a tutti. Mi sentii tradire la sua fiducia, ma lui non disse più nulla, e io lo dimenticai poco a poco.

Arrivammo a un rifugio di legno, dove ci sistemarono in una stanza condivisa con altre donne. Il destino ci aveva portato lì, ma la speranza era più forte: Un giorno avremo una stanza per la famiglia, dissero gli operai. Io, però, non volevo più affidarci a nessuno. Trovavo scuse per fuggire, per non farlo entrare nei miei pensieri. Le madri mi rimproveravano: Sei sposata, eppure ti comporti così.

Durante una notte, mentre aspettavo che il treno partisse, mi resi conto che il mio matrimonio con Giuseppe era solo una maschera. Non avevo mai avuto figli; avevamo vissuto due anni insieme senza amore, e io, di tanto in tanto, mi rifugiavo in un baraccone per compassione. Poi comparve Riccardo, alto e robusto, con una chioma che cadeva a onde. Lavoravamo con il cemento, ma la vita era piena di allegria: birra, arance, salumi, concerti improvvisati e balli nella nostra piccola mensa.

Riccardo mi fece innamorare. La passione era un fuoco vivo. Giuseppe, nel frattempo, cercava di trattenere la sua gelosia, ma il suo cuore era stanco. Dicesti: Divorziamo. Mi fu data una stanza separata nel baraccone. Le pareti erano sottili, ma avevo un rifugio. Io mi allontanai da Giuseppe, ma lui era sempre lì, dietro di me, come un’ombra. Non potevo più pensare a lui.

Un giorno, Riccardo e io fummammo un po di sigarette in un angolo. Giuseppe mi osservava, ma io non gli diedi nulla. La nostra storia sembrava una commedia di errori. Riccardo mi raccontò di aver incontrato una giovane donna, Katerina, che lavorava come contabile, e di averla portata a casa sua per una settimana. Ma il destino ci colpì di nuovo: una rissa scoppiò vicino alla stazione e fu Giuseppe a intervenire, colpendo Riccardo. La lotta finì con un infortunio: Riccardo finì in ospedale, mentre io correvo a chiedere aiuto a unambulanza.

Nel letto dospedale, Riccardo mi guardò con occhi rossi. Perché sei ancora qui? mi chiese. Perché ti amo, risposi. Lui mi strinse la mano, e la nostra storia sembrò risorgere. Poi, il destino ci riportò di nuovo al cantiere: i nostri figli, Massimo e Giulia, nacquero in una piccola città di provincia, dove Giuseppe e io eravamo diventati vicini di casa.

Il tempo scorreva, e i ricordi si trasformavano in ombre. Io, ormai anziana, ricordavo ancora la prima volta che vidi il volto di Giuseppe nei corridoi della stazione. Il suo cappotto logoro, i suoi occhi spenti. Ricordai anche il fascino di Riccardo, la sua voce gentile, le sue promesse di una vita migliore. Quando la vita mi chiedeva di scrivere una lettera a Giuseppe, lo feci. Gli dissi che non lavevo mai amato, che avevo soltanto sopportato. Gli dissi che avrei apprezzato la sua presenza nella mia vita, ma che il mio cuore era stato rubato da un altro.

Allultimo tramonto, seduta di nuovo sulla panchina del cimitero, la donna in fazzoletto nero fissava il ricordo del marito sulla lapide. Il vento sussurrava tra le querce, e le foglie cadevano lentamente. Il narratore, ora unombra di sé, chiuse gli occhi e disse con voce flebile:

Così è finita la storia di chi ha amato e non ha amato, di chi ha sperato e di chi ha perso. Forse la felicità non nasce da sola, ma dal saper accogliere laltro nel proprio cuore. E in quel gesto, lamore trova la sua vera luce.

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