Mamma, torno subito. Non più di venti minuti, dicevo, fermandomi nella soglia della stanza, cercando di sorridere mentre le labbra tremavano.
Sbrigati, non farci passare troppo tempo, rispose Natalia, sdraiata sul fianco, stretta nella coperta. Il medico ha detto che verso sera arriverà la flebo.
Annuii, mi sistemai la giacca sulle spalle e uscii. Fuori pioveva e soffiava un vento freddo. Ottobre a Bologna non risparmia i passanti: pioggia, vento, pozzanghere che riflettono il senso dellautunno italiano: cielo basso, gente silenziosa, tutto sembra attendere una fine.
Camminavo verso la fermata dellautobus, sentendo che non riuscivo a stare al passo. Non era lautobus che mi sfuggiva, ma la vita, il flusso di tutto ciò che scorreva intorno a me.
Tre settimane prima i medici avevano detto a mia madre che era fase terminale. Non piansi allora; mi sedetti su una panchina davanti al cimiteroper qualche motivo i miei piedi mi portarono lìe rimasi fino al tramonto.
Allora, ti stai preparando a partire? chiese il compagno di stanza, un vecchio dal collo sottile e gli occhi carichi di unattesa senza tempo.
Aspetto mio figlio, rispose Natalia con un sorriso spenta, ha promesso di venire stasera.
Viene spesso? incalzò luomo.
Ogni giorno. Ma a volte mi chiedo forse lo tengo troppo stretto? Ha una vita sua.
Il vecchio tossì e, a bassa voce, aggiunse:
Non è tu a trattenere, è lui che non riesce a lasciarti andare. Finché non lo farà, non potrai andare via.
Natalia voltò lo sguardo verso la finestra. Là fuori la pioggia cadeva incessante. Stranamente, una volta laveva adorata. Da giovane, la pioggia sembrava romantica: stare in cucina con una tazza di tè caldo, ascoltare le gocce battere sul davanzale. Ora, però, le gocce impedivano di vedere.
Entrai in un vecchio parco dove da bambino scivolavo su slitte con la mamma. Lì, sotto il terzo betullo dallingresso, lei mi disse una volta:
Figlio mio, non importa cosa farai. Limportante è che qualcuno, dopo di te, sorrida. Anche solo una persona.
Allepoca non capii, oggi lo comprendo con troppa chiarezza.
Il cellulare vibrò: Mamma: Non avere fretta, sto bene. Sorrisi meccanicamentedi recente mi scriveva spesso non avere fretta, forse per non farmi agitare.
La stanza si fece silenziosa. Il vecchio dormiva, linfermiera era uscita. Natalia rimaneva a fissare il soffitto, quando improvvisamente sentì della musica. Da lontano, quasi dal corridoio, suonava una vecchia canzone dei Canzoni dAutunnoPioggia dautunno.
Sorrise. Oddio, davvero? Anche qui, pensò, chiudendo gli occhi.
E allora qualcuno si sedette accanto a lei, quasi silenzioso come il vento.
Non temere, disse una voce, è già finita.
Non aprì gli occhi. Solo un respiro, poi sussurrò:
Speriamo solo che non pianga.
Igor tornò dopo quaranta minuti.
I medici erano già usciti dalla stanza, linfermiera rimaneva alla porta, gli occhi arrossati. Capii senza parole.
Posso? chiese a bassa voce.
Sì, annuò linfermiera, ma solo per poco.
Mi sedetti accanto a loro. Mamma giaceva tranquilla, quasi con un lieve sorriso. Sul comodino il cellulare mostrava un messaggio non inviato:
Igor, non aspettare miracoli. Sii tu il miracolo.
Lo guardai fino a quando la visione non divenne dolorosa. Poi notai, sul vetro della finestra, le gocce che scendevano formando una piccola forma a cuore, come se qualcuno lavesse disegnata con il dito dallinterno.
Sorrisi, per la prima volta in molti giorni.
Passò un anno.
Stavo allingresso delloncologia pediatrica con un thermos di caffè e una cesta di frutta.
È un volontario? domandò la guardia.
Sì, risposi, sorridendo. Voglio solo che qualcuno sorrida.
E quando un ragazzino con la testa rasata corse verso di me e gridò:
Zio, guarda, sto guarendo!
compresi che i miracoli esistono davvero.
A volte arrivano semplicemente attraverso di noi.







