L’Uomo con il Rimorchio

Ricordo ancora quella sera di novembre, quando la pioggia mescolata a neve martellava il vetro e il vento urlava nei condotti come un lupo affamato. Nella piccola clinica di San Benedetto il riscaldamento cigolava, offrendo un po di calore. Stavo per chiudere, quando la porta scricchiò e sullo stipite apparve Giorgio Sommo, un uomo enorme e robusto, ma con la postura come se un vento lo volesse spazzare via. Sulle braccia teneva una bimba, la sua figlia, Fiorella.

Depose il bambino sul lettino e si ritirò fino al muro, immobile come una statua. Guardai Fiorella e il cuore mi saltò in gola. Il viso arrossava, le labbra erano secche e screpolate, e la piccola tremava, sussurrando una sola parola: «Mamma mamma». Allepoca non aveva ancora compiuto cinque anni. La febbre era alle quarantina.

Giorgio, perché sei rimasto qui? Da quanto tempo è così? le chiesi con tono fermo, mentre io già aprivo lago e preparavo la siringa. Lui silenziò, fissò il pavimento, la mascella serrata a tal punto da far diventare bianche le nocche. Sembrava non essere più presente, perso in un dolore amaro.

Capì subito che curare non era soltanto questione di medicare la bambina. Lanima di quelluomo era a pezzi, ferite più profonde di qualsiasi febbre. Dopo liniezione la piccola si calmò, il respiro divenne più regolare. Mi sedetti sul bordo del lettino, le accarezzai la fronte rovente e, a bassa voce, rivolsi a Giorgio:

Resti qui. Non rischiare di uscire con questo tempo. Vieni sul divano, così ti faccio da guardia mentre sto con lei.

Lui annuì senza muoversi. Rimase fermo al muro fino allalba, come una sentinella. Per tutta la notte alternai impacchi e docce dacqua fresca per Fiorella, e il mio pensiero continuava a girare intorno a lui.

Nel villaggio si diceva di Giorgio che, un anno prima, sua moglie Caterina era annegata in un torrente. Era una ragazza bellissima, dal sorriso cristallino come il canto di un ruscello. Dopo la sua morte Giorgio sembrò rimanere pietrificato, camminava senza vita, lavorava per tre persone, manteneva la casa in ordine e accudiva la figlia, ma gli occhi erano vuoti. Nessuno lo sentiva parlare, salutava con un sorriso forzato.

Gente di bocca larga raccontava che il giorno dellincidente lui avesse bevuto troppo e detto una parola crudele, spingendo Caterina a saltare nel fiume per disperazione. Da allora non aveva più messo un boccone in bocca, ma il rimorso lo avvelenava più di qualsiasi liquore. Il villaggio lo guardava come luomo con il rimorchio, ma quel rimorchio non era una carrozza, era il dolore che portava ovunque.

Allalba la febbre di Fiorella scese. Aprì gli occhi, di un azzurro intenso come quello di sua madre, guardò me, poi il padre, e le labbra tremarono di nuovo. Giorgio si avvicinò goffamente, afferrò la sua mano e la ritirò come se si fosse bruciato. Aveva paura di lei, perché in Fiorella vedeva ancora la figura di Caterina e tutto il suo dolore.

Li ospitai per un giorno di più, preparai un brodo di pollo e la nutrissi con un cucchiaino. Fiorella mangiava in silenzio, quasi senza parlare, rispondendo solo con un «sì» o un «no». Il padre le versava la zuppa, le tagliava il pane, intrecciava una treccia con le sue mani grosse e ruvide, sempre in silenzio. Latmosfera nella casa era densa di un silenzio che sembrava un canto di tristezza.

Continuai a far loro visita, portando dolci, barattoli di marmellata con la scusa di non avere dove metterli. Li osservavo vivere come due estranei nella stessa casa, con un muro di ghiaccio tra loro che nessuno sapeva come sciogliere.

Allarrivo della primavera, la nuova insegnante arrivò al villaggio: Alessandra Bianchi, venuta dalla città, pacata, colta, con una tristezza nascosta negli occhi. Anche lei portava con sé una storia dolorosa, forse non tanto felice, per arrivare nella nostra campagna. Entrò nella scuola e Fiorella finì nella sua classe.

Ecco cosa successe: un raggio di sole penetrò nelloscurità. Alessandra notò subito la tristezza silenziosa di Fiorella e, con il cuore, cominciò a scaldare la bambina a piccole dosi. Le portava libri illustrati, matite colorate, racconti dopo le lezioni, e Fiorella si avvicinò a lei.

Un giorno, passando dal direttore, vidi Alessandra e Fiorella sedute nella classe vuota. Alessandra leggeva, Fiorella era appoggiata a lei, immobile, con unespressione di pace che non vedevo da tempo.

Giorgio, allinizio, osservava tutto come un lupo. Quando tornò a casa e la vide con linsegnante, il suo volto divenne pietrificato. Sbottò: «Andiamo a casa», afferrò la mano della figlia e la trascinò via, senza un «ciao» o un «arrivederci». La sua bontà lo faceva sentire solo una pietà, più dolorosa di uno schiaffo.

Un pomeriggio si incrociarono al negozio. Alessandra, Fiorella e un gelato in mano, uscirono dal negozio. Giorgio li incontrò, li guardò con il broncio. Alessandra gli sorrise luminosamente:

Buongiorno, signor Giorgio. Stiamo coccolando sua figlia.

Lui, con lo sguardo di traverso, strapò il gelato dalle mani di Fiorella e lo gettò nel cestino.

Non vi intromettete, ci occuperemo noi stessi. sbottò, facendo piangere Fiorella, mentre Alessandra rimaneva immobile, con gli occhi pieni di offesa e dolore. Giorgio si voltò e se ne andò, trascinando la figlia in lacrime. Il mio cuore sangueggiò nel vederlo. Che uomo, che testa! Si ferisce da solo e trascina anche la bambina.

Quella sera, Giorgio bussò a casa mia per del coricante. «Il cuore mi stringe», disse. Gli servii un bicchiere dacqua e mi sedei di fronte a lui.

Non è il cuore a stringerti, Giorgio. È il tuo dolore. Pensi di proteggere tua figlia con il silenzio? La stai uccidendo lentamente. Ha bisogno di parole dolci, di calore. Tu la porti come un ghiaccio, ma lamore non è nella minestra bollente, è negli sguardi, nei tocchi. Hai paura di guardarla, di toccarla. Lascia andare Caterina, lasciati vivere!

Lui ascoltava con la testa bassa, poi alzò gli occhi verso di me, col dolore di un universo intero, e sussurrò:

Non posso, signora Semenova. Non posso

Se ne andò. Rimasi a guardare il suo passo. A volte è più facile perdonare gli altri che perdonare se stessi.

Poi arrivò il giorno che cambiò tutto. Era fine maggio, i fiori sbocciavano, laria odorava di nocciolo e di terra fresca. Alessandra rimase dopo le lezioni con Fiorella; erano sul portico della scuola a disegnare. Fiorella tracciò una casa, il sole, accanto al papà, e unombra nera come una macchia sul terreno.

Alessandra osservò quel disegno e, come se qualcosa si spezzasse dentro di lei, prese Fiorella per mano e si diresse verso la casa dei Sommo.

Io passavo di lì per capire se avevano bisogno di qualcosa. Alessandra era alla porta, esitante, mentre nel cortile Giorgio segava legna, spezzando rami con furia.

Alla fine Alessandra entrò. Giorgio smise la sega, si voltò; il suo volto era più scuro di una nuvola.

Ti avevo chiesto iniziò Giorgio.

Scusi, rispose Alessandra a bassa voce. Non vengo qui per niente. Sono solo venuta per Fiorella. Ma voglio dirle una cosa.

Cominciò a parlare. Raccontò della sua vita, del marito che aveva amato più di ogni altra cosa e che era morto in un incidente. Dopo la tragedia non uscì più di casa, tirò le tende, fissava il soffitto e desiderava solo morire.

Anchio mi colpevo, disse, la voce tremante. Pensavo che se lavessi trattenuto quel giorno, se gli avessi chiesto di restare mi sarei affogata in questo dolore, Giorgio. Ma ho capito che il mio lamento tradiva la sua memoria. Lui amava la vita, voleva che io vivessi. Così ho dovuto alzarmi, respirare per lui.

Giorgio rimase immobile, la maschera di invulnerabilità cadde lentamente. Poi, coprendosi il volto con le mani, tremò. Non pianse, ma il suo corpo intero vibro.

È colpa mia, gracchiò. Non litigammo quel giorno Ridevamo. Lei, piccola, andò in acqua lacqua era gelida. Io le urlai, lei rideva. Poi scivolò su una pietra, si colpì la testa Io tuffai, cercai, ma era già

In quel momento Fiorella, dalla finestra, vide suo padre piangere. Gli occhi non tradivano paura, ma una tenerezza infantile infinita. Si avvicinò, abbracciò le sue gambe robuste con le manine sottili e disse con voce chiara:

Papà, non piangere. Mamma è su una nuvola, ci guarda. Non è arrabbiata.

Allora Giorgio cadde in ginocchio, stringendo la figlia al petto, singhiozzando come un bambino. Alessandra, accanto a loro, piangeva, ma erano lacrime che pulivano il dolore.

Il tempo passò. Lestate sfummò nellautunno, poi tornò la primavera. Il villaggio di San Benedetto divenne una famiglia in più, non per i documenti, ma per il cuore.

Io mi trovavo su una panchina, il sole scaldava, le api ronzavano nei ciliegi in fiore. Vidi Giorgio, Alessandra e Fiorella camminare mano nella mano, Fiorella chiacchierava senza sosta, il suo riso era un campanello che riecheggiava per tutta la via.

Giorgio era un uomo diverso: spalle larghe, occhi luminosi, sorridente verso Alessandra e la figlia, con quel sorriso tranquillo che hanno chi ha trovato il proprio tesoro.

Si fermarono davanti a me.

Buongiorno, signora Semenova, disse Giorgio con una voce piena di calore.

Fiorella corse verso di me, mi porse un mazzo di margherite.

Per Lei!

Presi i fiori, gli occhi ancora lucidi per le lacrime. Il suo rimorchio era stato staccato, o forse lo avevo aiutato a staccare. Lamore, quello di una madre, di una bambina, di un uomo, li aveva salvati.

Proseguirono verso il fiume. Ora quel fiume non era più un luogo di ricordi dolorosi, ma solo acqua che scorreva, dove potersi fermare a pensare al futuro, al sole che nasce e alle cose belle.

E voi, cari amici, credete che un uomo possa uscire da solo dalla melma del dolore, o ha sempre bisogno di una mano tesa?

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