Ricordo ancora quella mattina di luglio, quando noi due siamo uscite di Bologna prima dellalba, quando lautostrada A13 era ancora tranquilla e i bar lungo la strada disponevano appena i menu di plastica sui tavoli.
Livia era al volante della sua vecchia Kia, stringendo il volante come se lauto potesse cambiare idea e tornare indietro. Sul sedile accanto, Cinzia si era sistemata con un thermos di caffè e una busta di panini. Nel cassetto della consolle tintinnavano le compresse per la pressione, accanto a loro cerano i documenti dellauto e lultimo certificato di revisione.
Sei sicura di poter guidare? chiese Cinzia, aggiustandosi la cintura. Se serve, posso prendere il volante.
Per ora va, rispose Livia, premendo un po lacceleratore. E tu, con il tuo burnout, rise, ti dicevi che era meglio non sforzarti.
Cinzia alzò gli occhi al cielo, ma non si offese.
Non è una frattura, è il sistema nervoso, disse. E, a proposito, lo psicologo ha detto che cambiare aria è salutare. Quindi, adesso sono ufficialmente in terapia.
La parola psicologo suonava ancora strana a Livia. Aveva appena imparato a pronunciare divorzio senza impappinarsi. Dopo ventanni di matrimonio, una sola percussione del martello del giudice aveva spaccato tutto, e ora percorreva la A13 con unamica duniversità, cercando di non pensare che a casa non la aspettasse più nessuno.
Dove andiamo alla fine? chiese Cinzia. Non ho capito se hai un piano o se ti affidi al caso.
Un piano più o meno, Livia scrollò le spalle. Ferrara, poi Parma, dove la cugina ci ospiterà. Dopo vedremo come mi sento. Guarda la mappa, indicò latlante piegato tra i sedili. Non sono una maniaca del programma, mi basterebbe
Non finì la frase. Cinzia capì subito cosa cera dietro il basterebbe. Uscire da quellappartamento che ricordava a ogni angolo lex marito. Accertarsi che la vita non si fosse conclusa davanti al cancello del comune.
Vorrei cambiare aria, concluse dolcemente Cinzia. E smettere di sobbalzare per ogni email di lavoro.
Cin cinci anni fa Cinzia aveva lasciato lagenzia pubblicitaria. Prima di ciò dormiva in ufficio, litigava con i clienti, scriveva strategie per marchi che non le importavano. Un giorno si rese conto che, mentre si recava al lavoro, iniziava a sentirsi soffocare, e la sera piangeva senza ragione. Il medico lo chiamò burnout, le diede il certificato di malattia e le suggerì, con gentilezza, di rivedere lo stile di vita.
Sei sicura che non sia una fuga? le aveva chiesto Livia al telefono.
E se lo è? rispose Cinzia. Forse proprio ora mi serve una fuga.
Da lì nacque lidea del viaggio su strada. Cinzia voleva libertà, spontaneità, lignoto. Livia desiderava tappe programmate, soste sicure e benzina con bagni puliti. Accorderono di provare a conciliare i due mondi.
Fuori scorrevanp campi verdi, villaggi sparsi, insegne Cucina di Casa e Grigliata. La radio sfrigolava, alternando canzoni popolari a notizie. Livia si accorse di apprezzare semplicemente il movimento. La strada allungava via dalla mente ricordi di litigi, udienze in tribunale, videochiamate con i figli adulti.
Metti una musica più allegra, chiese Cinzia. Altrimenti tornano i bollettini e tutti i pensieri si spengono.
Livia cambiò stazione. Partì una vecchia canzone pop, quella con cui erano state a ballare al ballo di laurea. Cinzia rise, cantò a squarciagola. Livia sentì dentro di sé qualcosa sciogliersi.
A mezzogiorno si fermarono in un bar di campagna dal cartello sbiadito Accoglienza. Lodore era quello di patate fritte e zuppa casalinga. Dietro al bancone una donna in grembiule spolverava i bicchieri. Fuori, sul parcheggio, due autocarri e qualche utilitaria.
Prendiamo minestrone e polpette, ordinò Cinzia con decisione. E del tè.
Io solo insalata e minestra, aggiunse Livia. Devo guidare, dopotutto.
Sedute al tavolo, Cinzia stese mappe stampate, un taccuino per gli appunti e una penna.
Ascolta, disse, facciamo così. Un giorno seguiamo il tuo itinerario, dormiamo da parenti. Il giorno dopo, scegliamo a caso. Se vediamo un lago, prendiamo la deviazione. Se troviamo un cartello per un museo di stivali, andiamo lì.
Livia aggrottò le sopracciglia.
Non mi piace a caso. Potremmo finire in un posto senza alberghi.
Allora proviamo, rispose Cinzia, magari la casa più remota avrà il tiramisù più buono della nostra vita.
Mentre il cameriere portava il cibo, Livia decise di mettere da parte il litigio. In quel momento, il conflitto sembrava più uno scontro tra due modi di vivere. Cinzia, sempre in cerca di novità, cambiava lavoro, città, relazioni. Livia, invece, costruiva una casa, risparmiava per ristrutturare, si aggrappava alla stabilità.
Dopo pranzo ripresero la strada. Il sole saliva alto, lauto si scaldava. Livia aprì un po il finestrino, sentì laria tiepida accarezzare la guancia. La strada era quasi liscia, gli sorpassi rari, i posti di blocco occasionali.
Guarda, indicò Cinzia, cè un cartello per il lago Riva del Fiume. Facciamo una sosta, ci facciamo un tuffo.
A Cremona mancano ancora due ore, rispose Livia. Ho promesso a mia sorella di arrivare entro sera.
Telefona e dì che arriveremo tardi. Non siamo in servizio, ma in vacanza, vero?
Livia strinse il volante più forte. Quella leggerezza le irritava.
La gente ci aspetta. È poco decoroso.
E che sia decoroso continuare a seguire un programma che non ti appartiene più? chiese Cinzia sottovoce.
Le parole la colpirono. Livia tacque. Il cartello rimase indietro.
A circa trenta minuti il traffico si fece più fitto per via di lavori. Lasfalto era interrotto, le ruote saltavano sui solchi.
Rallenta, disse Cinzia. Sembra ci siano delle buche.
Vedo, rispose Livia.
Livia osservava la strada, ma i pensieri tornavano alle parole di Cinzia: un programma che non ti appartiene. Che cosa le conveniva ora? Vivere sola in un trilocale? Affittare qualcosa di più piccolo? Tornare al vecchio lavoro di segretaria o rischiare una nuova carriera?
Un camion di ghiaia si avvicinava, spargendo ciottoli sul marciapiede. Livia decise di sorpassarlo mentre il tratto era ancora corto.
Non ora, protestò Cinzia, notando il lampeggiatore. Qui la segnaletica è assente.
Va a 40 km/h, non arriveremo in tempo.
Livia si spostò sulla corsia opposta. In lontananza si intravidero fari, ma la distanza sembrava sufficiente. Premette lacceleratore, superò il camion, ma il pneumatico destro colpì una profonda buca.
Limpatto fu brusco, lauto scivolò. Livia riaggiustò il volante, ma un forte botto fece sbandare la Kia verso destra. Afferrò il volante, cercando di tenere la vettura sulla corsia, mentre frenava. Il cuore batteva forte. Il camion era già dietro, lauto in avvicinamento frenò lampeggiando.
Si fermarono sul ciglio. Per qualche secondo il silenzio fu totale, mentre entrambi respiravano a fatica.
Siamo vivi? chiese Livia, con voce rauca.
Credo di sì, rispose Cinzia, slacciandosi la cintura. Vediamo che succede.
Scendendo, il sole rovente colpì il volto. A destra un campo, a sinistra una stretta traccia di auto lente. Il pneumatico destro era quasi strappato fino al cerchione.
È forato, disse Cinzia. Hai la ruota di scorta?
Sì, Livia aprì il bagagliaio, tolse le valigie, estrasse il cric, la chiave e la ruota di scorta. Le mani tremavano.
Lascia fare a me, propose Cinzia. Ho esperienza.
La faccio da sola, rispose Livia, ostinata.
Mise il cric, cercò di sollevare lauto. Lasfalto era irregolare, il cric scivolò un po. Livia sbottò unimprecazione. Unondata di sudore le scivolò lungo la schiena.
Cin cinci guardò in silenzio, poi si avvicinò.
Nat, davvero, lasciami, disse, sei su tutti i nervi adesso.
Sono nervosa perché mi distrai con le tue chiacchiere, ribatté Livia. Facciamo una deviazione, chiamiamo qualcuno, non pensiamo alle convenzioni.
Non ti ho spinto a sorpassare, rispose calmamente Cinzia. È stata una tua decisione.
È sempre la mia, continuò Livia. Il divorzio, il pneumatico, la vita tutto è colpa mia, lho rovinata da sola.
Le parole uscirono più forti del previsto, attirando lattenzione di qualche auto di passaggio. Cinzia strinse i denti.
Non devi portare tutto da sola, disse. Né il pneumatico né la tua vita.
Facile per chi ha sempre vissuto secondo i propri desideri, replicò Livia. Tu potevi cambiare lavoro perché sapevi di trovare altro. Potevi lasciare luomo perché credevi di trovare un nuovo compagno. Io
Il ricordo della cucina dove lex marito caricava le valigie le riempì la mente: il suo volto stanco, le sue promesse di cambiamento. Nulla era cambiato.
E tu? chiedette Cinzia, dolcemente.
Ho sempre pensato a quello che fosse comodo per tutti: i figli, il marito, il capo. Ora che ognuno è ai propri confini, non so più cosa voglio, se non arrivare a Cremona secondo il piano.
Cin cinci sospirò, poi aggiunse:
Io volevo libertà, sorrise, ma non sono venuta qui da sola. Se il tuo piano per oggi è una stanza pulita e una chiacchierata con la sorella, mi adeguerò.
Livia sentì un nodo allo stomaco allentarsi.
E domani? propose. Possiamo fare come te, se spunta qualcosa di interessante.
Daccordo, confermò Cinzia. Domani è il mio giorno di improvvisazione.
Finirono il tè, pagarono e tornarono allauto. Il meccanico spiegò come aggirare il tratto in riparazione, mostrò altre piccole crepe nei pneumatici. Livia ascoltava attenta, ponendo domande; Cinzia rimaneva al suo fianco, senza intervenire.
Guiderai? chiese Cinzia quando furono sole.
Livia guardò la strada, il volante, le proprie mani.
Guiderò, rispose. Ma se comincio a impazzire, cambiamo subito posto. Patto?
Patto, annuì Cinzia.
I primi chilometri dopo il gommista furono lenti, quasi eccessivamente cauti. Ogni rumore sembrava minaccia, ogni avvallamento un pericolo. Cin cinci rimaneva in silenzio, a tratti osservando Livia con sguardo attento.
Piano piano la tensione svanì. La strada divenne una semplice striscia di asfalto, le auto solo auto, non ostacoli. Livia si permise di accendere la radio.
Sai, disse, mentre attraversavano un piccolo borgo, non ho mai saputo chiedere aiuto. Pensavo che se lo facevo mi avrebbero considerata debole.
Io temeva che se lo chiedessi, mi rifiutassero, replicò Cinzia. Così ho sempre fatto tutto da sola.
Che ironia, rise Livia. Alla fine entrambe abbiamo sollevato più di quanto potessimo.
Almeno ora ne parliamo, concluse Cinzia.
Il sole scendeva, tingendo il cielo di rosa. Livia avvertì una quieta accettazione dentro di sé. Non era ancora una soluzione a tutto, ma era sufficiente per quel momento: procedere, senza farsi illusioni, ma con onestà.
Arrivarono a Cremona al crepuscolo. La città brillava di luci sui ponti e di pochi passanti. La sorella di Livia abitava in un palazzo di mattoni al margine. Salirono al quarto piano, furono accolte da abbracci, dal profumo di pollo arrosto e da domande sulla vita.
Livia presentò Cinzia, le offrì un posto dove mettere le borse. A tavola si parlò di figli, di lavoro, dei prezzi nei supermercati. Cinzia raccontò aneddoti divertenti dellagenzia pubblicitaria, tutti ridevano.
Quando tutti si ritirarono nelle camere, Livia e Cinzia rimasero sole in cucina. Fuori la notte avvolgeva la città, un cane abbaiava in lontananza.
Come ti senti? chiese Cinzia, versando il tè.
Stanca, ammise Livia. Ma stranamente serena.
Anchio ho avuto paura, confessò Cinzia. Non solo per il pneumatico. Ho temuto che ci fosse una lite così profonda da non poter più parlare.
Livia ricordò le sue parole sul vivere una vita rovinata e provò imbarazzo.
Non voglio litigare con te, disse. A volte sembra che mi spingi dove non sono pronta.
Allora dillo, incitò Cinzia. Io forse non vedo quando esagero. Ho labitudine di trascinare tutti con me, tu invece freni. È importante parlarne, non accumularlo.
Livia annuì.
Domani, se è il tuo giorno di improvvisazione, mettiamo dei limiti. Non piùCosì, al sorgere del nuovo giorno, decisero di tracciare il loro percorso insieme, accettando sia le deviazioni impreviste che le tappe pianificate, sapendo che la vera libertà risiedeva nel condividere la strada, qualunque forma essa prendesse.







