— Sono stata due giorni con la febbre e tu non mi hai nemmeno fatto un tè! Non sei un uomo, sei solo un incapace! E adesso, se hai fame, ti cucini da solo!

Sono due giorni che giaccio con la febbre, e tu non mi hai nemmeno preparato un tè! Non sei un vero uomo, sei solo un’ombra inutile! Ora, se vuoi mangiare, cucinerai da solo.

Marco Marco, per favore vai in farmacia.

La voce era estranea, secca e spezzata, come le foglie morte di ottobre. Ginevra a stento la riconobbe. Raschiava la gola secca, e ogni parola rimbombava nella sua testa come un colpo sordo e bruciante. Giaceva, incastrata in un cuscino imbevuto di sudore, fissando il soffitto che sembrava scendere lentamente, minacciando di schiacciarla. Il corpo era un unico rogo di dolore. Ogni articolazione, ogni ossa era un frammento di vetro rotto, e il più minimo movimento, anche solo girare la testa, scatenava unonda nuova di tormenti. Il caldo non era solo febbre: era una creatura vivente che si era annidata sotto la pelle, inondava i muscoli di piombo e ora li fondeva dallinterno.

Dal soggiorno si sentiva il ritmo incalzante dei tasti, il clic furioso del mouse, interrotti da brevi urli gutturali. Era il mondo di Marco. Un universo in cui si tuffava a capofitto, con le enormi cuffie a forma di casco da pilota ben strette alle orecchie. Lì, nella realtà virtuale, si combatteva, si conquistavano basi, scorreva sangue digitale. Là era un comandante, un eroe. Qui, nel loro piccolo appartamento romano, era solo unombra curvata sulla sedia da gaming.

Marco, mi senti? Sto davvero male. Ho bisogno di antipiretici e qualcosa per la gola.

vedeva la sua schiena: larga, forte, ora tesa dalladrenalina del gioco. Non si voltò. Solo la sua mano sinistra, per un attimo, si staccò dalla tastiera e fece un gesto vago nellaria, come a dire sì, ho capito, lasciami in pace.

Sì, adesso

Adesso non arrivava mai. Il tempo si trasformò in una massa viscosa e tirante. I minuti si mescolavano alle ore. La luce del sole che filtrava dalla fessura tra finestra e infisso divenne un crepuscolo grigio, poi sprofondò in unoscurità densa. Ginevra oscillava tra un sogno appiccicoso, pieno di onde incandescenti e ombre mostruose, e la realtà dolorosa, assetata, accompagnata dal suono incessante della sua battaglia. Sognava un semplice brodo di pollo. Non un piatto raffinato, ma il liquido più elementare caldo, salato, capace di riscaldarla dallinterno e di restituirle un barlume di forza.

A un certo punto i rumori del soggiorno cambiarono. Si aggiunse il suono del citofono, una breve conversazione, un fruscio. Poi un profumo invase lappartamento: denso, speziato, irresistibilmente appetitoso, di impasto caldo, mozzarella fusa e pepperoni. Pizza. Marco laveva ordinata per sé. Quellidea non suscitò rabbia; non ne aveva più energia. Solo una disperazione sorda, senza via di scampo. Lui, a dieci metri da lei, gustava, viveva, si divertiva, mentre lei, nella loro camera da letto condivisa, si dissolveva lentamente nella febbre, dimenticata, come una cosa superflua.

Raccogliendo le ultime briciole di volontà, chiamò di nuovo, e questa volta la sua voce suonò quasi come un sibilo.

Marco acqua, per favore ho sete.

Questa volta lui reagì. Togliendo una cuffia, girò la testa. Il suo volto, illuminato dalla luce blu del monitor, era estraneo e sconosciuto. Gli occhi brillavano di eccitazione, le labbra trattenevano un sorriso di attesa della vittoria. Guardava Ginevra, ma non la vedeva. Il suo sguardo scivolava su di lei come su un elemento darredo.

Tra un attimo finisco la partita. Quasi al finale.

Rimise le cuffie, e il muro sonoro lo separò da lei definitivamente. Ginevra chiuse gli occhi. Finisco la partita. Quella frase, lanciata con lieve irritazione, fu lultimo chiodo nella sua pazienza. Non pregò più. Si limitò a giacere, sentendo una lacrima calda scorrere sulla guancia, evaporare allistante sulla pelle rovente. Non era solo malata. Era solitaria. Assolutamente sola, nella stessa casa con un uomo che un tempo aveva promesso di stare al suo fianco nei momenti di dolore e di gioia. Certamente uninfluenza con febbre quaranta gradi non rientrava in nessuna di quelle categorie.

Il tempo cessò di esistere. Si dissolse in una serie di sogni appiccicosi, pesanti, e di brevi risvegli dolorosi. Ginevra non sapeva se fossero passati giorni o eternità. Ma per un istante capì che il fuoco dentro di lei si era spento. Al suo posto arrivò un freddo logorante, una debolezza che gelava le ossa. Il corpo, un tempo un forno ardente, divenne una cosa estranea e gelata. Le lenzuola sotto di lei erano umide e appiccicose, e nella bocca rimaneva il sapore disgustoso della malattia.

La sete era tuttoconsumante. Non solo un desiderio di bere, ma lurlo di ogni cellula disidratata. Scese dal letto, e la stanza cominciò a oscillare, a fluttuare, perdendo i contorni. Ginevra strinse gli occhi, aggrappandosi al bordo del materasso, trattendosi dal vomito. I suoni del soggiorno non sparirono; cambiarono semplicemente tono. Non più il frastuono di un combattimento, ma uneco di chiacchiere di Marco rivolte a interlocutori invisibili nella chat. Lui era vivo. Il suo mondo continuava a girare.

Il cammino verso la cucina divenne una scalata dellEverest. Ogni passo riecheggiava come un ruggito nelle tempie. Appoggiandosi al muro come un vecchio zoppo, avanzava lentamente, oscillante. Laria del corridoio era stantia, profumava di acido e di vecchia decadenza. Uscita la camera da letto, si trovò nella stanzacucina: un lampo di luce diurna le accecò gli occhi, poi si stabilizzò.

Quello che vide non era solo disordine. Era un monumento allegoismo, eretto in quei due giorni dinferno. Sul tavolino unimponente piramide di tre scatole di pizza, ricoperte da macchie di grasso solidificate. Accanto una montagna di lattine di bevande energetiche e un anello appiccicoso di latte versato. Nel lavandino una torre di piatti, pentole e forchette sporche, immerse in acqua torbida e maleodorante. Sul pavimento briciole e involtini di plastica. Non solo non puliva; trasformava meticolosamente il loro piccolo appartamento in una cantina di rifiuti, dove lunico punto luminoso era lo schermo del suo monitor.

Ginevra spostò lo sguardo su di lui. Marco era ancora seduto, di spalle, nella stessa sedia da gaming, le cuffie ancora in testa. Non accennò a notare la sua presenza. Era immerso nel suo mondo, dove tutto era semplice e chiaro, dove non esistevano mogli malate, problemi domestici o responsabilità.

Si avvicinò al frigorifero, lo aprì e afferrò una bottiglia dacqua minerale, bevendo in grandi sorsi, sentendo lidratazione rinvigorire il suo corpo. Appena udì il cigolio della porta che si apriva, Marco si voltò. Togliendo le cuffie, sul suo volto comparve una curiosa indifferenza. Il suo sguardo si posò su di lei, pallida, avvolta in una maglietta stropicciata, e sulle labbra affiorò un sorriso storto.

Oh, ti sei svegliata? Allora ho fame.

Quella frase cadde nel vuoto della sua coscienza come una pietra in un pozzo profondo. Non Come ti senti? né Hai bisogno di qualcosa?. Solo un freddo ti sei svegliata. Come se fosse un elettrodomestico rotto che finalmente si era aggiustato, pronto a funzionare di nuovo, e con esso il suo bisogno: ho fame. In quel momento la sua debolezza fisica svanì, sostituita da unondata di rabbia pura, cristallina. Guardò il disordine attorno e, per la prima volta in due giorni, si sentì incredibilmente potente.

Luniverso che poco prima si muoveva e fluttuava si fermò, assumendo una nitidezza acuta. La debolezza che offuscava la mente si dissolveva, bruciata da un fuoco bianco di collera. Non era una crisi isterica, né una capricciosa lamentela femminile. Era unesplosione, un terremoto profondo, che Marco, nella sua accogliente dimora di pixel e fastfood, non poteva prevedere.

Hai fame? scoppiò la voce di Ginevra, non per debolezza, ma per una tensione terrificante. Uscì come il ghiaccio che si spezza. Seriamente? Sono due giorni che mi giro in una febbre torbida, non riesco nemmeno a alzarmi per andare in bagno! Ti ho implorato, ti ho supplicato come unultima mendicante, di andare a prendere le medicine! E tu? Hai finito la partita! Volevo bere così tanto che le labbra si sono incollate ai denti, mentre tu mangiavi la tua pizza, il suo profumo invadendo la camera! Io annegavo, e tu non ti sei avvicinato!

Non urlava, sputava parole. Ogni frase era una pietra affilata che lanciava contro il suo silenzio impenetrabile. Le accuse erano talmente precise, talmente inconfutabili, da non poter essere risposte con un semplice è colpa mia o esageri.

Marco osservava lo scoppio con una lenta superiorità. Si sporse indietro sulla sedia, incrociò le braccia sul petto, e sul suo volto si leggeva quellespressione che Ginevra odiava di più al mondo: il volto indulgente di un adulto che ascolta il balbettio incoerente di un bambino. Aspettava. Aspettava che quel flusso verbale si esaurisse, che lei finisse di parlare, per poi rimettere le cuffie. Non cercò di penetrare il senso delle sue parole; per lui erano solo rumore di fondo.

Finalmente Ginevra tacque. Non perché le parole fossero finite, ma perché comprese lassurdità della situazione. Era come leggere poesie a un muro sordo. Guardò Marco, la sua postura, il sorriso increspato al cantuccio della bocca, e tutta la sua furia si contrasse in una massa di ghiaccio, un pesante proiettile nel petto.

Marco attese il silenzio, poi con una voce ironica e premurosa disse:

Hai sfogato tutto?

Quella fu lultima mossa. Lui aspettava lacrime, unaltra recriminazione, la continuazione dello scontro. Non era pronto a ciò che sarebbe seguito.

Ginevra non rispose. Gli incrociò lo sguardo per qualche secondo, e nei suoi occhi non cera più dolore né rancore, solo la fredda determinazione di un chirurgo prima di unoperazione. Poi si voltò.

Sono due giorni che giaccio con la febbre, e tu nemmeno mi hai preparato un tè! Non sei un uomo, sei una creatura inutile! Ora, se vuoi mangiare, mangia da solo!

Con quelle parole aprì di colpo la porta del frigorifero. Un vapore gelido ne uscì, avvolgendo il suo corpo. Marco la osservava, sorpreso, chiedendosi cosa stesse facendo. Mangiare da sola? Boicottare? Quei pensieri gli sembravano infantili e ridicoli. Ma Ginevra non prese un piatto. Le sue mani afferrarono con decisione una grande pentola da cinque litri, dove bolliva un ricco borscht rossoscuro, già pronto prima della malattia. Lo sollevò con fatica e lo posò sul pavimento. Poi afferrò un contenitore di riso pilaf dorato, impregnato del profumo di carne e spezie, e lo depose accanto al borscht. Seguì lo spezzatino, il cavolo brasato, le polpette di pollotutto quello che aveva preparato metodicamente per avere provviste per i giorni a venire.

Marco guardava quellarmata di pentole e contenitori sparsi sul pavimento della cucina, incapace di capire il suo intento. La scena non quadrava con nessuna logica nella sua mente. Il suo volto mostrava una perplessa sorpresa. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma Ginevra, senza voltarsi, prese la pentola più pesante di borscht e, con passo deciso, si diresse verso il bagno.

La porta del water si aprì. Il bianco del vaso, di solito così banale, in quel momento divenne un altare sacrificale. Ginevra si fermò sopra di esso, la pentola in mano. Le sue mani non tremavano. Con un leggero gesto, il liquido rubino, ricco di carne e verdure, scivolò nel water con un sordo schianto. Laroma di barbabietola, aglio e brodo caldo riempì il piccolo spazio, mescolandosi al pungente odore di candeggina.

Marco, fermo nella porta della cucina, guardava attonito, il cervello incapace di elaborare quellimmagine. Era oltre la sua comprensione, assurdo, irrealistico.

Che che stai facendo? Davvero?

Lei non rispose. Continuò a guardare il flusso finale dellultimo pezzo di patata, poi premé il pulsante di scarico con precisione meccanica. Il fragore dellacqua che si ribolliva fu lunica risposta, un boato finale, come un punto fermo alla fine di una lunga frase. Pose la pentola vuota sul pavimento di piastrelle, si girò e tornò alla cucina.

Solo allora Marco comprese lintera portata della scena. Non era una crisi istintiva; era una distruzione metodica, fredda.

Sei impazzita?! urlò, mentre afferrava un contenitore di pilaf. È cibo! È cibo! Ti rendi conto di quanto costi tutto questo?!

Il suo grido non era rivolto a lei, ma al cibo, al valore materiale che lui custodiva. Ginevra, senza curvarsi, portò il pilaf verso il water, lo gettò, lo vedi scomparire tra le acque. Un altro schianto dacqua, un altro ruggito.

La collera di Marco raggiunse il culmine. Correndo per la cucina, agitava le braccia, il volto arrossato di rabbia.

Che diavolo ti prende? Buttare via tutto! Cibo! Come se non fosse tuo! Hai cucinato e ora lo butti! È assurdo!

Ma le sue parole non pesavano più per lei. Erano solo rumore di fondo rispetto ai suoi movimenti meccanici. Il gulasch, le polpette, il cavolo brasato ogni passo verso il water era un passo che la allontanava sempre più da lui, dal loro passato condiviso. Non lo guardava, non reagiva ai suoi urli. Continuava a eseguire il suo piano, distruggendo i ponti, i fili, ogni forma tangibile della sua cura, che lui aveva abituato a consumare senza dare nulla in cambio.

Quando lultima pentola fu svuotata, tornò in cucina. Sul pavimento giaceva unE mentre lultima goccia di brodo svaniva nel silenzio, Marco, ora solo nelleco del suo appartamento vuoto, comprese che il vero nemico era la sua stessa indifferenza.

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