Durante una passeggiata col cane, una ragazza del liceo venne affiancata da due uomini, che in modo minaccioso le proposero di “farle fare un giro”
Non avevo mai visto Mia così: i suoi occhi lanciavano lampi di rabbia, i denti scoperti in modo minaccioso. Prima ancora che realizzassi cosa stava succedendo, il cane si avventò sulluomo che le aveva afferrato il braccio, lo fece cadere a terra e, ringhiando minacciosamente, si eresse sopra di lui come unombra terrificante
Quando Mia compì sette anni, ebbe finalmente la sua cameretta luminosa e spaziosa. Ma la bambina si rifiutava categoricamente di dormirci da sola. Ogni sera, uno dei genitori una volta la mamma, una volta il papà si sdraiava accanto a lei finché non si addormentava. Se durante la notte si svegliava e non trovava nessuno vicino, prendeva cuscino e coperta e si trasferiva nel lettone dei genitori. Niente suppliche, niente discorsi educativi sortivano effetto: nulla cambiava, anche se la ragazza cresceva.
Fino al giorno in cui la soluzione non le rotolò letteralmente davanti ai piedi una pallina bianca e soffice che prima abbaiò impaurita e poi fece una piccola pozza per terra. Guardandola meglio, si scoprì che era una cucciola adorabile, tanto tenera da far sussultare Mia: «Mamma, possiamo tenerla, ti prego?» Iniziarono le trattative: studiare bene, tenere in ordine, portare a spasso il cane da sola e dormire senza mamma e papà, nella sua camera. Le prime tre condizioni Mia le accettò senza nemmeno pensarci, sullultima esitò ma poi capì subito: «Ora non sarò più sola!»
Così in casa arrivò Bianca ufficialmente un west highland white terrier, ma dal portamento sembrava una vera signorina dal carattere forte. E, sorprendentemente, Mia mantenne la promessa. Con larrivo di Bianca, iniziò a dormire nella sua camera; la cagnolina fu la sua fedele compagna di sogni e di avventure quotidiane.
Bianca era davvero una bellezza: curata, consapevole del suo charme, con un portamento da dama. Ignorava quasi tutti gli altri cani, ma coi bambini che volevano sempre accarezzarla era paziente, a volte persino condiscendente, come se accettasse con dignità le loro lodi. Verso gli altri cani, però, mostrava subito i denti e con un mugolio indignato faceva capire il suo disappunto.
Per migliorare il comportamento di Bianca, mamma e Mia si iscrissero a una scuola per cani e parteciparono diligentemente alle lezioni per tre settimane. Ma listruttore non sembrava troppo esperto, o forse Bianca era troppo indipendente nessun cambiamento. Alla fine listruttore concluse: «Voi siete il suo branco, non le serve altro». E sia: loro tre stavano comunque benissimo insieme.
Per le passeggiate, Mia e Bianca sceglievano un prato selvatico dietro casa. Una volta sorgevano lì dei magazzini ormai demoliti restavano solo pezzi di fondamenta e qualche albero da frutto inselvatichito. Su un lato, il terreno confinava con vecchie case di legno ormai cadenti, oggi quasi tutte disabitate. La maggior parte degli altri padroni preferiva il parco cani recintato, ma Mia e Bianca amavano quel luogo romantico, pieno di libertà e quiete.
Proprio lì, Bianca incontrò il suo destino.
Quellestate, Mia compì quindici anni, Bianca otto. La ragazza era già alta e snella, con uno sguardo sognante e il telefono sempre in mano. Bianca, ormai matura, si muoveva decisa come una gran dama. Stavano passeggiando: Mia immersa nei pensieri, Bianca a odorare lerba. Quando, allimprovviso, accadde lincontro: un grosso cane dal pelo arruffato le saltò addosso somigliava a un pastore, ma era ancora più spettinato ed esuberante. Era allegro, massiccio e rumoroso: girava intorno a Bianca, la toccava con il naso, la leccava, la caricava della sua vitalità. Bianca rimase di sasso, senza sapere come reagire a quella sfacciataggine.
«Non aver paura, stellina!» accorse nel frattempo una vecchietta sui settantanni, con un bastone. «È giocoso, ma buono. Non ha mai morso nessuno!»
«Si vede!» rise Mia, accucciandosi mentre il bestione le leccava tutta la mano, scodinzolando tanto da smuovere la terra. «Al massimo può far paura a furia di leccare!»
«Sa, finora lo lasciavo solo nel cortile, mai fuori. Ma ieri è arrivata mia nipote e lha portato a spasso ed era felicissimo! Così oggi ho pensato di venirci anchio. Ma appena ha visto la sua cagnolina, subito è corso da lei.»
«E la mia non riesce a staccargli gli occhi di dosso. Credo si sia innamorata!»
«Magnifico! La vita è più bella in due. Lui si chiama Drago. Io sono Nonna Maria.»
Da quella sera, Drago divenne ospite fisso delle passeggiate. A volte li attendeva già al prato, se arrivava tardi, Bianca emetteva un trillante richiamo e pochi istanti dopo eccolo correre da loro. Giocavano tra lerba, rotolavano nella polvere, rincorrendosi felici.
Mia portava sempre una coperta, la stendeva sotto il melo e si metteva a leggere. Bianca e Drago, dopo i giochi, le si sdraiavano accanto, muso contro muso. Qualche volta si univa anche Nonna Maria, portava dei biscotti e si sedeva sul bordo della coperta a raccontare qualche storia. Mia ascoltava volentieri la vecchietta viveva da sola, figlio e nipote la visitavano raramente. Il cane le era stato regalato cinque anni prima, credevano sarebbe rimasto piccolo, invece era diventato un gigante.
«Senza laiuto di mio figlio non ce la farei. Con la sola pensione, sfamare Drago è una vera impresa,» sospirava Nonna Maria, mentre Drago la fissava con occhi adoranti e sorriso beato.
Con settembre, le passeggiate si spostarono alla sera. Una di quelle sere, appena arrivarono al prato, Drago non si vedeva. Proprio allora un SUV nero entrò nella sterrata con la musica sparata e tre giovani ubriachi a bordo. In due scesero barcollando, circondando Mia a distanza ravvicinata.
Lei indietreggiò fino allalbero di mele, attivò velocemente il registratore del telefono e lo nascose in tasca. Poi, sottovoce, sussurrò a Bianca:
Chiama Drago, subito!
Sperava che la sentisse.
Bianca non aspettava altro iniziò ad abbaiare forte e cupo, chiamando aiuto.
«Ehi, mica male!» esclamò uno dei ragazzi, guardandola ammirato. «Menomale che siamo passati!»
«Che bel cagnetto!» rise laltro, con una smorfia sgradevole. Bianca, sentendo nominare il suo nome, ringhiò subito sollevando il muso, mostrando i denti.
«Ma perché perdere tempo?» continuò il primo, afferrando di colpo Mia per il braccio. «Dai, facciamo un giro! Ti riporto sana e salva»
«O quasi!» rise lamico, afferrando laltro braccio.
«Ragazzi, a voi questa cosa non piacerà,» disse Mia calma, cercando di guadagnare tempo. «Sta arrivando un altro cane. Voi due fate meglio a sparire, finché potete»
«Chi, un altro bastardo?» ghignò uno, dando una pedata a Bianca e trascinando la ragazza verso la macchina. «Spero almeno che sia divertente!»
«Forse ci sbrana pure!» rise laltro, schiaffeggiandole una coscia. Non andarono avanti: un istante dopo volò via come colpito da un ariete Drago gli era piombato addosso con tutto il peso.
Non lavevo mai visto così: gli occhi iniettati di sangue, lo sguardo folle, la bocca spalancata da cui colava bava, i denti scoperti come per mordere da un momento allaltro.
Senza che nessuno riuscisse a reagire, Drago si avventò su chi tratteneva Mia, lo buttò giù ringhiando con tutto il corpo, minaccioso come una montagna a quattro zampe.
Laltro ragazzo, preso dal panico, tornò a strisciare verso il SUV, si catapultò dentro, chiuse lo sportello e partì sgommando nella notte.
Mia prese il telefono, fermò la registrazione e chiamò immediatamente la polizia.
Intanto il primo aggressore restava schiacciato a terra dal peso furibondo del cane, madido di saliva e tremante dalla paura. Così lo trovarono gli agenti arrivati pochi minuti dopo.
«Basta, Drago, hai fatto il tuo dovere,» disse Mia a bassa voce, mentre lo prendeva delicatamente per il collare. «Su, lascia perdere questa feccia. Lascia che si asciughi i pantaloni»
I poliziotti portarono via luomo reggendolo sotto le ascelle, e in effetti, la sua tuta aveva vistose macchie bagnate
Mia, tenendo saldo il guinzaglio, singinocchiò accarezzando il muso ansimante di Drago, mentre abbracciava Bianca, ancora tremante, che la guardava come a chiedere: «Adesso siamo davvero al sicuro?»
«La tua padrona diceva che non sapevi nemmeno ringhiare, eh?» si chinò Mia su Drago, bisbigliando: «Altroché se lo sai Grazie, mio eroe.»
Le serate dottobre si fecero sempre più fredde. Una sera, Mia uscì ancora con Bianca sul terreno ma Drago non cera. Bianca abbaia allegra come al solito, ma senza risposta. Arrivate davanti casa di Nonna Maria, trovarono unambulanza al cancello. Stavano portando la vecchietta fuori in barella.
«Si è sentita molto male,» spiegò la vicina. «Tossiva da giorni, ormai si reggeva a fatica. Stamattina ho sentito Drago ululare come un disperato. E lui non ulula mai, a vuoto non abbaia. Sono corsa e lho trovata priva di sensi, in preda alla febbre Ho chiamato subito lambulanza. Speriamo ce la faccia!»
«Andrà tutto bene. Domani vengo a trovarla,» promise Mia.
«Ce lo auguriamo Solo, non saprei che fare col cane. Io ho già un maschio, due non possono vivere insieme»
«Lo portiamo noi a casa. Lo spazio è poco, ma ne parlerò con i miei non diranno di no.»
Drago, nella nuova casa, fu felice della compagnia di Bianca, ma la tristezza non lo abbandonava. Ogni volta che Mia tornava dallospedale, lui si precipitava alla porta, scrutandola con speranza, come a chiedere: «Mi porti da lei?»
La salute di Nonna Maria migliorava. Un giorno Mia le portò in ospedale un tablet. Da quel momento, Drago incontrava regolarmente la sua padrona in videochiamata: inizialmente annusava lo schermo, poi scodinzolava, si accucciava e restava fermo a guardarla. Nonna Maria sorrideva, carezzando laria con le dita, come se accarezzasse la testa del suo cane. Era un conforto per entrambi.
Pochi giorni dopo arrivò il figlio di Nonna Maria. Si informò su tutto, ringraziò per laiuto e disse:
«Abbiamo deciso di portare la mamma a vivere con noi. Non posso lasciarla più sola. Ma Drago, purtroppo, non ci sta. In tre stanze siamo già in cinque, ora con la mamma non cè posto per un cane.»
«Non si preoccupi, ormai è con noi. I miei non hanno fatto storie. Però lasciateci il tablet, così possono continuare le videochiamate: per Drago e per la nonna è una gioia.»
Lautunno frusciava sotto i passi, la pioggia cadeva fitta, il vento sferzava i vetri. Sul davanzale largo, avvolta in una coperta, Mia guardava verso il prato. Sotto di lei, sdraiati a terra, due cani si toccavano il muso.
Una storia era finita. Ma oltre la pioggia, oltre lorizzonte, unaltra era già cominciata: fatta di casa, calore, e del ringhio fedele che, più di ogni parola, rassicura il cuore.






