Lui non mangiava senza di me

Quando lambulanza mi ha portata via, non era la pressione a farmi tremare. Niente a che fare con la testa che gira o con gli occhi che si offuscano. Il pensiero che mi assaliva era un solo: il mio vecchio amico a quattro zampe.

E il Rex? riesi a balbettare, avvolta nel vestaglia, con una busta di documenti in mano, mentre la nebbia mi avvolgeva gli occhi e le gambe erano come di plastica. Tutto quel trambusto sembrava una sciocchezza rispetto allidea che quel cucciolo potesse restare solo.

Non preoccuparti, lo nutrirò, intervenne la vicina Elena. È tranquillo, un vero bravo. Basta un po di crocchette e il problema è risolto.

Annuii. Sapevo che voleva aiutarmi, ma dentro sentii un graffio, un leggero pizzicotto di ansia. Rex non era solo un cane; era speciale.

Aveva dodici anni, unetà rispettabile. Era arrivato nella mia vita quando stavo ricostruendo tutto, dopo la perdita del marito. Quando la casa era diventata una stanza silenziosa, persino il bollitore non emetteva più il suo verso rassicurante. Quando nessuno più mi chiamava per nome.

Era ancora un cucciolo, un batuffolo di paura e speranza. I suoi precedenti proprietari lo avevano abbandonato perché non si inseriva nella loro nuova routine. Io, invece, avevo un vuoto enorme, e lui è diventato la luce in quella tenebra.

Da quel momento siamo stati inseparabili. Era la mia ombra. Si accoccolava alla porta mentre dormivo, mi osservava mentre mi facevo la doccia, si rannicchiava accanto a me quando leggevo. Eravamo abituati luno allaltro come il respiro al corpo. Conosceva la mia voce, io il suo sguardo.

E ora lospedale. Flebo, letto freddo e pareti che non sono le mie. Pensavo: un giorno, forse due, faranno gli esami, metteranno le iniezioni e poi potrò tornare a casa.

Ma non è così. La pressione, i farmaci, i medici che scuotono la testa.

Io giacevo fissando il soffitto e non pensavo a nientaltro che a lui. Come stava?

Ogni sera chiamavo Elena. Mi raccontava che il cane stava accanto alla porta, quasi non mangiava, a volte guaiva piano, e se qualcuno si avvicinava scappava.

Forse gli manca, diceva. Ma non temere. Beve un po dacqua. Con il cibo è unaltra storia.

Il terzo giorno Elena mi ha chiamata di nuovo, con voce quasi timida:

Ginevra non mangia da un giorno intero. Niente crocchette, niente carne. Si limita a fissare la ciotola e poi se ne va. Beve a malapena. Sta lì, fermo alla porta, come se aspettasse qualcosa.

Nel petto una stretta, non di dolore, ma di colpa.

Elena attiva il vivavoce per lui. Per favore.

Perché?

Solo per fargli sentire la nostra voce. Magari capirà.

Elena ha fatto come le ho chiesto. E ho iniziato a parlare, dolce come una mamma che legge una favola notturna:

Rex mi senti? Sono io, la tua mamma. Non sono andata via, sono solo un po più distante. Tornerò, lo prometto. Resisti, per favore. Mangia. Elena è con te, è buona. Tutto andrà bene, campione mio.

Ci fu una lunga pausa, carica di tensione.

Si avvicina, sussurrò Elena. Sta guardando il cellulare, le orecchie piegate, la coda che vibra appena.

Le lacrime mi rigarono le guance. Premetti il ricevitore al viso. Capivo che non rifiutava il cibo per capriccio; non mangiava perché mi sentiva assente, come se gli mancasse il cuore.

Così è andata. Io nella stanza, lui alla porta. Ogni mattina una chiamata, ogni sera una voce.

Tieni duro, piccolo. Sono qui. Ancora un po.

Il quinto giorno Elena mi ha detto:

Ha mangiato. Un po. Solo dopo la tua voce. Prima si è fermato al telefono, poi è andato alla ciotola. Non mi sono mossa per non spaventarlo.

Ho pianto di nuovo. In ospedale piangere è quasi una routine.

Quando il medico ha finalmente annunciato: «Potete tornare a casa», quasi mi sono strozzata dal pianto di gioia.

Ho deciso di non chiamare più. Volevo una sorpresa.

Casa mia. Le scale. Lascensore era fuori uso, quindi ho preso le scale fino al terzo piano. Il cuore batteva come se volesse saltare fuori dal petto.

Lì era Rex, proprio come mi avevano detto.

Sottile, stanco, il pelo un po scompigliato.

Rex ho sussurrato.

Ha sollevato la testa, mi ha guardato e si è fermato.

Sono io è tutto a posto sono a casa.

Si è alzato, traballante, avvicinandosi lentamente. Ha sfiorato la mia mano, poi la spalla, poi il petto.

E ha guaì.

Non era un latrato forte, né un ringhio spaventoso, ma un lamento quasi umano, come se chiedesse: «Sei davvero tornata?»

Mi sono seduta sul tappeto, lho abbracciato. Si è sdraiato su di me, tutto il corpo, aderendo senza lasciarmi più.

Per venti minuti siamo rimasti così. Poi ho aperto la porta: il primo gesto è stato controllare il cuscino. Ha annusato, poi è corso verso la ciotola.

Tutto chiaro, ho capito! ho riso. Arriva il premio.

Ho corso in cucina con una lattina di cibo, aprendo con una mano mentre con laltra cercavo il foglio delle prescrizioni del medico.

Ha mangiato piano, con cautela, quasi temendo che potessi svanire di nuovo.

Di notte dormiva accanto a me, proprio al mio fianco. Prima dormiva sempre alla porta.

Ora non si allontana più da me. Anche al supermercato resta fino alla soglia. Anche quando vado in bagno, è sotto la porta.

Ha paura. Anch’io.

Perciò ogni volta che devo uscire dico:

Torno presto. Aspetta. Tornerò.

Forse non capisce le parole, ma sa una cosa: non sparirò più.

Se anche voi avete vissuto una storia simile, condividetela nei commenti. Queste storie toccano il cuore e trovano sempre un’eco.

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