Mi hai detto che non sei mia moglie, ma solo una coinquilina” – ribatté il marito.

Non sei mia moglie, sei solo una inquilina sbottò Vittorio, il marito.
Dove diavolo hai messo la mia camicia?! la sua voce rimbombava per lappartamento. Ieri lho appesa alla sedia!

Ginevra era al fornello a mescolare la farina, senza voltarsi. Il vapore si levava dalla pentola, gocciolava sulla cappa. Fuori pioveva a dirotto, i vetri erano appannati, grigi come un autunno milanese.

La tua camicia è in lavatrice. Era sporca, rispose lei con tono piatto.

Spor​a?! Lho indossata soltanto una volta! Vittorio si lanciò in cucina, rosso, i capelli scompigliati. Ho una riunione fra unora e tu, guarda un po, hai deciso di lavarla!

Vittorio, cera una macchia di caffè. Non potevo lasciarla così, Ginevra si girò, gli occhi stanchi. Prendine unaltra.

Non ne ho altre decenti! Tutte sono stropicciate! Che ne sai di stirare? aprì larmadio a sbalzi, strappando camicie, lanciandole sul pavimento.

Ginevra strinse il mestolo fino a far impallidire le nocche. Contò in silenzio fino a dieci. Uno, due, tre

E tu che fai qui tutto il giorno?! continuava Vittorio, tirando su una camicia bianca ormai arricciata. Stai in casa a non fare nulla! Nessun ordine, né un pasto decente!

La farina sul fornello. Le polpette nel frigo, le riscaldo, sussurrò Ginevra.

Farina! Polpette! Ho quarantanni e mi tratti come un bambino! Vittorio allacciava i bottoni, afferrava il colletto.

Ginevra si voltò verso il fuoco. Un nodo le si chiudeva in gola, gli occhi le bruciavano, ma non piangeva. Aveva imparato da tempo a non piangere per lui.

Vittorio uscì sbattendo la porta, facendo tremare i piatti nel credenza. Ginevra rimase sola in cucina. Spense il fuoco, chiuse il coperchio sulla farina. Nessuno la voleva. Vittorio non aveva nemmeno fatto colazione, era uscito furioso. Ginevra non riuscì a mangiare; lenergia le si era fatta nodo nella pancia.

Si sedette al tavolo, stringendo una tazza di tè quasi freddo. Fuori la pioggia frusciava, le gocce grigie scivolavano sul vetro, formando ruscelli. Ottobre. Freddo, umido, triste.

Ginevra e Vittorio vivevano insieme da otto anni. Si erano conosciuti in ufficio, nella stessa società. Lei segretaria, lui manager vendite. Vittorio allora le sembrava un principe alto, elegante, voce sicura, stretta di mano ferma. Laveva corteggiata con ristoranti, fiori. Ginevra, trentadueenne, mai sposata, senza genitori, viveva in una stanza in affitto. Un uomo così, così attento, fu un fulmine.

Sei mesi dopo Vittorio le chiese di sposarlo. Ginevra accettò senza esitazioni. Il matrimonio fu semplice, solo amici intimi. Lui affittò un bilocale, vi si trasferirono. Il primo anno fu felice. Vittorio premuroso, Ginevra cercava di essere la moglie perfetta cucinare, pulire, stirare, accogliere il marito al ritorno.

Poi qualcosa cambiò. Vittorio iniziò a tornare tardi, con il volto cupo, irritato. Diceva che al lavoro cerano problemi, il capo lo soffocava, i clienti scarseggiavano. Ginevra provava a sostenere, ma lui la respingeva. Iniziarono le lamentele su piccole cose la zuppa troppo salata, la camicia non stirata, il rumore di casa quando voleva riposare.

Ginevra sopportava. Credeva fosse temporaneo, che Vittorio attraversasse un periodo difficile. Ma i mesi passavano e la situazione non migliorava. Al contrario, Vittorio diventava più freddo, distante. Quasi non parlavano, solo per necessità. Lui entrava, mangiava in silenzio, si sedeva davanti alla TV o si rifugiava nella stanza con il cellulare.

Ginevra cercava di parlare, chiedendo cosa fosse successo, perché fosse cambiato. Vittorio rispondeva che lei immaginava, che tutto andasse bene, che era solo stanco. Un giorno aggiunse: Se ti annoi, vai a lavorare.

Ginevra rimase a pensare. Dopo il matrimonio aveva abbandonato il lavoro. Vittorio le aveva detto: Perché correre in ufficio? Stai a casa, riposati. Ho abbastanza per entrambi.

Così Ginevra rimase a casa, si dedicò alle faccende, ai libri, alle passeggiate al parco. Era serena, tranquilla. Quando Vittorio le propose di tornare al lavoro, lei si sentì persa. Il mercato era cambiato, le richieste erano più alte, la sua età e la mancanza di esperienze recenti le pesavano.

Mandò qualche curriculum, ma le risposte furono quasi inesistenti. In due colloqui le rifiutarono per gentilezza. Si arrese, decise di non insistere più. Vittorio non tornò più a sollevare largomento.

Ecco lattuale mattina. Un nuovo litigio per una camicia. Ginevra finì il tè freddo, si alzò e iniziò a pulire la cucina. Lavò la pentola, spolverò il piano, pulì il tavolo. Le mani operavano in automatico, la mente era un turbine. Che cosa aveva fatto di sbagliato? Perché Vittorio la trattava così? Lavrebbe forse smarrito? O non laveva mai amata?

Il cellulare vibra. Un messaggio di Oliva: Gina, che fai? Prendiamo un caffè?. Ginevra vuole rifiutare, ma poi scrive: Va bene, alle tre in metro? Oliva è lunica amica vera, dalla scuola. Si vedono poco, Oliva ha una famiglia, dei figli, ma trovano ancora il tempo per i due.

Si incontrano al caffè vicino alla metropolitana. Oliva arriva ansimante, con il giubbotto imbottito, i capelli inzuppati dalla pioggia.

Scusa il ritardo! Traffico infernale! sbatte il cappotto, si siede di fronte a Ginevra. Come stai? Non sembri al meglio.

Ginevra prova a sorridere, ma resta forzato: Così così. Solo stanca.

Stanca? Tu stai a casa, Oliva ordina un cappuccino.

È proprio questo, Ginevra abbassa lo sguardo. E Vittorio mi considera una fannullona.

Di nuovo? Oliva aggrotta la fronte. Gine, quanto puoi sopportare? Non ti apprezza!

Lo so, ma è mio marito. Lo amo, mormora Ginevra.

Lo ami? E ti ama? Oliva si sporge, lo guarda dritto negli occhi. Quando è stata lultima volta che ti ha detto qualcosa di bello? Quando ti ha abbracciata, baciata, interessata alle tue cose?

Ginevra non ricorda. Un mese fa? Due? Sei mesi? Vittorio non le mostra più tenerezza. Vivono come coinquilini sotto lo stesso tetto.

Non lo so, ammette. Forse è colpa mia. Forse faccio qualcosa di sbagliato.

Basta colpevolizzarti! Oliva le prende la mano. Sei buona, premurosa. Qualsiasi uomo sarebbe fortunato con una moglie così. Il tuo Vittorio è solo immaturo.

Non dire così, Ginevra tira indietro la mano.

Va bene, non lo farò più. Ma pensa: vuoi davvero continuare così? Sempre a camminare sulle uova, compiacere, e ricevere solo rimproveri?

Ginevra resta in silenzio. Oliva sospira, beve il caffè.

Se non vuoi parlare, va bene. Raccontami come va la vita, novità?

Parlano ancora per unora, ma Ginevra non si rilassa. Le parole di Oliva le rimangono impresse come una spina. È davvero colpevole di tutto? È davvero non apprezzata?

La sera Vittorio torna tardi, già passata la mezzanotte. Ginevra non dorme, è rimasta sveglia a fissare il soffitto. Sente la porta sbattere, il rumore delle stoviglie, poi il passo verso la camera da letto, il rumore della biancheria.

Hai cenato? chiede Ginevra a bassa voce.

Sì, brontola, senza voltarsi.

La riunione è andata bene?

Così così.

Vittorio, parliamo, Ginevra si siede sul letto, accende una lampada notturna.

Di che? lui si infila il pigiama, si gira, il viso stanco e scontento.

Di noi. Mi sembra che ci sia qualcosa che non va. Siamo distanti, Ginevra cerca le parole, temendo di dire troppo.

Va tutto bene. È solo nella tua testa, Vittorio si sdraia dallaltro lato, si volta verso il muro.

Non è nella mia testa! Non mi ascolti! Mi noti neanche! la voce di Ginevra trema.

Gine, sono stanco. Parliamo domani, sbadiglia.

No, adesso! È importante! le sue mani cercano la sua spalla.

Vittorio si alza di scatto, la guarda irritato:

Cosa ti importa? Cosa vuoi sentire? Che ti dica ti amo, tutto è perfetto? Va bene, Gine, ti amo, tutto è perfetto! Ora lasciami dormire!

Non mi ami, sussurra Ginevra. È vero? Non mi ami più.

Vittorio tace, fissa il vuoto. Poi, con voce gelida:

Non sei la mia moglie, sei una inquilina. Questo è tutto.

Le parole lo colpiscono come un pugno. Inquilina. Ginevra resta immobile, il cuore in gola.

Cosa? riesce a balbettare.

Hai sentito. Vivi qui, mangi il mio cibo, spendi i miei soldi. Che risultato? Cucini male, pulisci a caso, non hai figli, non vuoi lavorare. Sei solo uninquilina, Vittorio continua come se parlasse del meteo.

Ginevra non crede alle proprie orecchie. Luomo con cui ha condiviso otto anni, con cui si è sposata, con cui ha amato.

Vittorio, ma come puoi dire una cosa del genere? Sono tua moglie! le lacrime scoppiano, non può più trattenerle.

Moglie su carta. In realtà sei solo una ospite che vive a mie spese, si riveste, mette la coperta. Buona notte.

Ginevra resta seduta, le ginocchia abbracciate, il corpo tremante per i singhiozzi. Come è possibile cancellare otto anni di vita, otto anni di amore, di speranze?

Si alza, lascia la stanza, va in cucina, si siede sullo sgabello e piange fino a che le lacrime si asciugano. Poi resta lì, vuota, senza speranza.

Allalba prende una decisione. Non sopporterà più. Non sarà più uninquilina nel proprio matrimonio. Se Vittorio non la vede come moglie, non ha più posto lì.

Quando Vittorio si alza e scende in cucina, Ginevra è già vestita, con la valigia pronta.

Dove vai? chiede, sorpreso.

Me ne vado. Se sono solo uninquilina, non ho motivo di restare, risponde secca.

Dove vai? Non hai nessuno! insiste Vittorio.

Da Oliva. Mi ha offerto rifugio finché non trovo una stanza, dice Ginevra, afferrando la borsa.

Gine, non fare la drammatica. Ieri lho detto sul momento, Vittorio si avvicina.

No. Hai detto quello che pensavi. Ed è vero. Ero solo uninquilina, ma non lo sarò più, apre la porta.

Gine, aspetta! È serio? la voce di Vittorio è intrisa di preoccupazione.

Assolutamente, Ginevra scende le scale, chiude la porta, chiama un taxi. Le mani tremano mentre digita il numero di Oliva.

Gine, che succede? risponde Oliva subito.

Lho lasciato. Posso venire da te? la voce le è rotta.

Vieni subito! Oliva le apre le braccia.

Oliva la accoglie con un grande abbraccio, la porta in casa, prepara un tè forte. Ginevra racconta tutto, Oliva annuisce.

Che bastardo! Lo sapevo! esclama. Hai fatto bene a partire. Hai fatto la cosa giusta!

Non so più cosa fare, Ginevra stringe la tazza.

Pensiamo insieme. Prima riposati, prenditi tempo. Stai qui finché vuoi. Poi vedremo, Oliva la stringe al cuore.

Ginevra resta da Oliva per una settimana. Vittorio la chiama più volte, manda messaggi implorandola di tornare, dicendo di essersi scaldato. Lei non risponde. Ha bisogno di tempo per capire cosa vuole.

Oliva la aiuta a trovare lavoro: segretaria in una piccola clinica odontoiatrica. Lo stipendio è modesto, ma è un inizio. Ginevra ritorna a sentirsi viva. Ha una routine, dei compiti, gente intorno. Il dottore è giusto, i colleghi cordiali. Si ambienta rapidamente.

Un mese dopo affitta una stanza in un palazzo condiviso, piccola ma sua. Oliva la aiuta con i mobili, porta una coperta, una lampada. Per la prima volta in tanto tempo è proprietaria di un piccolo spazio, non più ospite, ma padrona della sua vita.

Vittorio non la chiama più. Da amici comuni sente che frequenta una collega più giovane, venticinque anni. Il dolore è reale, ma è anche sollievo: ha fatto la scelta giusta.

Passano sei mesi. Ginevra avvia la procedura di divorzio. Vittorio non si oppone, firma tutti i documenti. Si separano silenziosamente, senza litigi. Non cè nulla da dividere: lappartamento è in affitto, i beni quasi inesistenti.

Continua a lavorare in clinica. Viene promossa a responsabile amministrativa, il salario aumenta. Si trasferisce in un monolocale, sistemandolo a suo gusto: fiori sul davanzale, quadri alle pareti. È il suo rifugio, il suo regno.

Oliva un giorno le dice: Gine, risplendi! Sei più giovane!

È vero. Ginevra siGinevra sorrise, guardando il futuro con speranza.

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Mi hai detto che non sei mia moglie, ma solo una coinquilina” – ribatté il marito.
La Seconda Giovinezza