Ogni cosa a suo tempo

Tutto ha il suo tempo

Ginevra Romano, dopo il pensionamento, non si è data per vinta. Era una di quelle ottimiste incallite che sembrano caricarsi al primo raggio di sole. Non si lamentava della vita che cè da lamentarsi? Si era sposata per amore, aveva avuto una figlia. E se il matrimonio era finito, che importa? Chi non è più a vista, non è più nel cuore, diceva. Aveva amici, un lavoro che amava, e la voglia di viaggiare.

Fu proprio il viaggio a riempire il vuoto improvviso. Non con tour organizzati, ma con veri viaggi solitari. Imparò a prenotare ostelli, a tracciare itinerari, a fermarsi su auto di cortesia. Nella sua valigia da viaggio portava sempre un taccuino con gli indirizzi di chi, in tutta Italia, era disposto a ospitarla per una notte.

Un pomeriggio dautunno, mentre la pioggia trasformava le strade di un piccolo borgo toscano in fiumi scintillanti, Ginevra arrivò a Barga, famosa per le sue case di legno antico. Ancora leggermente inzuppata, bussò alla porta di una dimora intagliata, con un portico alto. Doveva aprirle Sergio Petrini, un vecchio amico della sua amica, che aveva accettato di offrirle un rifugio di due notti.

La porta si aprì su un uomo alto e curvo, i capelli ancora folti ma dargento, gli occhi di un azzurro limpido come il cielo di ottobre.

Entri pure, Ginevra, la attendevamo disse con calma, come a un vecchio compagno.

Laria della casa profumava di pino, di brace e di qualcosa di sfuggente, quasi come una marmellata di mele appena fatta. Sergio era un uomo di poche parole. Le porse un grande asciugamano di spugna, mise silenziosamente sul tavolo la teiera e si allontanò, lasciandola scaldarsi vicino al fuoco.

La sera trascorsa a sorseggiare il tè fu un susseguirsi di silenzi. La conversazione non decollava; lui era riservato, lei si sentiva unospite intrusa. Ma quando il discorso toccò i viaggi, nei suoi occhi scintillò una scintilla.

Anchio ho percorso tanto scattò improvviso. Sono stato geologo. Ho setacciato lintera penisola.

Si alzò e le porse una mappa consunta, piena di segni, linee di percorso, simboli strani.

Questa è la tua vita affermò Ginevra, più che chiedendo.

Lo era corresse lui a bassa voce.

La mattina seguente la pioggia cessò. Con sorpresa di Ginevra, Sergio le propose di farle vedere il paese. La condusse non per le vie principali, ma per i vicoli conosciuti solo ai locali. Le mostrò la casa dove nacque un celebre pittore, la fucina abbandonata con una serratura annerita dal tempo. Parlava poco, ma ogni sua frase era precisa, come la voce di chi ha imparato a non sprecare il respiro.

Ginevra lo ascoltava, lo osservava, e si accorgeva di essere affascinata. Non era lentusiasmo di una piazza assolata dItalia o di un mercato rumoroso dellAsia; era un interesse più profondo, calmo, come lacqua di un lago di montagna.

Doveva partire tra due giorni, ma non se ne andò. Disse che il percorso poteva cambiare. Sergio annuì, senza sorpresa né esultanza. Allalba del giorno successivo la svegliò.

Andiamo disse. Ti mostro un luogo.

Camminarono su un sentiero di sughero bagnato, tra pini. Laria era densa e inebriante. Improvvisamente il bosco si aprì, rivelando la superficie di un lago immobile, lucente come uno specchio. Il cielo dellalba vi si rifletteva, rosa e dorato. Il silenzio era tale da sentire il respiro della terra.

Rimasero immobili, senza imbarazzo, solo con una pienezza che avvolgeva il momento, la natura, le parole non dette che fluttuavano tra loro.

Dopo la morte di mia moglie ho creduto che la vita fosse finita confessò Sergio, senza guardarla. Non trovavo più senso in nulla. E tu sei arrivata e hai iniziato a parlare di quanto è bello lalba. Allora ho ricordato cosa significa desiderare di rivedere quel miracolo. Perciò siamo qui.

Ginevra lo fissò: le sue mani robuste, le rughe agli occhi, lo sguardo chiaro e sereno. Non disse nulla di pomposo. Prese la sua mano e posò la propria sopra di essa. Il calore si incontrò.

Rimarrò ancora un giorno disse. Se non ti dispiace.

Lui girò lo sguardo verso di lei e nei suoi occhi non cera più il fresco autunnale, ma un sole destate, brillante.

Io sono contro? ribatté. Io sono a favore.

Il ritorno fu silenzioso, ma quel silenzio era diverso: profondo, comprensibile, come la superficie di quel lago. Le loro mani si sfioravano di tanto in tanto, gesto più naturale di qualsiasi altro.

A casa, Sergio, senza chiedere, iniziò a spezzare la legna per il focolare, mentre Ginevra trovò farina e un barattolo di miele in cucina.

Vuoi delle crêpe? chiamò dalla finestra del cortile.

Il solo suono che le tornò indietro fu un ruggito tra una tosse e una risata. Iniziò a prepararle, sentendosi stranamente accogliente in quella cucina estranea ma così calorosa.

Lui entrò, si lavò le mani.

Che profumo di paradiso commentò, e per Ginevra fu il più grande complimento.

Non rimase solo un giorno. Una settimana volò come quel primo mattino al lago. Parlavano di tutto. Lui le mostrava i suoi diari geologici, schizzi di rocce e minerali. Lei gli raccontava dei compagni di viaggio pazzi e di una notte trascorsa in una chiesa abbandonata di una valle della Lombardia. Ridevano. Ridevano tanto, e quelleco del riso risuonava nei loro cuori.

Ma i biglietti erano già stati prenotati, la figlia laspettava in città, e la realtà bussava inesorabilmente. Due giorni prima della partenza, Ginevra sedeva sul portico, osservando Sergio riparare un nido per gli uccelli.

Partirò presto disse, quasi a testarne la solidità.

Lui annuì, senza staccare le mani dal lavoro.

Lo so.

A cena, improvvisamente depose la forchetta.

Ho una cosa da chiederti, Ginevra disse con una formalità inusuale. Cè una spaccatura poco conosciuta a tre ore di strada, dove emergono formazioni rocciose uniche. Sto per andarci Vuoi accompagnarmi come guida amatoriale?

Guardò nei suoi occhi, i più sinceri che avesse mai visto, e capì che era il suo modo di chiedere di restare.

Quante notti dovremmo preparare gli zaini? scherzò, fingendo serietà.

Quante ne vuoi rispose lui, mantenendo lo sguardo. Il posto è selvaggio, non ci sono alberghi, solo la tenda.

Capì allora che non era solo un invito, ma unapertura al suo mondo, al suo silenzio, alla sua vita.

Sono libera per i prossimi due giorni sorrise. Molto libera.

Il mattino seguente salirono sul suo vecchio bob, unAudi 80 scassata, lungo una strada sterrata che si snodava tra laghi e pini. Laria dentro lauto era intrisa di resina, di cane e di qualcosa di inconfondibilmente maschile: forse gli attrezzi, forse solo la strada stessa.

Arrivarono al bordo della spaccatura, su un dirupo scosceso sopra un fiume turchese. Ginevra rimase immobile. Non era solo unimmagine bella; era potenza, silenzio secolare, grandezza.

Lui stava accanto, ma lo sguardo non era sul panorama, era su di lei.

Allora? chiese piano.

Rimango, Sergio rispose, altrettanto piano, voltandosi verso di lui. Per molto tempo, se non ti dispiace.

Lui sorrise.

Io sono contro? ripeté, la loro prima battuta. Io sono a favore.

E sopra il fiume, al grido di uccelli solitari, due pensionati che si erano trovati nei crepacci della vita si strinsero in un abbraccio così forte da temere di lasciarlo andare. Era un felicità tardiva, arrivata forse troppo tardi, ma proprio nel momento in cui ne avevano più bisogno.

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