La nuova moglie di papà ha portato via tutte le cose di mamma mentre ero al lavoro

La nuova moglie del papà ha sfilato tutti gli effetti di mamma dalla casa mentre io ero al lavoro.
Ginevra, mi ascolti davvero? Ti chiedo quando consegnerai il rapporto!
Che? Ah, scusa, Marina. Entro venerdì sarà tutto pronto.
Venerdì? Oggi è già giovedì! la collega scuote la testa. Ultimamente non sei più qui. È per colpa di quella Ludovica?

Ginevra stringe i pugni sotto la scrivania. Basta nominare la nuova moglie del padre e sente un nodo alla gola.
Non voglio parlarne.
Sarebbe meglio, avvicina la sedia Marina. Devi parlare seriamente con tuo padre. Ha perso la testa. Si è sposato con quella con Ludovica sei sei mesi dopo il funerale di tua madre!

Otto mesi, corregge meccanicamente Ginevra. E papà è adulto, sa quello che fa.
Proprio per questo non sa! Gli uomini della sua età sono vulnerabili. E Ludovica è giovane, deve aver puntato al tuo appartamento.

Ginevra voleva contraddire, ma sapeva che Marina aveva ragione. Ludovica era più giovane di suo padre di diciotto anni. Si erano conosciuti in una clinica dove lei lavorava come infermiera. Allora il papà portava ancora mamma alle terapie.

Devo andare, Ginevra chiude in fretta la cartellina. Avevamo concordato di uscire prima oggi.
Vai, vai. Prometti solo che se serve mi chiami, a qualsiasi ora.

Ginevra annuisce e esce dallufficio. Fuori piove un leggero acquazzone di ottobre. Solleva il colletto della giacca e si avvia verso la fermata. Dalla stazione a casa ci vogliono venti minuti di autobus e altri cinque a piedi. Prima viveva con i genitori in un bilocale al terzo piano di una vecchia palazzina di otto piani. Dopo la morte di mamma aveva pensato di trasferirsi, ma lo stipendio era basso e gli affitti a Milano erano talmente alti che non si poteva stare nemmeno un mese.

Il papà laveva convinta a restare.
Ginevra, non lasciarmi solo, le diceva. Senza tua madre sono come un uomo senza mani. Rimani qui.

Così rimase. Cuciva, puliva, lavava. Cercava di riempire il vuoto che la madre aveva lasciato. Poi arrivò Ludovica.

Allinizio il papà parlava solo di una gentile infermiera. Poi iniziò a fare passeggiate più lunghe e, a sei mesi, annunciò che si sarebbe sposato.
Capisci, figlia mia, non posso stare da solo. Ho bisogno di una donna accanto a me. Tua madre capirebbe.

Ginevra non alzò la voce. Si chiuse silenziosamente nella sua stanza e piangeva sul cuscino fino al mattino.

Il matrimonio fu quasi indecifrabile, quasi nemmeno celebrato. Si sentirono soltanto i più stretti, nessuno invitò Ginevra. Lo scoprì solo dopo che il papà portò Ludovica a casa, sigillo in mano sul passaporto.
Ti presento, è ora mia moglie.

Ludovica era alta, bionda tinta, con rossetto acceso e unghie lunghe. Sembrava avesse trentacinque anni, anche se il papà diceva che ne aveva quarantadue.
Ciao, Ginevra, porge la mano. Spero che diventeremo amiche.

Ginevra stringe le dita fredde e si dirige verso la cucina. Sul ripiano cè la tazza preferita di mamma, con i fiori rosa. La prende e si versa dellacqua; le mani tremano.

Allinizio Ludovica si comporta con cautela. Sorride, chiede come va il lavoro, offre aiuti. Ginevra risponde brevemente, mantenendo le distanze. Non riusciva a perdonare al papà quella fretta. La madre era morta da poco e lui aveva già portato unaltra donna.

Pian piano Ludovica si ambientò. Spostò i mobili della camera da letto, cambiò le tende del soggiorno, comprò un nuovo servizio di piatti e mise gli oggetti di mamma in un armadio.
Tua madre aveva gusto, diceva, ma è ormai passato. Bisogna rinnovare larredo.

Ginevra tace. Che cosa poteva dire? Lappartamento apparteneva al papà, formalmente lei non era nessuno lì.

Un mese dopo iniziarono gli accenni.
Ginevra, sei una donna adulta, hai trentatré anni, è ora di costruirti una vita. E vivere con i genitori sai cosa intendo.
Questo è casa mia, ribatte Ginevra.
È casa di tuo padre, aggiunge dolcemente Ludovica. E ora è anche casa mia.

Il papà non interveniva, come se fosse sordo e cieco. Vagava per lappartamento con un sorriso beato, abbracciava Ludovica per la vita, la chiamava con nomignoli affettuosi. Ginevra non riconosceva più quelluomo serio e riservato che per trentanni aveva vissuto con mamma in armonia.

Uscita dallautobus, Ginevra accelerò il passo. Voleva arrivare a casa, togliersi le scarpe bagnate, bere un tè caldo. Forse papà non sarebbe più stato lì; aveva promesso di andare a trovare un amico. Allora poteva sedersi tranquillamente in cucina e ricordare mamma.

Pensava a lei ogni giorno: come cuciva torte di cavolo, leggeva ad alta voce la sera, accarezzava la testa di Ginevra dicendo che tutto sarebbe andato bene. Anche quando era malata, quando i medici non promettevano nulla, sorrideva.
Non piangere, piccola. Sarò sempre con te.

Ginevra afferra le chiavi e apre la porta. Lappartamento è silenzioso. Si toglie le scarpe fradice, appende la giacca e entra nella sua stanza.

E rimane ferma sulla soglia. La stanza è cambiata. Non capisce subito cosa, ma la sensazione di vuoto è così forte da togliere il respiro. Il letto è al suo posto, larmadio, il tavolo alla finestra. Ma dove era la scatola di mamma che sempre stava sul comodino? Dove il tovagliolo ricamato che la madre aveva fatto prima della sua nascita? Dove le foto incorniciate?

Corre verso larmadio, apre le ante. Sullo scaffale superiore cera la coperta di mamma, quella azzurra che il papà le aveva regalato per lanniversario. Non cè più.
No, no, no

Le mani tremano mentre fruga tra le cose. Il camice di mamma non cè. Nemmeno i suoi libri custoditi con cura. Né lalbum di foto sul fondo. Tutto scomparso.

Scappa nel corridoio, irrompe nella camera da letto dei genitori. Anche lì tutto è stato rimosso: il profumo di mamma sul tavolino, il pettine, il beauty case che Ginevra non aveva mai voluto buttare.

Che sta succedendo? sussurra.

La porta dellappartamento si apre, si sentono voci.
che sollievo, finalmente ci liberiamo di questo chiacchiericcio, dice Ludovica. Non capisco perché tenere le cose dei defunti. È un attaccamento malsano.
Hai ragione, cara, risponde il papà. Dobbiamo andare avanti.

Ginevra esce nel corridoio. Papà e Ludovica stanno davanti allappendiabiti, togliendo i cappotti. Vedendola, Ludovica sorride.
Ah, Ginevra, sei già a casa. Stiamo facendo ordine mentre non ceri.
Dove sono le cose di mamma? chiede Ginevra, voce soffocata.
Che cose?
Tutte le sue cose! La scatola, le foto, i libri! Dove sono?

Ludovica sospira come se fosse una cosa insignificante.
Le ho portate via. Le ho donate in chiesa, alcune le ho buttate. Ginevra, la tua mamma è morta da più di un anno. È ora di lasciar andare.
Hai cosa fatto?!

Il papà sta accanto a Ludovica, in silenzio, guardando da un lato.

Papà, hai sentito cosa ha detto? Ha buttato via le cose di mamma!
Ginevra, non urlare, dice alla fine il papà. Ludovica ha ragione. Non si può vivere nel passato. È un attaccamento malsano.
Attaccamento malsano? Ginevra non crede alle sue orecchie. È la memoria di mia madre! È tutto quello che mi resta!
Ti rimangono i ricordi, risponde dolcemente Ludovica. Non è sufficiente?

Restituite tutto subito.
È impossibile, il contenitore è già stato portato via.
Quale contenitore?
Quello dei rifiuti, dice Ludovica con un gesto di spalle. Cerano molte cose vecchie, vestiti giallastro, carte ingiallite. Ho tenuto solo qualche foto, quelle sono nellarmadio.

Ginevra si avvicina, Ludovica indietreggia.
Non avevi il diritto, dice a bassa voce.
Io sono la padrona di casa. Ho il diritto di decidere cosa tenere e cosa buttare.

Tu non sei padrona! Sei una straniera! urla Ginevra.

Il papà alza la voce per la prima volta.
Scusati subito, Ludovica è mia moglie, devi rispettarla.

Rispettare? Quella che ha buttato via tutto ciò che mi ricordava la mamma?

Tua madre è morta, dice il papà, duro. Devi accettarlo.

Come puoi parlare così? Hai vissuto con lei per trentacinque anni! È stato solo sei mesi dopo la sua morte che ti sei sposato!

Non lha dimenticata, risponde Ludovica. È solo che non vuole stare solo. Ha bisogno di qualcuno vicino.

Ginevra capisce che Ludovica ha ragione, ma ammettere ciò è un dolore insopportabile.

Va bene, me ne vado.

Aspetta, interviene Ludovica. Nessuno ti sta cacciando. Stabiliamo delle regole. Questa è la casa di tuo padre e mia. Puoi stare qui, ma devi rispettare i nostri confini.

Che confini? chiede Ginevra, stanca.
Per esempio, non entrare nella nostra camera da letto, non toccare le mie cose, non trasformare lappartamento in un museo della memoria di tua madre.

Il papà evita lo sguardo di Ginevra.

D’accordo, dice. Come vuoi.

Torna nella sua stanza e chiude la porta. Si siede sul letto, si avvolge la testa tra le mani. Vorrebbe piangere, ma le lacrime non arrivano; al loro posto cè un vuoto gelido, unassenza totale.

Le cose di mamma, tutto ciò che era rimasto. La scatola che apriva ogni sera per prendere anelli e spille, lalbum che sfogliava per rievocare le gite al lago, le passeggiate domenicali al parco. Tutto era stato gettato via, mescolato con i rifiuti.

Si alza, va alla finestra. Fuori è buio, pochi passanti si affrettano a casa, cercando riparo dalla pioggia sotto gli ombrelli. Da qualche parte, nella discarica, le cose di sua madre giacciono mescolate a scarti e sacchetti sporchi.

Bussano alla porta.

Ginevra, posso entrare? voce del papà.

Non risponde. La porta si apre leggermente, il papà entra.

Figlia mia, vieni a parlare.

Di cosa? chiede Ginevra, senza voltarsi.

Sai, Ludovica voleva fare del suo meglio. Vuole sistemare la casa, renderla più accogliente.

Buttando via tutto quello che ricordava di mamma?

Il papà sospira.

Ginevra, capisco sia difficile. Anchio ho sofferto. Natàlia è stata la mia moglie, la madre di mia figlia. Lho amata con tutto il cuore. Ma è morta e non può tornare. Non posso vivere tutta la vita in lutto.

Ginevra annuisce.

Non ti chiedo di amarla, prosegue il papà. Solo di darle una possibilità. Possiamo vivere insieme, tutti.

Va bene, proverò.

Il papà tira fuori una piccola scatola.

Lho salvata, dice. Quando Ludovica voleva andare via con tutti i vestiti, lho messa da parte per te.

Ginevra apre la scatola. Dentro trovi i braccialetti di ambra di sua madre, il suo fermaglio a forma di farfalla, un taccuino e alcune lettere.

Papà comincia, ma il papà le interrompe.

Anchio ricordo tua madre, dice. La porto nel cuore, a modo mio.

Ginevra stringe la scatola al petto; le lacrime finalmente scendono. Il papà la abbraccia e rimangono così finché la teiera non si raffredda del tutto.

Ludovica rientra tardi, entra nella stanza di Ginevra.

Posso? chiede.

Entra, risponde Ginevra, ancora con la farfalla in mano.

È il fermaglio di tua madre? indica Ludovica.

Sì.

È bello. Ginevra, non volevo farti del male. Non ho pensato, scusa.

Ginevra osserva Ludovica, visibilmente sincera e stanca.

Daccordo, dimentichiamo.

Grazie, sorride Ludovica sollevata. Non voglio sostituirmi a tua madre. Hai avuto una madre meravigliosa. Io sono solo la moglie di tuo padre. Con il tempo potremmo diventare amiche.

Forse, risponde Ginevra incerta.

Ludovica annuisce e se ne va. Ginevra rimane sola, con il fermaglio di sua madre tra le dita.

La vita continua. Il dolore acuto si affievolisce, diventa una tristezza sorda. Ginevra torna al lavoro, rientra a casa, cerca di non notare la presenza di altri. Ludovica mantiene le distanze, il papà è felice. Tutto sembra sistemato.

Ma ogni sera Ginevra tira fuori la scatola con gli oggetti di sua madre e piange silenziosamente. Allora sembra che la madre sia ancora accanto, accarezzandole la testa e sussurrandole che tutto andrà bene.

La memoria non muore. Anche quando le cose spariscono, restano i ricordi e lamore.

Alla fine, si comprende che lamore per chi non cè più vive nei cuori, non negli oggetti. Imparare a custodire quel sentimento senza opporsi al cambiamento è la vera saggezza.

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