Ho cambiato idea: il mio ex mi ha chiesto di sposarlo, è più promettente – ha dichiarato la sposa nel giorno del matrimonio.

«Ho cambiato idea, non mi sposo più. Il mio ex mi ha fatto una proposta, è più promettente», dice la sposa proprio il giorno delle nozze.

«Costante, dobbiamo parlare», dice Lavinia, ferma nella porta della suite dello sposo, splendida nel suo abito da sposa ma con unespressione stranamente decisa.

Costante alza lo sguardo, sorpreso, mentre sta finendo di sistemare il papillon e si prepara a uscire. Allingresso della cerimonia mancano solo trenta minuti.

«Lavi, non è possibile che la sposa veda lo sposo prima del matrimonio», sorride lui. «Porta sfortuna».

«Quali sfortune ora», risponde Lavinia facendo un passo in avanti e chiudendo la porta con decisione. Nei suoi occhi, che di solito brillano damore per lui, cè ora unalba fredda. «Devo dirti una cosa».

Costante avverte un nodo che si spezza dentro di sé. La conosce da quattro anni, ha imparato a leggere ogni sua intonazione, ogni sguardo. Un volto così serio, un tono così cupo non lo ha mai visto prima.

«Che cosa succede?», chiede, già intuendo che non ascolterà buone notizie.

Lavinia inspira profondamente, come chi sta per tuffarsi in acqua gelata.

«Ho cambiato idea, non mi sposo con te», dice con voce piatta. «Il mio ex mi ha proposto di nuovo. È più promettente».

Costante la fissa, incredulo, mentre fuori dalla finestra dellhotel il sole di giugno splende sopra Firenze. Sotto, gli invitati si stanno radunando, le damigelle ridono, la musica suona. In quella stanza, il suo mondo crolla.

«Stai scherzando?», riesce a estrarre.

«No. Mi dispiace», abbassa lo sguardo. «So che è un momento terribile, ma è meglio così, così non dovrò rimpiangere per tutta la vita».

«Rimpiangere?», la rabbia di Costante sale come unondata. «Volevi soffrire con me? Tutti questi quattro anni sono stati cosa? Unattesa di qualcosa di migliore?»

Lavinia si contorce come per un mal di denti.

«Non semplificare. È stato bello con te, davvero. Ma Alessandro è sempre stato speciale per me. Lo sapevi fin dallinizio».

Costante lo ricorda. Si erano conosciuti al compleanno di una cara amica, quando Lavinia aveva appena rotto con Alessandro Venturi, un giovane imprenditore di ristoranti. Il loro rapporto era durato due anni, poi Alessandro è partito negli Stati Uniti per sviluppare il suo business, lasciandola con il cuore a pezzi.

Costante aveva raccolto i frammenti del cuore di Lavinia, un mese alla volta, senza fretta, senza pressioni. È stato al suo fianco, affidabile, comprensivo, amorevole. Alla fine, sembrava che lei ricambiasse. Così credeva.

«È tornato?», domanda Costante, cercando di ricomporsi. «Quando?»

«Un mese fa», risponde Lavinia a bassa voce. «Mi ha chiamato mentre tu eri in trasferta a Milano per lavoro».

«E hai deciso così, così in fretta?», incalza.

«Non è stato semplice», alza lo sguardo, e nei suoi occhi si legge la determinazione. «Ho lottato con me stessa, davvero. Ma quando mi ha proposto Costante, devi capire. Sta aprendo un gruppo alberghiero in Europa. Avrò una linea di cosmetici. È una vita diversa!»

Costante la osserva in silenzio, la donna che stamattina considerava lamore della sua vita. Bella, intelligente, ambiziosa, gestiva un salone di bellezza e sognava di aprire una sua attività. Lui, semplice ingegnere, guadagnava bene, ma non stranamente.

«E i nostri piani?», chiede. «La casa di cui parlavamo, i figli?»

«Ho altri progetti», risponde, facendo un passo indietro verso la porta. «Devo andare. Alessandro mi aspetta qui sotto».

«Qui?», non riesce a credere alle orecchie. «È arrivato il giorno del nostro matrimonio?»

«Gli ho chiesto», dice Lavinia, afferrando la maniglia. «Non volevo restare sola dopo una discussione così».

«E gli invitati? I genitori? Mia madre è venuta da Napoli solo per vedermi»

«Spiegherò a tutti», interrompe. «Dirò che è stata una decisione improvvisa, colpa mia.»

«È proprio una decisione improvvisa!», alza la voce Costante. «Ieri mi dicevi che mi amavi! Stamattina mi baciavi e promettevi felicità!»

«Mi sbagliavo», abbassa lo sguardo Lavinia. «Mi dispiace.»

E chiude la porta con un lieve cigolio.

Costante resta al centro della stanza, attonito, il cuore schiacciato, il tempo che scorre. Lorologio segna quindici minuti al via della cerimonia. Sotto, gli invitati attendono, la musica suona, il banchetto è pronto per una festa che non avverrà.

Scende sul letto, scioglie il papillon. Nella testa gli turbinano mille pensieri. Perché? Come ha potuto? Cosa fare ora? Come guardare negli occhi tutti quegli ospiti?

La porta si apre di nuovo, senza bussare. Entra Luca, il suo migliore amico e testimone.

«Costante, che succede?», chiede, visibilmente confuso. «Lavinia è appena uscita dal corridoio in abito da sposa, in lacrime, con un uomo. Sono saliti su una Mercedes nera e sono via. Che…»

«Non mi sposerà», risponde secco Costante. «Il suo ex è tornato, più promettente, capisci?»

Luca apre bocca, la richiude, ne apre unaltra.

«Mannaggia», sbuffa. «Il giorno del matrimonio? Sul serio?»

«Più che sul serio», ribatte Costante, alzandosi a camminare. «Devo avvisare gli invitati, annullare tutto.»

«Ti aiuto», mette una mano sulla spalla. «Come te la senti?»

«Non lo so», ammette. «Sembra un incubo.»

Uscire e annunciare che le nozze non avranno luogo è la prova più dura della sua vita. Deve affrontare sguardi di compassione, bisbigli, domande. I genitori di Lavinia mostrano lo stesso shock, evidentemente non erano al corrente dei suoi piani. Sua madre, arrivata da Napoli, piange, ripetendo: «Come è potuto succedere, figlio mio?»

La sera, quando tutti se ne vanno e il banchetto rimane pagato ma vuoto, Costante rimane nella suite a fissare il vuoto. Il cellulare vibra con chiamate e messaggi amici, colleghi, parenti Non risponde a nessuno.

Luca, rimasto con lui, porge un bicchiere di whisky. «Bevi, si alleggerirà.»

Costante prende il bicchiere, sorseggia. Lalcol brucia la gola, ma non placa il dolore.

«Sai qual è la cosa più orribile?», dice dopo un lungo silenzio. «Ho sempre sentito che non ero completamente suo. Che da qualche parte custodiva limmagine di Alessandro. Pensavo che col tempo sarebbe svanita.»

«Succede», risponde Luca. «Il primo amore ma abbandonare il giorno del matrimonio è oltre ogni limite.»

«Lei amava i gesti scenografici», commenta amaro Costante. «Ti ricordi come ci siamo conosciuti?»

«Alla festa di compleanno di Claudia», risponde Luca. «Lei era vestita di nero, triste per il suo ex.»

«Io mi avvicinai e dissi»

««Forse il nero non è il tuo colore?»», completa Luca, sorridendo. «Le regalai un garofano di plastica.»

«E lei sorrise per la prima volta quella sera», ricorda Costante, chiudendo gli occhi. «Disse di aver capito che la vita continua.»

«E ora ti ha lasciato per lo stesso ragazzo di cui era in lutto», scuote la testa Luca. «La vita è davvero una burlona.»

La notte trascorre senza sonno. Costante gira nel letto, rievocando gli ultimi quattro anni: momenti felici, litigi, riconciliazioni, progetti. Era tutto una menzogna? O laveva davvero amata finché non è ricomparso Alessandro?

Al mattino torna nellappartamento che condividevano per raccogliere le cose. Aprendo la porta, avverte il vuoto. Lavinia è già stata qui: le statuette sparite, le foto negli incassi, i prodotti di bellezza svaniti.

Sul tavolo trova una busta. Dentro cè un biglietto e la chiave dellappartamento.

«Costante, scusa per tutto. Sei una brava persona e meriti felicità. Devo andare per la mia strada. Prenderò le cose più tardi. L. »

Breve, secco, senza spiegazioni né rimpianti, come se quattro anni potessero essere cancellati con una sola nota.

Costante si siede sul divano, quello che avevano scelto insieme, discusso per ore sul colore. Lavinia aveva insistito sul beige pratico; lui preferiva il blu acceso. «Il divano blu è troppo da scapolo», diceva lei. «Noi siamo una famiglia».

La parola famiglia ora brucia nella sua testa.

Quel giorno prende le sue cose e si trasferisce da Luca, che lo ospita finché non si rimetterà in piedi. Prende qualche giorno di ferie; il capo, sapendo dellaccaduto, gli concede un permesso. Unondata di torpore lo avvolge, da cui nessuno sembra poterlo estrarre.

Una settimana dopo, la sua amica Clara, quella con cui aveva incontrato Lavinia al compleanno, lo telefona.

«Costante, possiamo vederci? Ho qualcosa da dirti», dice, la voce tesa.

Si incontrano in un piccolo caffè vicino a casa di Luca. Clara appare imbarazzata ma decisa.

«Sai che conosco Lavinia dalluniversità», inizia. «È imbarazzante intervenire, ma devi sapere una cosa.»

«Di lei e di Alessandro?», risponde Costante, con un sorriso amaro. «Grazie, ma non mi servono dettagli.»

«Non di loro. Di te», prosegue Clara. «Ho sentito per caso una conversazione tra Lavinia e Alessandro, prima del matrimonio. Parlavano di te.»

«Cosa dicevano?», insiste.

«Alessandro le chiedeva perché avesse accettato di sposarti. Lei ha risposto: Sei comodo, affidabile, prevedibile. Con te è tranquillo, ma noioso.»

Costante sente un nodo stringersi. La noia lo colpisce più di ogni altra cosa.

«Poi Alessandro ha detto: Ma è solo un ingegnere, che cè di speciale? E Lavinia ha replicato: Mi ama davvero, mi protegge come una fortezza. E lui ha riso.»

«Finisci», dice Costante, asciugandosi la bocca.

«Lui ha detto: Una fortezza è bella, ma vivere dentro è come essere incastrati. E lei ha accettato.»

Costante resta in silenzio, fissando la tazza di caffè ormai fredda. Dentro cè rabbia, delusione, ma soprattutto vergogna per essere stato quello che descriveva come noioso.

«Perché me lo racconti?», domanda.

«Perché non è vero, Costante», risponde Clara, guardandolo dritto negli occhi. «Non sei noioso. Sei profondo, divertente, hai un ottimo senso dellumorismo. Con Lavinia ti sei semplicemente attenuato. Sei diventato unombra, temendo di fare passi avanti, di spaventarla.»

Costante ricorda le volte in cui aveva messo da parte i suoi viaggi in montagna, perché Lavinia temeva per lui. Come aveva smesso di vedere alcuni amici, perché lei non li gradiva. Come aveva rinunciato a un weekend di pesca per stare a casa con lei.

«Perché non me lhai detto prima?», chiede.

«Lo avresti ascoltato?», ribatte Clara. «La vedevi come una dea, Costante. Per te era perfetta.»

«E ora lo dici perché ti dispiace per me?»

«No», risponde. «Perché voglio che tu sappia che il problema non sei tu. È lei. È la sua eterna ricerca di qualcosa di più brillante, più spettacolare. Alessandro è un fuoco dartificio: bello, rumoroso, impressionante poi si spegne rapidamente.»

Dopo quella chiacchierata, Costante si sente svegliarsi dal torpore. Torna al lavoro, trova un nuovo appartamento, ricomincia a correre al mattino unabitudine che aveva abbandonato perché Lavinia non gradiva il suo alzarsi prima dellalba.

Il dolore si attenua, ma a volte ancora, nel cuore della notte, sente il vuoto. Quando qualcosa di interessante accade, pensa ancora a dirglielo. Ma la vita prosegue.

Tre mesi dopo, lo incontra in un centro commerciale. È davanti alla vetrina di una gioielleria, osserva gli anelli. È ancora bella, sicura di sé, raggiante. Il suo cuore si stringe.

«Ciao», dice avvicinandosi.

Lavinia sobbalza, si volta. Sul suo volto una miriade di emozioni: sorpresa, imbarazzo, qualcosa di indefinibile.

«Costante ciao», risponde con un sorriso forzato. «Come stai?»

«Meglio di tre mesi fa», risponde sinceramente. «Stai ancora scegliendo anelli?»

Arrossisce, distoglie lo sguardo. «Sì, io e Alessandro il prossimo mese.»

«Congratulazioni», replica, quasi senza accennare a nulla. «Spero che questa volta arrivi fino alla cerimonia.»

Lavinia deglutisce. «Costante, so che ti fa male. Mi dispiace davvero»

«Non è necessario», la interrompe, alzando la mano. «È già detto. Grazie per»

«Per cosa?», chiede, curiosa.

«Per avermi lasciato», risponde. «Se non lo avessi fatto, avrei continuato a vivere una vita che non è la mia, a perdere me stesso.»

«Non capisco», ribatte Lavinia, confusa.

«Non serve a nulla», sorride. «Addio, Lavinia. Sii felice.»

Se ne va, sentendo un peso sollevarsi dalle spalle, come se avesse deposto un carico di anni.

Nel pomeriggio suona il cellulare. È il numero di Lavinia.

«Pronto?», risponde Costante, senza agitazione, solo curiosità.

«Costante, possiamo parlare?», la voce di Lavinia è incerta.

«Abbiamo già parlato oggi», ricorda.

«No, serio. Non riesco a togliere dalla testa quello che hai detto, sulla vita altrui, sulla perdita di sé.»

«E cosa cè da pensare?», risponde. «Ho detto quello che intendevo.»

«Eri infelice con me?», chiede, con un velo di amarezza.

«No, ero felice, ma era una felicità che mi costringeva a rinunciare a parti di me, ai miei desideri, ai miei principi. Mi ero adattato alle tue aspettative, diventando più piccolo, più silenzioso, più comodo.»

Il silenzio cala. Lavinia riprende: «Anchio ho perso me stessa accanto a te?»

«Non credo,» replica. «Hai sempre saputo quello che volevi e lo hai perseguito.»

Un altro silenzio. «Allora forse ho sbagliato. Forse non dovevo»

«Fermati», interrompe Costante. «Hai preso la decisione che ritenevi giusta. Lho accettata. Non possiamo tornare indietro.»

«Perché?», chiede, le lacrime quasi udibili. «Se entrambiCosì, osservando il tramonto sulle dolci colline toscane, Costante comprese che il futuro, incerto ma suo, lo aspettava pronto a essere costruito.

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Ho cambiato idea: il mio ex mi ha chiesto di sposarlo, è più promettente – ha dichiarato la sposa nel giorno del matrimonio.
Il bene torna sempre indietro Elena si affrettava verso la stazione centrale di Milano. Oggi sarebbe arrivata a trovarla la sua cara amica Marina. Giunta a destinazione, si rese conto che aveva corso inutilmente: il treno era in ritardo di quasi tre ore. Calcolando che non aveva senso tornare a casa — nel traffico avrebbe perso più tempo e sarebbe comunque arrivata tardi — iniziò a vagare senza meta per la stazione. Non aveva mai amato i luoghi affollati, e le stazioni ancora meno. Gente sempre di fretta, mendicanti, poveri, ladri… Non capiva perché tutti si riversassero nei mercati e nelle stazioni, nei posti più affollati. Vedendo un giovane sporco e trasandato, Elena fece una smorfia di disgusto, chiedendosi come quel ragazzo avesse potuto ridursi in quello stato. Non poteva ancora sapere che quel ragazzo avrebbe avuto un ruolo importante nella sua vita. Dopo aver camminato per un centinaio di metri, Elena si voltò e tornò indietro. Lui non chiedeva nulla a nessuno. Sedeva semplicemente sul pavimento di cemento con lo sguardo perso, indifferente a tutto ciò che accadeva intorno. — Hai fame? — chiese la ragazza. — Mi compri una focaccia? — Sì. E dell’acqua, se puoi, — rispose lui molto piano, senza alzare la testa. Elena si precipitò al chiosco, comprò alcune focacce calde e una grande bottiglia d’acqua. — Tieni, mangia… Il poveretto si avventò sul cibo con avidità. Sembrava ingoiare i pezzi interi, poi beveva l’acqua con la stessa foga. — Grazie! — disse, arrossendo. Si rese conto di quanto apparisse miserabile, avendo perso ogni dignità. — Ma cosa fai qui? Dov’è casa tua? Avrai vent’anni, perché sei in stazione in queste condizioni? Il ragazzo sospirò e le raccontò tutte le sue disgrazie. Era arrivato da poco in una grande città. Prima aveva litigato furiosamente con i genitori, che si intromettevano sempre nella sua vita, rinfacciandogli il pane che mangiava. Dopo l’ennesima lite, Dima si era davvero arrabbiato. Aveva offeso il padre e deciso di andare a Roma per ricominciare da capo. Voleva farcela da solo, senza l’aiuto del papà. Ma, giovane com’era, non sapeva che in una grande città lo aspettavano problemi seri. Dima aveva affittato una piccola stanza da una signora anziana e si era messo a cercare lavoro. Alla sera capì che senza istruzione e esperienza nessuno lo voleva. Disperato, cercò qualsiasi lavoro. Quella sera conobbe una ragazza. Non avendo amici o parenti in città, si confidò con lei, raccontandole tutto. Le disse anche che aveva dei soldi, ma sarebbero bastati solo per un paio di mesi. La sconosciuta si commosse, gli propose di andare a casa sua a bere un tè. Lui accettò, felice di aver trovato subito un’amica. Poi… Si svegliò in un fosso vicino alla piazza della stazione. Dima era stato picchiato, e ovviamente non aveva più né soldi né documenti. Aveva un forte mal di testa, ma trovò la forza di tornare nell’appartamento dove aveva affittato la stanza. La padrona, vedendolo sporco e malconcio, non lo fece entrare. Gli buttò la valigia nel corridoio e gli ordinò di andarsene prima che chiamasse la polizia… Uscito in strada, Dima si trascinò al commissariato, sperando nell’aiuto delle forze dell’ordine. Ma lì lo derisero, dicendogli di tornare solo quando si fosse rimesso in sesto. Così finì in stazione… Vorrebbe tornare a casa e chiedere perdono, ma in quelle condizioni sembra impossibile… — Sono pronta a comprarti il biglietto! — assicurò Elena. — Torna a casa e ascolta i consigli dei saggi, dei tuoi genitori. Solo in provincia sembra che basti arrivare in città per avere successo. Purtroppo non è così. La grande città è dura e indifferente. Qui ognuno si arrangia come può. Ognuno pensa a sé. — Non mi faranno salire sul treno senza documenti e in queste condizioni…, — disse il ragazzo sconsolato. Elena lo guardava e capiva che aveva ragione. In quel momento annunciarono che il treno che aspettava era in ritardo di cinque ore. — Alzati, vieni con me! — disse Elena con decisione. Non poteva accettare che un giovane stesse morendo davanti agli occhi di migliaia di persone, e nessuno facesse nulla. Salita in taxi, Elena portò Dima a casa sua. Era un po’ più grande di lui, così lo trattò come un fratello che aveva fatto il militare. Immaginò: e se un giorno suo Anton si trovasse in quella situazione e nessuno potesse aiutarlo? Ad aprire la porta fu la mamma di Elena, Zia Federica. Vedendo la figlia con quel ragazzo sfortunato, la donna rimase stupita. — Mamma, Dima deve rimettersi in sesto. Per favore, tutte le domande dopo, — disse Elena. Dopo mezz’ora riuscirono a dare a Dima un aspetto più dignitoso. Elena gli diede i vestiti del fratello, mentre i suoi stracci li mise in un sacchetto da buttare. Zia Federica offrì al ragazzo una zuppa calda, continuando a compatirlo per la sua sfortuna. Tornata in stazione, Elena comprò a Dima il biglietto e andò a parlare con la capotreno per i documenti. La giovane capotreno era irremovibile, finché non ricevette una banconota fresca da Elena. — Ecco fatto, Dima, — sorrise Elena vicino al vagone. — Torna a casa e non fare più sciocchezze. — Grazie, Elena… — il ragazzo voleva dire qualcosa, ma un nodo gli salì alla gola e gli occhi si riempirono di lacrime. — Va tutto bene! — Elena gli diede una pacca sulla spalla. — Buon viaggio! Passarono otto anni. Elena era seduta su una panchina davanti all’ospedale cittadino, affranta per la sua difficile sorte. Non capiva cosa avesse fatto per meritare tante prove dalla vita. Di recente il marito l’aveva tradita. Era scappato con la giovane vicina, senza spiegazioni. Non aveva fatto in tempo a riprendersi dal primo colpo, che ne arrivò subito un altro. Alla mamma, Zia Federica, era stata diagnosticata una grave malattia che si poteva curare solo all’estero. Ovviamente serviva una cifra astronomica che la sua famiglia non avrebbe mai potuto raccogliere. — Signorina, perché piange? Oggi è una giornata splendida, finalmente è arrivata la primavera, — sentì una voce maschile e alzò la testa. — Elena? — sussurrò lo sconosciuto. — Ci conosciamo? — chiese lei indifferente. — Sono Dima! — esclamò lui felice. — Ricordi, la stazione… il treno… — Dima?! — Elena si rallegrò per l’incontro inaspettato. — Sei diventato proprio adulto. Solo lo sguardo è rimasto lo stesso: buono e ingenuo. — Elena, perché piangevi? Sei malata? — chiese Dima. — No. È la mamma che sta molto male, e io e mio fratello non sappiamo cosa fare, — la donna scoppiò di nuovo in lacrime. Dima si sedette accanto a lei e le chiese di raccontare tutto. Elena spiegò la situazione. Era felice di potersi confidare con qualcuno… — I soldi non sono un problema. Ho la somma che serve, — disse lui serio. — Ora l’importante è scegliere una buona clinica. Ricordo benissimo Zia Federica e considero un dovere aiutare. Non dimenticherò mai il sapore della sua zuppa profumata, — sorrise Dima con tristezza. — Ma come hai fatto ad avere tutti questi soldi? — si stupì Elena. — Ho seguito il tuo consiglio. Ho iniziato ad ascoltare i miei genitori. Ecco il risultato: sono diventato un imprenditore di successo, — spiegò lui. — E tutto questo grazie a te… Quattro mesi dopo, Elena e Dima accolsero Zia Federica all’aeroporto. La donna aveva completato con successo le cure e tornava a casa. — Elena! Tesoro, che gioia! — la donna corse ad abbracciare la figlia. — E lui chi è? Il volto mi è familiare, ma non ricordo, — chiese vedendo Dima. — Mamma, lui è proprio quel senzatetto Dima, — rise Elena. — È lui che ha pagato le tue cure. — Grazie, figlio mio, — la donna si commosse. — Ti sarò eternamente grata… — Ma dai, Zia Federica. Siamo come una famiglia, — sorrise Dima. La madre guardò Elena interrogativa, senza capire cosa intendesse Dima. — Sì, mamma, aspettavamo il tuo ritorno per dirti del nostro fidanzamento, — sorrise Elena. — Ma guarda… Ecco cos’è il destino! — gioì Zia Federica. — Sono felice per voi, siete una coppia bellissima, davvero fatti l’uno per l’altra…