Non Voglio Finire Abbandonata nella Vecchiaia
Sono passati dieci anni da quando mio figlio si è sposato. Da allora vive con la moglie e la figlia in un piccolo monolocale. Settantanni fa Duarte ha acquistato un terreno e, passo dopo passo, ha iniziato a costruire una casa. Allinizio è regnato il silenzio. Dopo un anno le pareti sono sorte e le fondamenta sono state gettate. Poi, di nuovo, il mutismo: i soldi mancavano. Così hanno proseguito, anno dopo anno, lentamente ma con costanza, mettendo da parte denaro per comprare i materiali, senza mai arrendersi.
In tutti questi anni sono riusciti a realizzare solo il primo piano. Sognano una casa a due piani, con spazio sufficiente per loro e per me. Mio figlio è sempre stato premuroso, e mi diceva: «Mamma, anche tu vivrai con noi, avrai la tua camera». Per finanziare i lavori hanno persino scambiato un appartamento di due camere con uno più piccolo, usando la differenza per la costruzione. Ora vivono in spazi ristretti, soprattutto con la piccola.
Ogni loro visita finisce in una chiacchierata sui lavori: dove sarà il bagno, come isolare le pareti, come sistemare limpianto elettrico Io ascolto, ma il cuore si stringe. Nessun accenno alla mia salute, nessun interesse per il mio benesseresolo muri, tubi, tetti.
Un giorno ho deciso di chiedere direttamente:
Allora, volete che venda la mia casa?
Loro si sono rallegrati, hanno iniziato a raccontare, con entusiasmo, come avremmo vissuto tutti insieme. Ma guardando la nuora, ho capito che non avrei voluto condividere lo stesso tetto con lei. Non la sopporta e io tratto di non dire ciò che penso.
Il dolore per mio figlio è grande. Si sforza, lotta. Ci vorranno ancora dieci anni per finire la casa se non lo aiuto, e io vorrei alleggerire il suo carico, a dir la verità. Però ho chiesto lessenziale:
E dove dovrò vivere?
La risposta è arrivata subito. La nuora, sempre con idee «geniali», ha sputato:
Hai quel giardino in campagna, puoi stare lì. Tranquilla, senza disturbare nessuno.
Il giardino esiste, sì, ma è una casetta di legno di quarantanni, senza riscaldamento. Destate si può passare una giornata, respirare aria fresca, cuocere un fico. Ma in inverno? Tagliare legna? Camminare nella neve fino alla piccola casetta? Le mie gambe già cedono, la pressione sale e scende. Ho paura di rimanere sola lì, e loro suggeriscono di trascorrere lINVERNO in quel luogo?
Ho provato a spiegare:
Ma lì fa freddo, il bagno è fuori, non ci sono le condizioni.
E la risposta:
Ci sono persone che vivono così nei villaggi e non muoiono.
Ecco, non mi hanno nemmeno invitata a stare con loro finché la casa non sarà pronta, non hanno detto che mi avrebbero tenuto vicino. Solo: «Vendi la tua casa i lavori sono fermati!»
Poco fa ho sentito la nuora al telefono parlare con sua madre:
Potremmo portarla dal vicino, che vive da solo. E vendere subito lappartamento, prima che cambi idea.
Le mie gambe tremano. Così è stato deciso il mio destino. Io speravo almeno in una camera nella loro casa. Ma il suo piano è spingermi dal vicino e strapparmi le chiavi.
Andrò a trovare Artur, il vicino. È un anziano vedovo, vive solo. Parliamo, beviamo tè, ricordiamo i giovani anni. Ma vivere con lui? E, oltre a tutto, essere costretta? Una vergogna.
Mi siedo a riflettere: forse dovrei davvero vendere la mia casa, dare i soldi per i lavori, aiutare mio figlio. E se poi mi concedesse un angolino? Se fosse gentile con me?
Poi guardo la nuora, ricordo le sue parole e il timore mi assale: e se mi cacciassero fuori dopo? E se ancora suggerissero il giardino e dicessero «grazie»?
Ho quasi settanta anni. Non voglio finire per strada. Non voglio diventare una vecchia indifesa, spostata da un lato allaltro. Non voglio morire nella piccola casetta gelata, sotto una coperta, con i topi. E ancora meno essere un peso per mio figlio e sua moglie.
Desidero solo una vecchiaia serena. Nella mia casa. Nel mio letto. Dove so dove sono le cose. Dove posso chiudere gli occhi senza timore.
Sono madre, certo, ma sono anche una persona.






