Cantami, Katjusha: una Melodia di Amore e Resistenza di un’Eroica Giovane nella Storia Russa

Ricordo quando lestate cominciava a scaldare le campagne di Valganna. Chiara non amava proprio quella stagione; non per il caldo, ma perché in quel periodo Giovanni quasi non tornava più a casa.

Chiara e Giovanni erano sposati da sette anni. Vivevano bene, quasi senza litigi. Chiara era grata a Giovanni per averla presa in mano, lei e il piccolo figlio, Alessio, che allepoca aveva appena un anno. Il padre di Alessio, Antonio, aveva sparito dalla loro vita appena saputo della gravidanza della sua amica: non rispondeva al telefono, non apriva la porta di casa. Un giorno, con la voglia di incontrare i suoi occhi, Chiara si presentò al suo lavoro; luomo, vedendola, tremò così tanto da farla ridere:

Non ti preoccupare, Antonio, non ti chiedo nulla, quel bambino non è tuo

Antonio, sollevato, gridò: Lo sapevo, lo sapevo! e si girò trionfante verso i colleghi, curiosi di ascoltare.

Hai voluto mettere su un figlio che non è tuo, non ci riuscirai!

Chiara, con tono calmo, rispose: Non è tuo, è mio. Per uomini come te non esistono figli propri, per loro tutti i bambini sono estranei.

Antonio rimase senza parole, mentre gli astanti lo voltavano dallangolo con disprezzo e si allontanavano. Anche Chiara se ne andò, decisa a non rivedere più quelluomo che un tempo le era sembrato così caro.

Quando Alessio aveva sei mesi, Chiara chiese alla madre, ormai pensionata per invalidità, di prendersi cura del piccolo mentre lei tornava a lavorare. Prima della maternità, Chiara lavorava in un negozio di mobili e fu subito riassunta; erano rari i dipendenti così affidabili e piacevoli. Fu lì che incontrò Giovanni Volpe, che portava i mobili dal capannone di Varese al loro negozio.

Chiara gli raccontò subito del bambino; lui non si scombussolò, ma rispose con serietà:

Allora ci sposiamo, avrai un altro maschietto e, perché no, anche una bambina. Io adoro i bambini.

Chiara rimase sorpresa da una proposta così rapida, non era ancora pronta al matrimonio, ma accettò perché Giovanni era un giovane serio, attraente, e guadagnava bene con il suo camion. Con la madre di Alessio malata, non poteva contare su di lei a lungo. Così, in tre mesi, Chiara divenne Chiara Volpe.

Il matrimonio si rivelò più piacevole di quanto immaginasse. Giovanni era laborioso, non litigioso e, soprattutto, non geloso. Chiara non gli dava motivi per sospetti; era una moglie fedele e sperava che anche lui rimanesse leale. Quando una volta le chiese se le fosse stato infedele, lui rise, dicendo che se lei un giorno si ingrassasse e si mettesse a girare di casa in una vecchia vestaglia logora, allora ne avrebbe pensato. Chiara si rassicurò: non avrebbe mai indossato una vestaglia così.

Passarono i sette anni. Giovanni acquistò un nuovo camion, percorse lintera Italia, trasportando merci varie, guadagnando bene ma tornando poco a casa. Chiara aprì il suo proprio negozio di mobili e, per non annoiarsi, lavorava tanto. Alessio, ormai otto anni, era un ragazzino gentile, sportivo, con diverse medaglie. Amava Giovanni, sapendo che non era il suo vero padre, e si impegnava per farlo sentire orgoglioso.

Chiara e Giovanni non riuscirono mai ad avere altri figli. Cinque anni prima, i medici li avevano informati che probabilmente erano incompatibili. Chiara prese la notizia con serena rassegnazione: aveva già Alessio, ma sentiva una colpa immensa verso Giovanni, a cui aveva promesso un figlio. Quando Giovanni capì che non avrebbero avuto figli insieme, cadde giù, ma dopo un paio danni ritrovò energia, divenne più premuroso, interessato al negozio e ai successi di Alessio, cosa che rese Chiara felice.

I genitori di Giovanni vivevano a circa cento chilometri, in un piccolo borgo di collina. Giovanni spesso li visitava, fermandosi a notte, a volte più di una volta. Chiara, un po amareggiata, pensava che il marito fosse più presente dai genitori che a casa, ma si consolava pensando che nonna Maria e nonno Giuseppe fossero ormai anziani, entrambi sopra i sessantanni, e che avessero bisogno di aiuto.

Il ricordo di quei due anni di malinconia di Giovanni la teneva lontana da discussioni, perché non voleva farlo ricadere nel suo sconforto. Dopo tutti quegli anni, Chiara non era solo grata a Giovanni: lo amava davvero, con tutto il cuore, e non poteva immaginare una separazione. La distanza era dura, ma per Giovanni era tutto da accettare.

Una sera di maggio, una strana inquietudine la pervase. Forse era la consapevolezza che lestate rendeva lassenza di Giovanni più pesante. Prese il cellulare e chiamò:

Giovannino, dove sei? Da genitori? Che voce è così triste? Scusami se ti ho offeso.

Il telefono rimase in silenzio; Giovanni non le aveva mai parlato così bruscamente. Sentendosi persa, portò Alessio dalla nonna, poi si diresse verso il paese dei suoceri. Arrivata tardi, il camion di Giovanni non era più nei pressi della casa.

Maria, la suocera, la accolse con una certa timidezza, ma poi le offrì una tazza di tè. Giuseppe, il suocero, dormiva, così conversavano a bassa voce. Improvvisamente, dalla stanza uscì una bambina di tre anni, ancora assonnata, che ricordava molto il viso di Giuseppe e di Giovanni. La piccola si strofinò gli occhi, piagnucchiò e chiamò mamma. Maria la prese in braccio e la cullò cantando una semplice ninna nanna.

Chiara, stupita, chiese da dove venisse quel bambino.

È la figlia di nostra cugina Lucia, rispose frettolosamente Maria, è morta qualche giorno fa. Non aveva altri parenti, così labbiamo portata qui.

Volete tenerla? domandò Chiara, preoccupata, non è difficile per voi, è ancora piccolissima. E il padre?

Giuseppe si alzò dalla camera, forse svegliato dalla piccola. Guardò Chiara e, senza parlare, annuì. Maria spiegò che Lucia aveva affidato la bambina, di nome Livia, a loro. Chiara, col cuore in tumulto, accettò di passare la notte con Livia, promettendo di vegliare su di lei.

Quella notte non riuscì a dormire, accarezzava i capelli chiari di Livia, pensando a cosa direbbe al marito. Allalba, una figura si avvicinò al suo letto: Giovanni, con gli occhi pieni di timore, osservava Livia addormentata.

Giovannino, la prendiamo con noi? Ti prego, la crescerò, implorò Chiara.

Giovanni si voltò, uscì dalla stanza e, fuori, seduto sotto una vecchia betulla, lasciò scorrere una lacrima.

Scusa, mormorò, non volevo farti del male.

Chiara, sorpresa, chiedé: Perché non vuoi prenderla? Capisco che volevi un tuo figlio, ma il destino è così.

Giovanni, con la voce rotta, raccontò come Lucia, una cugina che viveva con una nonna in un borgo vicino, gli aveva affidato Livia, dicendo che il marito straniero non voleva portare con sé il bambino. Si era sentito intrappolato, temendo il giudizio dei genitori, ormai anziani. Alla fine, accettò di adottare Livia solo se Chiara fosse daccordo.

Chiara rimase senza parole, si sedette accanto alla piccola, cercò nei lineamenti di Livia somiglianze con Giovanni e si commosse. Piangeva silenziosa, ma una mano leggera accarezzò la sua. Livia aprì gli occhietti azzurri e sorrise:

Non piangere, non lo faccio, disse, ti farò una treccia.

Il pianto cessò e Chiara, con dolcezza, le promise che avrebbe imparato a fare le trecce, anche se non le sapeva ancora fare.

Il tribunale, poco dopo, riconobbe ladozione di Livia da parte di Chiara e Giovanni. Alessio, felice di avere una sorellina, promise di proteggerla. Giovanni smise i lunghi viaggi, si dedicò al negozio con Chiara e aprì una seconda bottega.

Il ricordo dellinfedeltà di Giovanni non svanì del tutto, ma Chiara lo perdonò, vedendo la sua sincera contrizione.

A dicembre, al ritorno da una recita natalizia, Livia, con gli occhi pieni di gioia, mostrò al papà una grande scatola di cioccolatini regalati da Babbo Natale.

Papà, ho chiesto a Babbo Natale un fratellino o una sorellina, sussurrò.

Giovanni, con un sorriso timoroso, rispose: Non può esaudire il desiderio, chiedi qualcosaltro.

Chiara, con un sorriso birichino, replicò: Come potremmo negare a una bambina così dolce?

Giovanni rimase perplesso, ma Chiara rise, annuendo. Quando Alessio tornò dallallenamento, trovò il papà che girava felice intorno alla madre, mentre Livia, tutta sporcata di cioccolato, sedeva sul divano. Alessio prese una caramella e disse:

Che genitori fortunati abbiamo, vero, sorellina?

Così, tra ricordi di estati assenti, viaggi in camion, negozi di mobili e una piccola Livia che portò luce nella nostra vita, rimarrà per sempre il ricordo di un amore che ha saputo superare le tempeste.

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