Domani vado dalla futura suocera. Le mie amiche sposate, cercando di confortarmi, mi hanno spaventata a morte:

Domani dovevo andare dalla futura suocera. Le amiche sposate, cercando di rassicurarmi, quasi mi spaventavano a morte:
Ricordati di tenere la testa alta, non ti hanno trovato in un mucchio di rottami
Non lasciare che si sieda sul tuo collo, metti subito i puntini sulle i.
Sappi che le suocere buone non esistono
Sei stata tu a renderle felici, non il contrario

Quella notte non chiusi gli occhi; al mattino apparivo più bella di una bara decorata.

Ci incontrammo sulla banchina e sul treno regionale. Il viaggio era di due ore. Dal treno scendemmo in un piccolo borgo, dopo il bosco. Laria era gelida, profumava di Capodanno. La neve scintillava al sole, scricchiolava sotto i piedi. Le cime dei pini frusciavano. Iniziai a gelare, ma per fortuna apparve un villaggio.

Una vecchietta magra, avvolta in una tunica rattoppata, con gli stivali bucati e un foulard stracciato ma pulito, ci accolse alla porta del cancello. Se non mi avesse chiamata, sarei passata oltre:
Ragazzina, sono la nonna Aurora, madre di Vittorio. Facciamo la conoscenza. Con una mano rugosa mi porse un guanto di pelle. La stretta fu ferma, agganciata. Lo sguardo sotto il foulard era penetrante. Per un sentiero tra le zolle di neve ci condusse a una capanna di tronchi anneriti. Dentro, il fuoco rosso del camino scaldava lambiente.

Miracolo! Ottanta chilometri da Torino e sembrava il medioevo. Lacqua era dal pozzo, il bagno un buco nella strada, la radio non suonava in ogni casa, la capanna era avvolta da penombra.

Mamma, accendiamo la luce, propose Vittorio. La madre lo guardò con disapprovazione:
Non stare lì a fare il lampadario, ti temi di farti male con il cucchiaio? Il suo sguardo cadde su di me, Certo, figlio mio, certo, amore mio, io stessa mi stavo preparando a girare la lampadina, disse, girando la lampadina sopra il tavolo della cucina. Una luce fioca illuminò un metro attorno. Forse avete fame? Ho fatto dei ditalini, venite al nostro rifugio a mangiare la minestra calda. Mangiammo, ci scambiammo sguardi, e lei sussurrò parole rotonde, dolci, lo sguardo vigile, acuto. Ebbi la sensazione che la mia anima fosse esaminata. Ci guardammo, cominciò a frugare: tagliò il pane, lanciò legnetti nel fuoco e disse: Metterò la teiera. Facciamo il tè. Una tazzina con coperchio. Il coperchio con un pino. Il pino con un buco. Dal buco il vapore. Il tè non era comune, era al lampone. Con il miele di lampone scaldante scacciò la malattia. E non ci sarebbe più stata malattia. Divertitevi, cari ospiti, i vostri, non comprati Non mi abbandonava la sensazione di essere in un film depoca prebellica. Immaginai il regista entrare e dire:
Riprese finite. Grazie a tutti.

Il calore, il cibo bollente, il tè al lampone mi appagavano; avrei schiacciato un cuscino per duecento minuti, ma non era il caso:
Andate, ragazzi, correte in cucina, comprate due chili di farina. Dobbiamo fare i pasticcini; stasera Valerio e Gabriele con le famiglie verranno, Ludovica di Torino arriverà a conoscere la futura nuora. Io intanto friggerò il cavolo per il ripieno, farò il purè.

Mentre ci vestivamo, Aurora tirò fuori dal letto una testa di cavolo, la trinciò e disse:
Il cavolo è pronto per la falcia, taglia in pezzetti.

Nel villaggio andammo, tutti si fermarono, salutavano, gli uomini si sfilavano i cappelli, si inchinavano, guardavano dietro.

La cucina era in un paesino vicino. Andammo lì e torniamo attraversando il bosco. Alberetti e ceppi indossavano cappelli di neve. Il sole, mentre ci dirigevamo alla cucina, giocava allegramente sui massi innevati; al ritorno splendeva una luce gialla. Il giorno dinverno era corto.

Ritornammo alla capanna, Aurora disse:
Prepara, Fiorenza. Io schiaccerò la neve in giardino così i topi non rosicchino la corteccia sugli alberi. Prendo Vittorio e lo porto a lanciare neve sotto gli alberi.

Una tonnellata di farina, se avessi saputo cosa dovevo fare, non lavrei comprata così tanto, ma Aurora incitava: Per quanto grande sia il lavoro: inizi a farlo, lo completi. Linizio è arduo, la fine è dolce.

Rimasi sola con la farina, non so se fossi capace, ma dovevo cuocere. Un pasticcino rotondo, un altro lungo; uno grande come una mano, laltro minuscolo. Uno con tanto ripieno, laltro quasi vuoto. Uno marrone come il cacao, laltro biondo. Oh, che fatica! Dopo Vittorio svelò il segreto: la madre aveva organizzato una prova, per vedere se ero degna del figlio prezioso.

Gli ospiti arrivarono a rivedere il corno dellabondanza. Tutti biondi, occhi azzurri, sorridevano. Mi nascondetti dietro Vittorio, timida.

Un tavolo rotondo al centro della stanza mi riservò il posto donore sul letto con i bambini. Il letto era di legno massiccio, le ginocchia più alte della testa toccavano il soffitto, i bambini saltavano, quasi mi veniva nausea da mare. Vittorio portò una cassa, la coprì con una coperta. La cassa era grande; mi sedei come regina sul trono, tutti mi osservavano.

Non mangiai né cavolo né cipolla rosolata, ma con tutti mi intrufolai, le orecchie scricchiolarono!

Scese il buio. Nella casa della futura suocera il letto era stretto in cucina accanto al focolare, gli altri in salone. È angusto qui, ma è meglio insieme. Mi sistemarono sul letto posto per lospite. Apposta per me, dal comò intagliato dal padre di Vittorio, tirarono le lenzuola imbianchite; era spaventoso sdraiarsi. Aurora stese e disse:
Cammina, casa, cammina, fuoco, ma la padrona non ha dove sdraiarsi! I futuri parenti si sdraiarono sul pavimento su pagliericci che erano stati portati giù dal solaio.

Volevo andare al bagno. Mi liberai dalla prigionia di legno, sentii il pavimento sotto il piede per non calpestare nessuno. Raggiunsi la stanza laterale, era buia. Una creatura coda si strofinava contro le gambe; pensai fosse un ratto, ma urlai! Tutti ridevano: era un gattino, di giorno girava, di notte era tornato a casa.

Andai al bagno con Vittorio; non cera porta, solo una parete.Mentre la luce del mattino filtrava timida tra le persiane, mi svegliai nel letto di legno, con il profumo di pane appena sfornato e la voce della nonna Aurora che mi sussurrava: Benvenuta nella famiglia, dove ogni sogno è un piatto pronto da servire..

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Domani vado dalla futura suocera. Le mie amiche sposate, cercando di confortarmi, mi hanno spaventata a morte:
Mamma è stanca