**Diario personale**
Decisi di fare una sorpresa a mio marito e tornai dai miei parenti tre ore prima. Ma quando entrai in casa, non riuscii a trattenere le lacrime.
Isabella guardava fuori dal finestrino del treno e pensava alla mamma. Aveva passato tre giorni con lei, le preparava brodi e le dava le medicine. La febbre era scesa solo ieri.
“Dovresti restare ancora un giorno,” le aveva detto la mamma quella mattina.
“Vittorio è da solo a casa, mamma. Starà morendo di fame.”
Ora, in treno, rimpiangeva di non averla ascoltata. Ma Vittorio la chiamava ogni sera, chiedeva della mamma, si lamentava del frigorifero vuoto. Aveva una voce strana, stanca.
“Mi manchi,” le aveva detto ieri prima di dormire.
Isabella aveva sorriso. Trentadue anni insieme, e lui ancora le diceva che gli mancava. Un uomo perbene, alla fine.
Il treno oscillava. La donna di fronte sgranocchiava semi e leggeva un giallo. In copertina, una bella ragazza abbracciava un uomo in giacca e cravatta. Isabella osservò il suo riflesso nel vetro. Rughe, radici brizzolate. Quando era invecchiata così?
“Torni da tuo marito?” chiese la compagna di viaggio.
“Sì. Torno a casa.”
“Io vado dallamante,” rise quella. “Mio marito crede che sia da mia sorella.”
Isabella arrossì e distolse lo sguardo. Come si poteva dire una cosa del genere?
Il telefono vibrò.
“Come stai? Quando torni?” scrisse Vittorio.
Isabella controllò lorario. Mancavano quattro ore. Avrebbe potuto dirglielo, ma poi cambiò idea. Meglio una sorpresa. Avrebbe preparato la cena, lui si sarebbe emozionato.
“Torno domani mattina. Ti manco anchio,” rispose.
Vittorio rispose subito con un cuoricino.
Fuori, campi e paesi sfilavano veloci. Isabella tirò fuori dalla borsa il thermos con il tè. La mamma glielo aveva preparato, insisteva che portasse anche dei panini.
“Sei dimagrita, figlia mia. Quel tuo Vittorio non si preoccupa di come mangi?”
“Mamma, ho cinquantasette anni.”
“E io che centro? Sei sempre la mia bambina.”
Masticando il panino al salame, ripensò alla mamma. Viveva ancora nella stessa casa dove Isabella era cresciuta. Il papà era morto cinque anni prima. La mamma si rifiutava di trasferirsi da loro in città.
“Avete la vostra vita,” diceva sempre. “Non voglio intromettermi.”
Non sarebbe unintromissione. Isabella amava prendersi cura degli altri. Prima i genitori, poi Vittorio, i figli. Aveva lavorato come insegnante, ma quando nacque Matteo, lasciò tutto. Poi arrivò Giulia. E senza accorgersene, divenne una casalinga.
“A che ti serve lavorare?” le diceva Vittorio allora. “Guadagno abbastanza io. Pensa alla casa.”
E così fece. Per trentanni. Cucinò, stirò, pulì. Portò i figli alle attività extrascolastiche, rammendò le calze di Vittorio.
Ora i figli erano grandi, se ne erano andati. Matteo lavorava in unaltra città, aveva una famiglia. Giulia si era sposata, le aveva dato un nipotino. Ed era diventata nonna.
E adesso?
Il treno rallentò. Isabella raccolse le cose e salutò la compagna di viaggio. In stazione, cera confusione. Lautobus per casa impiegò mezzora.
Durante il viaggio, immaginava la sorpresa di Vittorio. Lui credeva che sarebbe tornata domani. Invece era lì. Magari poteva fermarsi al supermercato, comprare qualcosa di buono. Carne, patate novelle. Avrebbe preparato una cena speciale.
Al supermercato prese tutto quello che le serviva. La cassiera sorrise:
“Preparate una festa?”
“No, è solo che mio marito mi aspetta.”
Le borse erano pesanti. Arrivò al portone stremata. Nellascensore riprese fiato. Cercò le chiavi a lungo, frugando nella borsa.
Finalmente aprì la porta.
“Vittorio, sono io!” gridò. “Sono tornata!”
Silenzio. Forse dormiva. Era tardi, quasi le dieci di sera.
Appoggiò le borse a terra e si tolse il cappotto. In casa cera luce accesa. Strano. Vittorio non dormiva mai con la luce accesa.
Andò nellarmadio per appendere il cappotto e si fermò. Davanti alla porta cerano delle scarpe. Femminili. Nere, con il tacco. Eleganti, lucide.
“Vittorio?” chiamò più piano.
Il cuore iniziò a batterle forte. Forse erano di Giulia. Aveva le chiavi di casa. Ma perché non laveva avvertita?
Dalla cucina risuonò una risata. Femminile.
Isabella si bloccò. Non era Giulia. La voce era sconosciuta.
“Vittorio, sei così divertente,” diceva la donna.
“Isabella torna domani. Abbiamo tutto il tempo,” rispose lui.
Isabella si appoggiò al muro. Le gambe cedevano. Che succedeva? Chi era quella donna? Di cosa parlavano?
“E se tornasse prima?” chiese lestranea.
“Non tornerà. È sempre precisa. Se ha detto domani mattina, sarà domani mattina.”
Risero. Isabella chiuse gli occhi. Respirare era difficile.
Pian piano si avvicinò alla cucina. La porta era socchiusa. Spiò.
Vittorio era seduto a tavola in pigiama, i capelli arruffati, sorridente. Di fronte, una donna sulla trentina. Bionda, bellissima. Indossava una vestaglia. La sua vestaglia.
Sul tavolo, due tazze di caffè, una torta, cioccolatini. Vittorio le teneva la mano.
“Elena, sei straordinaria,” le sussurrò.
Elena? Chi era Elena?
“E tua moglie? Dicevi di amarla,” fece la donna con un sorriso civettuolo.
“Lamo. Ma è diverso. Con te mi sento giovane.”
Isabella si aggrappò allo stipite. Il mondo le girava davanti agli occhi. Trentadue anni di matrimonio. Trentadue anni di fiducia, cure. E lui
“Vittorio” sussurrò.
Si voltarono di scatto. Vittorio impallidì. La donna si alzò di colpo, sistemandosi la vestaglia.
“Isabella? Ma non dovevi tornare domani?” balbettò lui.
“Chi è?” Isabella indicò la bionda.
“È Elena. La vicina. Del quinto piano.”
“La vicina?” Isabella la fissò nella sua vestaglia. “La vicina indossa la mia vestaglia?”
“Senti, è meglio che vada,” borbottò Elena. “Vittorio, chiamami dopo.”
“Fermati!” urlò Isabella. “Prima togliti la mia vestaglia!”
“Isabella, davanti a me?” fece Vittorio, cercando di mettersi in mezzo.
“Adesso ti vergogni?” Isabella lo spinse via. “Non ti vergognavi quando bevevi il caffè con lei in casa mia!”
Elena si tolse la vestaglia e la gettò su una sedia. Sotto portava jeans e una maglietta.
“Scusa,” disse, scappando via.
La porta di ingresso sbatté.
Isabella si sedette e si coprì il volto con le mani. Non cerano lacrime. Solo un vuoto enorme al posto del cuore.
“Isabella, parliamo con calma,” disse Vittorio sedendosi accanto a lei. “Ti spiego tutto.”
“Spiega.”
“Elena mi aveva chiesto aiuto. Il rubinetto perdeva. Sono andato a sistemarlo. Mi ha offerto il caffè.”
“Alle due di notte?”
“No, era ancora presto.”
“Sono passate quattro ore!” lo interruppe. “Quattro ore di caffè?”
Vittorio tacque. Il volto era rosso, sudata.
“Vittorio, non sono stupida,” sussurrò. “Trentadue anni insieme. So quando menti.”
“Non è successo niente! Parlavamo solo! È sola, non ha nessuno con cui confidarsi!”
“E tu? Con me non potevi parlare?”
“Con te parliamo delle faccende di casa. Di tua mamma, del nipotino. Con lei parlo della vita.”
Isabella si alzò. Il petto le bruciava.
“Della vita? Io non sono vita? Sono un mobile?”
“Non è così”
“Allora come?” Batté un pugno sul tavolo. “Ho passato trentanni a casa! Per te! Per i figli! Ho lasciato il lavoro! E tu dici che con me sei annoiato?”
“Isabella, calmati”
“No!” Camminava su e giù per la cucina come una belva in gabbia. “Ti stiro le camicie, ti faccio da mangiare! E tu chiacchieri con le vicine?”
“Una sola vicina”
“Una? Solo una?” Si fermò. Lo fissò negli occhi, tremando. Poi, lentamente, andò in camera da letto. Ne uscì con una valigia vuota. Cominciò a riempirla con vestiti, fotografie, libri.
“Isabella, che fai?”
“Vado a stare da mia madre.”
“Ma è tardi! Domani ne parliamo!”
“Domani non ci sarà nessun parla. Trentadue anni non si cancellano in un giorno, ma non continuo a fingere.”
“Non puoi andartene così!”
“Non sono più io quella che ti aspetta. Non dopo stasera.”
La valigia chiusa, prese le chiavi di casa e le posò sul tavolo.
“Le tue vestaglie le regalerò. A chiunque, ma non a te.”
Aprì la porta. Fuori pioveva. Non si voltò indietro. Scese le scale, uscì sotto la pioggia. Camminò verso la fermata dellautobus, senza fretta.
Per la prima volta dopo anni, respirava.






