Mamma

Ciro si sposò a ventiquattro anni. Sua moglie, Beatrice, ne aveva ventidue. Era lunica figlia, arrivata tardi, di un professore e di uninsegnante. Subito dopo il matrimonio, nacquero due maschietti a un anno di distanza luno dallaltro, e poco dopo una femminuccia.

La suocera andò in pensione e si dedicò ai nipoti.

Tra Ciro e lei cera un rapporto strano: lui la chiamava sempre per nome e patronimico, “Maria Antonietta”, e lei rispondeva con un “lei” freddo e distaccato, chiamandolo sempre col nome completo. Non litigavano, ma in sua presenza Ciro si sentiva a disagio, come se un vento gelido lo attraversasse. Però, bisognava riconoscerlo, la suocera non alzava mai la voce, gli parlava con rispetto, e nei suoi confronti mantenne sempre una neutralità inflessibile.

Un mese prima, lazienda dove lavorava Ciro aveva fallito, e lui era rimasto senza lavoro. A cena, Beatrice lasciò cadere:

“Con la mia pensione e il mio stipendio non andremo lontano, Ciro. Cerca un lavoro.”

Facile a dirsi! Trenta giorni a bussare le porte, e niente di niente!

Con rabbia, Ciro diede un calcio a una lattina di birra vuota. Per fortuna, la suocera taceva, ma gli lanciava occhiate pesanti.

Prima del matrimonio, aveva sentito per caso una conversazione tra madre e figlia.

“Bea, sei sicura che sia luomo con cui vuoi passare la vita?”

“Mamma, ma certo!”

“Secondo me, non capisci la responsabilità. Se tuo padre fosse vivo…”

“Mamma, basta! Ci amiamo, andrà tutto bene!”

“E i figli? Saprà mantenerli?”

“Lo farà, mamma!”

“Cè ancora tempo per ripensarci, Bea. La sua famiglia…”

“Lo amo!”

“Eh, guarda che non ti capiti di morderti le mani!”

“È arrivato il momento di morderle,” pensò Ciro, con una risata amara. La suocera aveva visto lungo!

Non aveva voglia di tornare a casa. Gli sembrava che la moglie lo consolasse solo per finta, dicendo: “Dai, domani andrà meglio!”, che la suocera sospirasse in silenzio, disapprovando, e che i bambini ridacchiassero: “Papà, hai trovato lavoro?”. Sentire e vedere tutto questo ancora una volta era insopportabile!

Camminò lungo il lungomare, si sedette su una panchina nella piazzetta, e verso sera andò alla casa in campagna, dove la famiglia passava i mesi da maggio a ottobre. Nella casa brillava una sola finestra, quella della camera di Maria Antonietta. In punta di piedi, si avvicinò al sentiero. La tenda si mosse, e Ciro si accucciò, sedendosi di colpo su un ceppo.

La suocera si affacciò:

“Ciro non torna. Hai chiamato, Bea?”

“Sì, mamma, il telefono è spento. Forse non ha ancora trovato lavoro e se ne va in giro.”

La voce di Maria Antonietta si gelò.

“Bea, non parlare così del padre dei tuoi figli!”

“Ma mamma, dai! È solo che mi sembra che Ciro non si sforzi nemmeno di cercare. È un mese che sta a casa, sulle mie spalle!”

Per la prima volta in sei anni, Ciro sentì la suocera sbattere un pugno sul tavolo e alzare la voce:

“Non osare! Non parlare così di tuo marito! Che hai promesso quando ti sei sposata? Nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore! Stargli accanto e sostenerlo!”

La moglie si affrettò a dire:

“Mamma, perdonami. Non agitarti, va bene? Sono solo stanca, è tutto qui. Scusami.”

“Va bene, vai a dormire,” disse Maria Antonietta, stanca, facendo un gesto con la mano.

La luce si spense. La suocera camminò avanti e indietro nella stanza, scostò la tenda, scrutando la notte, e poi, alzando gli occhi al cielo, si segnò devotamente:

“Signore, misericordioso e pietoso, salva e proteggi il padre dei miei nipoti, il marito di mia figlia! Non lasciare che perda la fiducia in sé stesso! Aiutalo, Signore, povero figliolo mio!”

Sussurrava e si faceva il segno della croce, mentre le lacrime le scendevano sul viso.

Nel petto di Ciro si formò un nodo di calore. Nessuno aveva mai pregato per lui! Né sua madre, una donna severa, quasi dura, che aveva dedicato la vita al lavoro in prefettura, né suo padre, che ricordava a malapenaera sparito quando aveva cinque anni. Era cresciuto allasilo, poi a scuola e al doposcuola. Alluniversità, aveva subito trovato un lavorola madre non tollerava gli sfaccendati, e poi diceva che Ciro poteva benissimo mantenersi da solo.

Il calore si diffuse, salendo sempre più su, riempiendolo tutto e sfuggendo in lacrime crude e inaspettate. Ricordò come la suocera si alzasse prima di tutti la mattina per preparare le torte che adorava, cuocere minestre saporite, e i suoi ravioli e gnocchi erano una meraviglia. Si occupava dei bambini, puliva la casa, piantava nellorto, faceva marmellate e conserve per linvernocetrioli croccanti, crauti, sottaceti

Perché non se nera mai interessato? Perché non laveva mai ringraziata? Lui e Beatrice lavoravano e facevano figli, e credevano che fosse normale. O almeno, lui lo credeva? Gli tornò in mente una volta che guardavano un documentario sullAustralia, e Maria Antonietta aveva detto che sognava da sempre di visitare quel continente lontano. E lui aveva scherzato: “Lì fa troppo caldo, una signora come lei, fredda come il ghiaccio, non ci andrà mai”

Ciro rimase a lungo sotto la finestra, la testa tra le mani. Quando finalmente si alzò, il cielo cominciava a schiarirsi. Entrò in casa senza far rumore, andò in cucina, accese la luce e trovò un biglietto sul tavolo: “Ciro, se sei qui, la cena è in forno. Ti ho lasciato anche il caffè caldo. M.A.” Lo lesse e lo rilesse, poi lo appoggiò con cura accanto alla tazza. Il giorno dopo, si presentò allo sportello dei servizi sociali, chiese aiuto, compilò moduli, cercò lavoro con un altro spirito. E una sera, mentre aiutava la suocera a pelare le patate, le disse piano: “Grazie, Maria Antonietta. Per tutto.” Lei alzò gli occhi, sorpresa, annuì senza una parola, e per la prima volta gli strinse la mano.

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