LA VISITATRICE NOTTURNA
Camminava veloce, i tacchi che risuonavano sul selciato deserto. Sopra, la luna sbucava sfrontata, sorridendo compiaciuta. La città svaniva nella foschia notturna, illuminata solo dai bagliori freddi dei palazzi. I lampioni accesi qua e là strappavano brandelli di strade alloscurità, e le finestre luccicavano come occhiali appoggiati sulle facciate.
Davanti a lei, un tram illuminato a festa come un albero di Natale sferragliò in una curva e sparì nel buio, svanendo come un fantasma. Il rumore dei tacchi si fece più forte, rimbalzando contro i muri. No, non era riuscita a prenderlo. E dallalto, la luna rise maligna.
Si era trattenuta troppo dallamica, poi aveva rifiutato con sicurezza che qualcuno laccompagnasse, convinta di prendere il tram. I passi rallentarono, poi si fermarono. Stanca, si sedette su una panchina e scoppiò in lacrime. Allimprovviso, uno stridio di freni, e una voce allegra dallabitacolo quasi cantò: “Facciamo un giro?” Si raggomitolò sulla panchina, volendo sparire nel buio. Non aveva voglia di avventure, e casa era ancora lontana. Un uomo si affacciò: “Non aver paura, ti porto dove vuoi, col vento tra i capelli.” La portiera si aprì e lei, incerta, sparì dentro quel ventre dacciaio.
Il sedile di pelle era morbido, profumato di comfort e qualcosaltro di piacevole. Sul sedile posteriore dormiva un bambino, appoggiato al fianco di un enorme cane. Lanimale le soffiava sul collo, e il suo alito caldo muoveva i riccioli alla nuca. Rimase immobile, terrorizzata. Luomo sorrise e disse veloce: “Non temere, Alma è docile, non ti farà nulla.”
“Marco,” si presentò, porgendole la mano. Lei borbottò: “Beatrice Conti.” Lui scoppiò a ridere: “Per essere una Conti, sei troppo giovane.” Nello specchietto, vide il suo viso spaventato, con il mascara sbavato alla luce dei cruscotto. A stento si riconobbe. Poi, offesa, bofonchiò: “Dipende dai punti di vista.”
“Lavori a scuola?” intuì lui. Lei tacque, forse persa nei pensieri. “Anche noi siamo in ritardo,” riprese lui, cercando di rompere il ghiaccio. Si rilassò, la paura svanì. Le sembrò di conoscerlo da sempre, e senza pensarci passarono al “tu”. Quella notte aveva un sapore familiare. Marco le porse un fazzoletto. Si sistemò il trucco guardandosi sul telefono e gli sorrise grata. Lui la osservò soddisfatto: “Sei carina.” Quel complimento la rasserenò. Scherzarono, ridendo delle loro battute. Alma, dietro, abbaiò piano, come a dire: “State zitti, svegliate il piccolino.”
La macchina svoltò in un vicolo buio. Il cuore di Beatrice sobbalzò. “Fermiamo in farmacia, devo prendere le medicine per mia madre. Poi non avrò tempo,” spiegò Marco, notando la sua tensione.
Era notte fonda, domani era festa. Nessuno dei due aveva fretta: a casa nessuno aspettava Beatrice, solo pile di compiti da correggere. Giravano per la città vuota, la macchina fantasma che fendeva il buio con i fari. Poi Marco la invitò a casa. Lei non si stupì.
Lappartamento era al settimo piano. Marco teneva in braccio il figlio addormentato. Nella luce fioca dellascensore si studiarono di nascosto, poi, sorpresi a farlo, risero come ragazzini. Marco era alto, abbronzato, con spalle larghe e capelli biondi che contrastavano con la pelle scura. Beatrice, anche coi tacchi, gli arrivava a metà viso.
La casa era ordinata, ogni cosa al suo posto. Marco sistemò il bambino nel lettino, Alma si stese accanto a terra. Loro bevvero tè, ascoltando musica classica. I gusti coincidevano. Strano, in casa di uno sconosciuto, Beatrice si sentiva a suo agio. Tornò quella sensazione: erano già una famiglia, e il piccolo Luca era suo figlio.
Chiacchierarono in cucina, sorseggiando vino offerto da Marco. A un tratto, lui si aprì: la moglie era morta tre anni prima, partorendo il loro primogenito. Aveva insistito per salvare il bambino. La madre lo aiutava con Luca quando lui era oberato di lavoro.
Marco le propose di restare fino al mattino. Lei accettò, forse per il vino, forse per quel senso di appartenenza.
La svegliò un sussurro. “Mamma,” ripeteva il bambino, accarezzandole la guancia. Alma era accucciata vicino. Con le lacrime agli occhi, Beatrice lo strinse forte, sussurrando: “Mio, mio.” Marco entrò con una colazione fumante. “Vi siete già affiatati,” sorrise. “Sposami,” disse allimprovviso. “Non mi conosci nemmeno,” rispose lei, incerta. “So abbastanza. La vita è lunga per scoprirci. Luca e Alma ti hanno accettata. Sarai una brava madre,” replicò lui.
Fuori, lalba tingeva il cielo di rosa. Beatrice riaprì gli occhi: accanto a lei dormivano il marito Marco e il piccolo Luca, mentre Alma russava ai piedi del letto. Rimase a pensare alla lezione del giorno, poi si riaddormentò. Il sole vinse lultima ombra della notte, e la luna, dallalto, le fece locchiolino.







