Oggi ho ripulito la soffitta, buttando via vecchie cianfrusaglie e spazzatura. Ho fatto un mucchio enorme in cortile. Notai un libricino sporco e sottile, probabilmente dei bambini. Lo aprii e cominciai a leggere. Mi imbattetti in una frase: “L’uomo nasce forse solo per zappare la terra e morire, senza nemmeno scavarsi la fossa da solo.”
Lessi quelle parole e mi sentii come impazzire. Perché era esattamente la mia vita. Cosa avevo visto? Fin da giovane, solo lavoro e ancora lavoro. E a casa: lorto, il recinto, il cancello. In primavera, arare la terra, curarla. Io e mia moglie ci eravamo pure presi un altro pezzo di terreno. Abbiamo sprecato la gioventù così.
La campagna ci aveva resi schiavi. Con gli anni, entrambi ci eravamo incurvati come vecchi contadini.
Non avevamo visto nulla. Niente! Mai andati da nessuna parte. Rimbambiti dalla fatica, le mani sporche di terra, gli occhi sempre fissi al suolo.
E mia moglie: lava, cucina, stira, fa marmellate e conserve, sempre preoccupata per il pane quotidiano.
Aveva ragione Verga nei “Malavoglia”: luomo è uno schiavo. Passa la vita a pensare solo a mangiare.
Non abbiamo mai letto un libro, fuori dal mondo, incapaci di tenere una conversazione.
Mi fece male lanima. Mi sembrò di aver sprecato tutto. Da qualche parte ci sono teatri, palme, gente elegante che parla di cose belle e noi? Siamo rimasti contadini come i nostri nonni.
Anche i nostri figli hanno seguito lo stesso sentiero. Li aspetta lo stesso destino.
Cosho visto in vita mia? Mai indossato un abito decente. Mai andato più lontano della Sicilia. A Roma, neanche una volta. In aereo, solo una volta. In treno, qualche viaggio.
Tutta la vita: cortile, orto, animali e galline. Lavoro fino alle ferie. In ferie, lavoro a casa. Mia moglie sempre in faccende.
E quando morirò, “senza nemmeno scavarmi la fossa da solo”. Che parole straordinarie!
Ripulii il libricino sporco con la mano. Lo portai in corridoio, lo posai sul comodino. Non riuscii a buttarlo. Tutti dovrebbero leggerlo, per riflettere sulla propria schiavitù.
La giornata finì. Io e mia moglie sedemmo al crepuscolo, senza accendere la luce. Le raccontai dei miei pensieri: la schiavitù, la terra, la vita sprecata. Che presto moriremo senza aver visto altro che zappe e pomodori. Perché ci siamo affannati? La vita è una sola, e noi labbiamo buttata.
Lei non disse nulla. Si alzò, prese lacqua e innaffiò i fiori. Poi aprì i cassetti, tirò fuori le lenzuola pulite e riflettò il letto. Si coricò. Si girò verso di me e disse: “Vieni a dormire. Basta parlare.”
Nessuno dei due riusciva a prendere sonno. Sentivo che anche lei era sveglia. Sospirò. Poi si girò e mi disse: “Non tutti possono essere Colombo o Verdi. Dio li ha baciati, avevano un destino diverso. A noi ha comandato di gioire del lavoro e della terra. Di crescere i figli. Di raccogliere le patate. Che bisogno cè di guardare ai grandi?”
Tacque un attimo, poi aggiunse che non era una schiava. Aveva fatto ciò che voleva, ciò che la rendeva felice. E non aveva rimpianti.
Mi alzai, mi misi addosso la vecchia giacca. Uscii in cortile. Le stelle brillavano dorate nel cielo. Accesi una sigaretta e mi sedetti sui gradini.
“Ma guarda un po, che moglie intelligente che ho! Cinquantanni insieme e non lo sapevo.”
Lavora, nutre la famiglia, tiene la casa in ordine. E non è una schiava! Perché Dio lha baciata con il dono della casa, dei figli, del marito. Perché tutto inizia e finisce in famiglia. Che moglie intelligente! Chi lavrebbe mai detto?
Oggi ho imparato che la felicità non sta in ciò che non hai, ma in ciò che sai apprezzare.







