Circostanze: Un Viaggio nelle Profondità dell’Esistenza Italiana

**Diario Personale**

La vita scorreva al suo solito ritmo: crescere mio figlio, costruire la casa, stare accanto alluomo che amavo. Tommasina aveva scelto Michele con il cuoretra tutti i ragazzi del paese, solo lui le era piaciuto davvero. Quando Mishy tornò dal servizio militare, si sposarono. Presto nacque il loro primogenito, Arsenio. Cresciuto il bambino, Tommasina cominciò a sognare una figlia.

“Vedrai, Michele, finiamo la casa e poi avremo una bambina. Avremo un vero nido familiare,” diceva spesso.

Michele sorrideva e annuiva. Era pronto a diventare padre di nuovo, anche il giorno dopo. Spesso, con Arsenio sulle spalle, camminava orgoglioso per il paese, salutando tutti.

Poi arrivò linverno. La neve bloccò le strade, il vento soffiò gelido. Tommasina guardava dalla finestra, aspettando il marito. Ma Michele non tornò mai. Un incidente sul lavoro gli tolse la vita.

“Il tempo guarisce ogni ferita,” le dicevano i vicini. “Non sei la sola. Piangi, ma col tempo passerà, e forse troverai qualcun altro.”

Tommasina li ascoltava in silenzio, ma le lacrime non venivano più, e questo la faceva soffrire ancora di più. Passò un anno. Gli anni Novanta, turbolenti, misero in crisi anche le famiglie più solide. Nel paese, gli stipendi arrivavano con mesi di ritardo. Chi aveva un orto e non temeva la fatica se la cavava meglio.

Tommasina sentì presto il peso di quei tempi. Arsenio era a scuola e doveva essere vestito, nutrito, curato. Questo significava coltivare lorto con ogni goccia di sudore, per avere qualcosa da vendere al mercato.

Lavorava fino a tardi, le mani ruvide, il sorriso svanito, lanima indurita.

“Prendi il secchio, monello!” gridava ad Arsenio quando cercava di scappare dagli amici. “Ti do io la scappatoia! Hai fatto i compiti?”

Arsenio obbediva in silenzio, ma nella mente riviveva i tempi in cui tutto era bello, quando cera papà e la mamma era dolce e allegra.

Di notte, Tommasina piangeva, rimproverandosi per le sue esplosioni. Ma allalba tornava cupa e severa.

Un sabato arrivarono le amiche, Fausta e Luciana. Prima non ne aveva mai avuteMichele bastava a riempire ogni suo bisogno di compagnia. Ma ora quelle due divorziate allegre venivano spesso, ridendo e dicendo di passare “per un caffè”. Ma tutti sapevano che non era il caffè il motivo.

La mattina iniziò come sempre. Tommasina si alzò senza neanche guardarsi allo specchio. Sapeva già che il viso sarebbe stato stanco e segnato. Diede da mangiare ai maiali, gettò il grano alle galline, mise i piatti sporchi a mollo e ordinò ad Arsenio di lavarsi e correre a scuola.

Quella sera non si aspettava nessuno, ma sapeva che uno dei “soliti” ospiti poteva passare. A quelle promesse non dava peso: se arrivava, bene; altrimenti, non ci sarebbe stato un altro invito. Gli uomini capivano subito. Vedevano il figlio, scambiavano due parole e se ne andavano, come a dire: “Donna con bagaglio”.

“Guarda, Tommasina, così li mandi tutti via,” rideva Fausta. “Sei difficile da accontentare. Forse è il tuo letto il problema? Compriamo un divano nuovo?”

“Ah, sì, corro subito a comprare un divano,” sospirava Tommasina. “Con quali soldi? Se ti dispiace, prenditelo tu.”

“Dai, non arrabbiarti. Prepara la tavola, accogli lospite.”

Fausta la irritava, ma Tommasina metteva comunque in tavola i cetrioli sottaceto. Guardando la foto del matrimonio, sospirava pesante:

“Perdonami, Mishy. Senza di te è dura.”

“Sono tutti uguali,” disse Fausta, come se leggesse i suoi pensieri. “Dai, Tommasina, un brindisi per noi! Siamo le migliori!”

Il mattino seguente, Tommasina sospirò, pulì i resti della cena e andò al lavoro.

Le fece visita Nina Egorovna, la zia del defunto marito.

“Ma che fai, Tommasina? Non ti riconosco più,” le disse. “E queste amiche ti fanno solo male.”

“Che è, Nina Egorovna, vuoi farmi la predica? Pensi che sia una fallita? Ho una casa, un orto, mio figlio studia, controllo i compiti” Tommasina tacque allimprovviso, ricordando che ormai da una settimana non apriva i quaderni di Arsenio. E proprio laltro giorno aveva incontrato la maestra, che laveva invitata a scuola per parlare.

Non sapendo cosa dire, cominciò a mettere i piatti sporchi a mollo.

“Eri così diversa,” continuò Nina. “Bella, laboriosa, gentile Lascia perdere queste sciocchezze.”

“Non mi diverto,” obiettò Tommasina. “A volte esco con le amiche per distrarmi. Non ho il diritto di riposarmi un po dopo il lavoro?”

“Certo che sì,” annuì Nina, sospirando.

“Allora basta con le prediche. E, comunque, non ficcare il naso, cara zia, dove non ti compete. La porta è aperta,” disse Tommasina, voltandosi verso il tavolo della cucina.

Nina, stringendosi lo scialle, uscì in silenzio.

Tommasina sospirò e aggrottò le sopracciglia, come per un dolore improvviso. Si sentiva a disagio, oppressa, e qualcosa la spingeva a seguirla. Corse fuori e raggiunse la zia già sul portico.

“Nina Egorovna, aspetta! Ti do delle carote, questanno ne ho tantissime.”

“Non serve, piccola,” fece Nina, scendendo già i gradini.

“Ti prego, è un pensiero sincero,” insistette Tommasina.

Nina conosceva bene la vita. La sua esperienza le permetteva di sentire il dolore degli altri. Capì che quello era il silenzioso pentimento di Tommasina. Anche se nessuna parola era stata detta, i suoi occhi chiedevano perdono. Nina si fermò.

“Ecco una borsa a portata di mano,” disse Tommasina, versando generosamente le carote. “La porti o ti aiuto?”

“La porto io, Tommasina,” rispose Nina, ringraziando, e si avviò verso casa. Il suo cuore si stringeva per lanima di Tommasina.

Il venerdì sera, Tommasina preparò cipolle e carote da portare al mercato.

“Almeno qualche soldo, perché dei miei non ne vedo lombra,” pensò, sistemando le cose.

“Dove vai con quelle borse?” chiese la curiosa vicina Zoe, sbirciando nella sacca.

“Al mercato, porto verdure,” rispose Tommasina.

Riuscì a malapena a trascinare le pesanti borse alla fermata dellautobus. Lì cerano già il nonno Macario e la nonna Agata, anche loro diretti in città. Ma lautobus non arrivava.

“Che disgrazia! Sarà di nuovo rotto,” sospirò la nonna.

Il nonno intanto imprecava contro lautobus e tutta la compagnia di trasporti. Alla fine, capendo che non sarebbe venuto, la coppia tornò a casa, decisa a riprovare unaltra volta.

Tommasina restò ad aspettare. Non voleva riportare indietro le borse, così decise di fermare un passaggio.

Passò una Fiat, poi una Alfa Romeo, ma non cera posto. Finalmente arrivò una Lancia. Tommasina strizzò gli occhi, cercando di vedere se ci fossero posti liberi. Ma lautista si fermò prima che lei alzasse la mano.

Era un uomo un po più anziano di lei, sconosciuto. Capì che veniva dal capoluogo, perché non laveva mai visto prima. Lautista la osservò, poi guardò le sue borse.

“Lautobus oggi non cè, è rotto. Io vado in città, posso darti un passaggio.”

“Se è così, allora grazie,” sospirò Tommasina.

“Accettato,” sorrise luomo. Scese dalla macchina e, sebbene fosse magro e non alto, sollevò con facilità la pesante borsa, come se non pesasse nulla.

“Mi porteresti direttamente al mercato?” chiese Tommasina.

“Potrei.”

“Ti pagherò,” disse lei.

Durante il viaggio, Tommasina tirò fuori lo specchietto e si mise un po di rossetto. Dal sedile posteriore poteva osservare lautista.

“Mi chiamo Tommasina,” disse infine, rompendo il silenzio.

“Io sono Giorgio Federici.”

“Così giovane e già con il Federici? Sei un capo o cosa?”

“Eh sì, direttore di fabbriche e armatore di navi,” scherzò Giorgio. “In realtà, sono caposquadra in un cantiere.”

Giorgio la portò al mercato e laiutò persino a trasportare le borse. Per il viaggio prese solo metà dei soldi.

“Mi darai il resto stasera. Tornerò per la stessa strada,” disse.

“Che generoso,” sorrise Tommasina. “Che fortuna.”

Quella sera Giorgio la riaccompagnò a casa.

“Entra, almeno per un caffè, Giorgio Federici.”

“Senza Federici, per favore. Solo Giorgio,” scherzò.

Tommasina preparò in fretta la tavola. Arsenio sbirciò in cucina.

“Non hai niente da fare qui! Vai in camera. Hai fatto i compiti?”

“Quasi,” borbottò il ragazzo.

“Allora finiscili!” ordinò severa.

Giorgio, seduto vicino alla stufa, incrociò le gambe e sorridendo si rivolse al bambino:

“Facciamo conoscenza. Io sono Giorgio Federici, e tu?”

“Arsenio,” rispose il ragazzo.

“Il tuo vero nome è Arsenio?”

“Sì,” annuì il bambino.

“E come vanno i compiti? Difficili?”

“Con la matematica non ci capisco niente,” ammise.

“Vediamo un po.” Giorgio fece cenno ad Arsenio di portargli il quaderno.

In mezzora, il bambino, contento dellaiuto, andò a letto.

“Pulisci tutto,” chiese Giorgio, indicando la tavola, “io prendo solo un caffè.”

“Se devi guidare, allora solo caffè,” concordò Tommasina.

“Anche se non guidassi, solo caffè. E poi succo, tisana, acqua frescanientaltro.”

Tommasina lo guardò sospettosa, ma in silenzio versò lacqua bollente nella tazza con la polvere, mettendo accanto un piatto di patate.

“Devo andare,” disse Giorgio, alzandosi. Esitò un attimo, poi aggiunse: “Mi piaci molto, Tommasina. Posso passare venerdì?”

Tommasina sorrise appena, perché si aspettava quella domanda.

“Passa pure.”

“Sono single,” disse lui, anche se lei non aveva chiesto.

“Ti dimenticherai di me in una settimana,” pensò Tommasina, senza sperare in un seguito.

Ma dopo il lavoro, quando arrivarono Luciana e Fausta, Tommasina le mandò via prima del solito. Nella sua testa girava un pensiero: “E se davvero venisse?”

“No, Tommasina, non è giusto,” si lamentò Fausta. “Vieni con noi almeno al bar!”

“Sono forse una ragazzina, per correre al bar?”

“Che centra? Andiamo a vedere un film!”

“No, ragazze, andate voi. Io devo pulire.”

Ma non fece in tempo. Giorgio arrivò prima del previsto. Entrò nel cortile, e Tommasina lo accompagnò in casa. Sulla tavola cerano ancora i segni della cena, ma lospite fece finta di non vedere.

“Riscaldo la minestra, sennò è fredda,” spiegò Tommasina.

Giorgio chiacchierò con Arsenio, lo aiutò con la matematica, gli spiegò coserano i cavalli nelle macchine. Quando il bambino andò a letto, Tommasina era un po allegra e aveva voglia di ridere e scherzare.

Giorgio si alzò, le mise le mani sulle spalle e la fece alzare. Poi la strinse forte per la vita. Tommasina sussultò per la sorpresa, quasi senza fiato.

“Resto fino a domani,” disse semplicemente.

“Chi ti caccia?” Tommasina, ripresasi, si scostò, respirando a fondo. Era già chiaro che sarebbe rimasto, le parole sembravano superflue.

La mattina, mentre preparava le uova, Giorgio prese i secchi e andò a prendere lacqua.

“Devo portarne per il bagno?” chiese.

“Portala,” rispose Tommasina, impassibile, anche se non chiedeva mai aiuto a nessuno, perché non credeva che queste cose durassero.

Dopo colazione, mentre finiva il caffè, Giorgio disse piano:

“Sai, Tommasina, se vuoi stare con me, quelle bevande che avevi ieri sulla tavola non devono esserci più.”

Tommasina rimase immobile, con il cucchiaino in mano.

“È una condizione?” chiese, più sorpresa che indignata.

“Se vuoi vederla così. Non sopporto quellodore. E comunque, sono una persona normale, lhai capito.”

Sorrise e aggiunse:

“Allora, passo stasera per il bagno?”

Tommasina avrebbe voluto arrabbiarsi, protestare, persino cacciarlo, ma qualcosa la fermò. Inaspettatamente, sentì il desiderio di accettare.

“Passa pure,” disse brevemente.

Nel pomeriggio arrivò Fausta.

“Dicono che hai svuotato tutto, Tommasina? È vero?”

“Vero, Fausta. Non cè più niente.”

“Ma sei pazza? Come hai potuto sprecare una cosa così buona!”

“Buona cosa? È solo guai. Vai, Fausta, ora non ho tempo per te,” tagliò corto Tommasina.

Aveva lavato il pavimento, cambiato le lenzuola, che ora profumavano di fresco perché le aveva lavate e stese al sole. Sulla stufa cera la minestra, ma le venne voglia di preparare qualcosa di più buono. Pensò alle torte, ma non aveva tempo, così impastò e fece delle frittelle. Arsenio ne rubava qualche pezzo dal tavolo, bevendo succo di frutta.

Il tempo passò. Tommasina fece anche il bagno, e fuori era già buio. Ma Giorgio non si fece vedere.

“Le promesse si aspettano tre anni,” sospirò amaramente. “Ci ho creduto, stupida. Lo so che sono tutti uguali, tranne il mio Mishy. Forse ho svuotato tutto per niente?”

Sorrise al pensiero. Guardò la cucina pulita, dove fluttuavano aromi di cibo fresco, e allimprovviso sentì una strana pace.

“No, non per niente,” disse ferma. “Ne ho avuto abbastanza.”

Si rivolse al figlio:

“Non aspettare, Arsenio, zio Giorgio forse non viene. Meglio che controlli i tuoi compiti. Hai trascurato la scuola.”

Poi, improvvisamente, il rumore di un motore. Alla porta apparve Giorgio con una piccola borsa da viaggio. Ne tirò fuori salame, scatolame, biscotti, burro.

“Un amico alla base me li ha dati, a volte mi aiuta,” spiegò. “Per te e Arsenio.”

Tommasina era seduta a tavola, il mento appoggiato sulla mano, e lo guardava.

“Ora questa roba non si trova più. Da noi non arriva da tempo.”

“Lo so, per questo lho portata. Prendi,” rispose semplicemente.

Tommasina chiese, come se lo aspettasse ogni giorno:

“Prima mangi o vai al bagno?”

“Prima il bagno,” rispose.

Fuori era buio. Mentre apparecchiava, Tommasina sentì tornare una sensazione dimenticata: il calore di casa, che aveva avuto accanto al marito. Sorridendo, guardò la giacca di Giorgio appesa allattaccapanni.

“Se è venuto oggi, resterà. Voglio che resti,” pensò con una sicurezza insolita.

La giornata autunnale era grigia, ma tranquilla.

Nina Egorovna sedeva vicino al cancello, guardando la strada. Il suo viso si illuminò quando vide lauto che da due mesi ormai si fermava davanti alla casa di Tommasina.

“Bene. Che vivano felici. Sono giovani, forse avranno un altro bambino,” sospirò piano. “Tommasina è di nuovo come prima: sorridente, dolce. Che goda la vita, perché va sempre avanti. Limportante è vivere. Nina Egorovna si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone, e rientrò in casa con un nodo caldo in gola. Dentro, lodore delle frittelle si mescolava a quello della minestra, e dalla cucina arrivava la voce di Arsenio che rideva. Tommasina versò lacqua bollente nella tinozza, mentre Giorgio sistemava la legna accanto alla stufa. Fuori, la neve aveva ripreso a cadere piano, coprendo il paese come un mantello vecchio ma fedele. Nessuno parlava, ma nessuno aveva bisogno di parlare. La casa respirava di nuovo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × 5 =

Circostanze: Un Viaggio nelle Profondità dell’Esistenza Italiana
La cognata è venuta a prendere le cose di mio figlio per suo figlio e ha ricevuto un bel rifiuto!