Libera l’appartamento, mi sposo e vivremo qui insieme” – ha annunciato la figlia del mio compagno dal primo matrimonio

Girava tutto intorno a lei come in un sogno sfocato, i contorni delle stanze ondeggiavano come riflessi nell’acqua.

“Libera l’appartamento, mi sposo e vivremo qui,” dichiarò la figlia del marito dal primo matrimonio.

“Giuliana Neri, ha dimenticato di firmare la domanda per le ferie. L’ufficio personale chiede di passare prima di pranzo.”

Giuliana alzò lo sguardo dallo schermo e sorrise alla giovane collega.
“Grazie, Simona. Vado subito.”

Mise da parte il lavoro e si diresse verso le risorse umane, pensando alle vacanze che laspettavano. Avrebbe voluto andare al mare, ma Riccardo, suo marito, insisteva per la villetta in campagna. “Perché spendere quando possiamo rilassarci in mezzo alla natura?” Giuliana non discuteva. In otto anni di matrimonio aveva imparato a cedere sulle piccole cose.

Tornata alla scrivania, notò diverse chiamate perse di Riccardo. Strano, di solito non la disturbava durante il lavoro. Lo richiamò.

“Giulia, puoi tornare a casa prima oggi?” La voce di lui era tesa.
“È successo qualcosa?”
“È arrivata Beatrice. Dice di dover parlare di qualcosa di importante.”

Beatrice, la figlia di Riccardo dal primo matrimonio. Ventisette anni, viveva in unaltra città e compariva solo quando aveva bisogno di soldi.
“Va bene, cercherò di essere lì per le sei.”

Giuliana chiese il permesso al capo e tornò a casa. Lappartamento di tre stanze, in un quartiere periferico, era uneredità dei suoi genitori. Quando aveva sposato Riccardo, non aveva pensato a un contratto matrimoniale o a formalità. Amore e fiducia bastavano.

Aprendo la porta con la sua chiave, sentì voci provenire dal salotto. Beatrice parlava animatamente, Riccardo annuiva. Giuliana si tolse le scarpe e entrò.

Beatrice era seduta sul divano, vestita con un elegante abito, accanto a un giovane in un costoso completo. Sulla tavola, una bottiglia di spumante già stappata.

“Ah, Giuliana, finalmente,” disse Beatrice, scrutandola con uno sguardo giudicante. “Conosci Massimo, il mio futuro sposo.”
“Piacere,” disse Giuliana, stringendogli la mano.
“Siediti,” le indicò Riccardo. “Beatrice vuole parlare di una cosa importante.”

Giuliana si sedette, sentendo un nodo allo stomaco. Cera qualcosa di strano nellaria.

“Libera l’appartamento, mi sposo e vivremo qui,” annunciò Beatrice, senza preamboli.

Giuliana rimase senza parole. Per alcuni secondi fissò la figliastra, cercando di capire se avesse capito male.
“Cosa hai detto?”
“Mi hai sentita. Mi serve questo appartamento. Io e Massimo ci sposiamo tra un mese e abbiamo bisogno di un posto dove vivere.”
“Beatrice, questo è lappartamento di Giuliana,” bofonchiò Riccardo, incerto.
“Papà, sei registrato qui da otto anni. Per legge hai diritto a una quota. E io sono la tua unica figlia ed erede.”

Giuliana sentì il sangue gelarsi nelle vene.
“Riccardo, cosa sta succedendo?”

Lui evitò il suo sguardo, torcendo un tovagliolo tra le dita.
“Giulia, capisci, Beatrice ha ragione su alcune cose. Forse dovremmo parlarne…”
“Parlare di cosa?” Giuliana si alzò. “Questo è il mio appartamento. I miei genitori lo hanno comprato, io ci sono cresciuta.”
“Ma papà ha dei diritti,” estrasse Beatrice dei fogli dalla borsetta. “Ho consultato un avvocato. Otto anni di convivenza, residenza, gestione della casa. Un tribunale potrebbe riconoscergli metà della proprietà.”

“Sei impazzita?” Giuliana si girò verso il marito. “Riccardo, dimmi qualcosa!”
“Giulia, parliamone con calma. Beatrice è giovane, deve costruirsi una vita. Noi potremmo affittare qualcosa di più piccolo.”

Giuliana non credeva alle sue orecchie. Il marito a cui aveva affidato la sua vita, con cui aveva condiviso otto anni, stava discutendo di come cacciarla dalla sua stessa casa.

“Riccardo, lei sa che è una decisione ragionevole,” intervenne Massimo. “Una giovane coppia ha bisogno di spazio. E a voi due non servono tre stanze.”
“Scusi, ma lei chi è per decidere cosa ci serve?” Giuliana cercava di mantenere la calma, nonostante il fuoco che le bruciava dentro.
“Sarò il marito di Beatrice, dunque parte della sua famiglia.”
“Lei non è parte della mia famiglia.”
“Giuliana, non essere scortese con Massimo,” sbuffò Beatrice. “Viene da una buona famiglia, suo padre ha unazienda edile.”
“E allora? Che suo padre vi compri una casa.”
“Perché comprare quando possiamo avere questa?” Beatrice alzò le spalle. “Papà, vuoi che sia felice, vero?”
“Certo, tesoro.”
“Allora convincila. Dopotutto, è anche casa tua.”

Giuliana tirò fuori il telefono.
“Cosa fai?” si allarmò Riccardo.
“Chiamo il mio avvocato. E vi consiglio di andarvene dal mio appartamento.”
“Giulia, non esagerare,” cercò di afferrarle la mano, ma lei si tirò indietro.
“Pronto, avvocato Mancini? Sono Giuliana Neri. Sì, ho bisogno di una consulenza urgente. Domani mattina va bene? Grazie.”

Riagganciò e guardò i presenti.
“Ora vi chiedo di uscire. Devo pensare.”
“Giuliana, questa è anche casa mia,” iniziò Riccardo.
“No. È casa mia. Tu sei solo registrato qui. E solo per mia gentilezza.”
“Papà ha il diritto di stare qui,” si alzò Beatrice. “E io come sua ospite anche.”
“Beatrice, ti chiedo di andartene. O devo chiamare la polizia?”
“Ma come ti permetti!” esplose la ragazza. “Papà, lo tollererai?”

Riccardo guardava alternativamente la figlia e la moglie, smarrito.
“Giulia, suvvia. Parliamone con calma.”
“Non cè nulla di cui parlare. Vado da unamica. Quando tornerò, voglio che tua figlia non sia più qui.”

Giuliana prese la borsa e uscì. Le mani le tremavano mentre chiamava lascensore. Otto anni. Otto anni vissuti con quelluomo, fidandosi di lui, solo perché ora era pronto a cacciarla di casa per i capricci di sua figlia.

Lamica, Daniela, viveva nel palazzo accanto. Vedendola sulla soglia, capì subito che qualcosa non andava.
“Entra, racconta.”

Davanti a un caffè, Giuliana espose la situazione. Daniela ascoltava, scuotendo la testa.
“Te lavevo detto di fare un contratto matrimoniale. Ma tu sempre con amore, fiducia.”
“Daniela, non ora.”
“Va bene, scusa. E adesso cosa farai?”
“Domani vado dallavvocato. Che mi spieghi i miei diritti.”
“E con Riccardo?”

Giuliana tacque. Cosa fare con Riccardo? Continuare a vivere con un uomo che laveva tradita? Che non aveva nemmeno provato a difenderla?
“Non lo so. Probabilmente chiederò il divorzio.”
“E dove andrà? Non ha una casa sua.”
“È un suo problema. O forse andrà da sua figlia.”

Il telefono squillò. Riccardo. Giuliana rifiutò la chiamata.
“Non vuoi rispondere?”
“No. Cosa cè da dire? Ha già fatto la sua scelta.”

Passò la notte da Daniela. La mattina dopo, senza tornare a casa, andò direttamente dallavvocato. Il signor Mancini, un uomo dai capelli argentati e lo sguardo attento, ascoltò la sua storia.

“Giuliana, non si preoccupi. Lappartamento è stato acquistato prima del matrimonio?”
“Sì, lho ereditato dai miei genitori due anni prima di conoscere mio marito.”
“Perfetto. È sua proprietà esclusiva. Suo marito non ha alcun diritto.”
“Ma è registrato qui…”
“La residenza non dà diritto di proprietà. Al massimo, in caso di divorzio, dovrà concedergli un po di tempo per trovarsi una casa. Un mese o due.”
“E sua figlia parlava di gestione domestica, di una quota…”
“Sciocchezze. I beni comuni sono quelli acquistati insieme durante il matrimonio. Il suo appartamento non ne fa parte.”

Giuliana tirò un sospiro di sollievo.
“Quindi non possono cacciarmi?”
“In nessun caso. Anzi, se continuano a minacciarla, denunci pure. È estorsione.”

Dopo lavvocato, Giuliana andò al lavoro. Riccardo chiamò più volte, mandò messaggi. Non rispose. Aveva bisogno di calmarsi, riflettere.

Quella sera dovette tornare a casa. Riccardo era in cucina, a bere un caffè. Beatrice, per fortuna, non cera.
“Giulia, finalmente. Ero preoccupato.”
“Dovè tua figlia?”
“È andata da Massimo. Giulia, parliamo.”
“Di cosa? Di come sei rimasto in silenzio mentre pretendeva il mio appartamento?”
“Ero scioccato. Non me laspettavo da Beatrice.”
“Davvero? Dice di aver consultato un avvocato. Non è stata una decisione improvvisa.”
“Non lo sapevo, giuro.”

Giuliana si sedette di fronte a lui, osservandolo attentamente. Sembrava più vecchio, stanco. Quando si erano conosciuti, era diverso. Allegro, premuroso. Poi era arrivata la routine, e il romanticismo era svanito.

“Riccardo, dimmi la verità. Hai pensato, anche solo per un secondo, di sostenermi? O hai deciso subito che tua figlia era più importante?”

Lui rimase in silenzio, fissando la tazzina.
“Giulia, è mia figlia. Lunica che ho.”
“E io cosa sono? Abbiamo vissuto insieme otto anni.”
“Sei importante per me. Ma Beatrice…”
“Ho capito,” si alzò Giuliana. “Chiederò il divorzio.”
“Giulia, aspetta!”
“No. Sono stata dallavvocato. Lappartamento è mio, tu non hai alcun diritto. Ti do un mese per trovarti una casa.”
“Giulia, non fare così. Proviamo a sistemare le cose.”
“Cosa sistemare? Riccardo, tua figlia è entrata in casa mia e ha preteso che me ne andassi. E tu sei rimasto in silenzio. Cosa cè da sistemare?”

Il telefono di Giuliana squillò. Un numero sconosciuto.
“Pronto?”
“Giuliana Neri? Sono Elena Rossetti, la madre di Massimo.”
“Mi dica.”
“Volevo scusarmi per ieri. Mio figlio mi ha raccontato tutto. È una vergogna.”

Giuliana fu sorpresa.
“Grazie, ma…”
“Vorrei incontrarla. Dobbiamo parlare di Beatrice.”
“Perché?”
“Per favore. È importante. Possiamo vederci domani in un bar?”

Giuliana accettò, più per curiosità che altro. Il giorno dopo, in un piccolo caffè nel centro, la attendeva una donna elegante, sui sessantanni.
“Grazie per essere venuta,” disse Elena, invitandola a sedere. “Ho ordinato già un caffè.”
“Cosa voleva dirmi?”
“Vede, mio figlio è innamorato. Per la prima volta sul serio. E questa Beatrice… lo manipola.”
“In che senso?”
“Gli ha detto di essere incinta. Vuole sposarsi subito. E quando Massimo ha chiesto tempo per organizzarsi, ha tirato fuori la storia dellappartamento.”
“Il mio appartamento.”
“Esatto. Ho fatto qualche ricerca su di lei. Non lavora da nessuna parte, vive saltando da un uomo allaltro. Una cacciatrice di ricchi.”
“E cosa mi propone?”
“Uniamo le forze. Lei protegga la sua casa, io cercherò di aprire gli occhi a mio figlio.”
“E la gravidanza?”
“Ne dubito. Ma anche se fosse, un test di paternità è sempre possibile.”

Giuliana rifletté. Uno strano colpo di scena.
“Va bene. Cosa devo fare?”
“Resista alle provocazioni. Io farò la mia parte.”

Tornata a casa, trovò Beatrice in salotto, che sfogliava dei documenti.
“Cosa ci fai qui?”
“Papà mi ha dato le chiavi. Sto valutando la mia futura casa.”
“Beatrice, esci subito dal mio appartamento.”
“Non ne ho intenzione. Papà ha detto che posso stare qui.”

Giuliana prese il telefono, compose un numero.
“Polizia? Buongiorno, cè unintrusa nel mio appartamento che si rifiuta di andarsene.”

Beatrice impallidì. Arrivarono in meno di venti minuti. Due agenti, calmi ma risoluti, chiesero a Beatrice di identificarsi e di mostrare un diritto di permanenza. Lei esitò, balbettò, cercò di appellarsi al padre, ma non aveva documenti, nulla che giustificasse la sua presenza.

“Questa è proprietà privata,” disse uno degli agenti. “Senza autorizzazione del titolare, deve lasciare limmobile.”

Beatrice si alzò di scatto, lanciando unocchiata feroce a Giuliana. “Questo non finisce qui.”

“Finisce invece,” rispose Giuliana, ferma sulla porta. “E dora in poi ogni tua parola verso di me verrà registrata. Ora vai.”

Riccardo tornò a casa quella sera, trovò la valigia preparata in ingresso.
“Non dormirò mai più sotto il tuo stesso tetto,” disse Giuliana senza alzare la voce. “Parti entro domani. Un mese, come detto. E se tua figlia si avvicina ancora a questa porta, chiamo la polizia.”

Non ci furono scenate. Riccardo abbassò lo sguardo e annuì.

La settimana seguente, Elena mostrò a Giuliana una serie di messaggi in cui Beatrice ammetteva di non essere incinta e di aver usato Massimo per ottenere una casa. Lui, devastato, mise fine alla relazione.

Due mesi dopo, lappartamento era di nuovo silenzioso. Giuliana riempì le stanze con i libri, i quadri, il profumo del caffè mattutino. Una sera, seduta sul divano con un bicchiere di vino, si rese conto che non si sentiva sola. Si sentiva libera.

E quando, qualche giorno dopo, il custode del palazzo le consegnò una lettera indirizzata alla “Signora Neri”, con dentro un assegno firmato da Riccardo per i lavori alla caldaia, non lo aprì. Lo lasciò sulla scrivania.

Poi accese la lampada accanto al letto, chiuse le finestre e tirò le tende. Fuori, la città andava avanti. Dentro, per la prima volta da anni, cera pace.

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Libera l’appartamento, mi sposo e vivremo qui insieme” – ha annunciato la figlia del mio compagno dal primo matrimonio
Il padre si avviò verso il paese con la fredda sicurezza di chi è abituato ad avere sempre ragione.