Lei lo sa meglio

**Lei Sa Meglio**

Cera unaltra, una volta. Beatrice.

La figlia dellamica di famiglia. Quella per cui Ginevra aveva già immaginato un futuro accanto a suo figlio, Michele. Una ragazza tranquilla, silenziosa, obbediente. Contabile in unazienda prestigiosa. E soprattutto, capiva e accettava quel legame speciale tra madre e figlio. Beatrice aveva perfino detto: «Ginevra, mi consulterò sempre con lei, lei lo conosce meglio di chiunque altro». Parole così giuste.

E invece questa Cristina! Con lei era impossibile trovare un terreno comune. A ogni offerta di aiuto, a ogni consiglio su come preparare le polpette per Michele o stirare le sue camicie, rispondeva con un educato ma fermo: «Grazie, faremo da soli». Quel da soli feriva Ginevra come un coltello. Lei era la madre! Lei sapeva meglio!

***

Neanche a casa di Cristina cera gioia. A quasi trentanni, viveva ancora con i genitori, cresceva sua figlia e, naturalmente, desiderava trovare lamore. Michele le propose di trasferirsi da lui quasi subito, dopo appena un mese dal loro incontro, ma senza la bambina. E dopo un paio di mesi, la invitò in Comune per sposarsi: aveva finalmente trovato la donna giusta e voleva costruire un nido insieme.

Cristina era al settimo cielo. Era quellamore travolgente e luminoso che aveva sempre sognato. Quando qualcuno cercava di frenarla, di farle notare che linnamoramento acceca, che Michele non era pronto per il matrimonio, si offendeva. Lo amava profondamente ed era certa di poterlo riscaldare, renderlo felice, aiutarlo a spiegare le ali.

Un mese prima del matrimonio, era seduta nella cucina di sua madre. La donna beveva il tè e la guardava con una strana malinconia.

«Cristina, sai che il carattere di Michele non è semplice, vero?» iniziò con cautela.

«Mamma, è solo sensibile!» rispose subito Cristina, difendendo il fidanzato. «Nessuno lo ha mai capito. Io invece sì.»

«Non è questione di comprensione, cara. È abituato a essere coccolato, a vivere sotto lala di sua madre, senza responsabilità. Sei pronta a portare tutto il peso? Lui, sua madre, tua figlia?»

«Si staccherà da sua madre quando avremo una nostra famiglia! Michele ha solo bisogno di amore e sostegno. Glielo darò io.»

Sua sorella Veronica fu più diretta. Dopo una serata in cui Michele aveva parlato per ore delle sue lamentele contro il vecchio capo, senza lasciare spazio agli altri, prese da parte la futura sposa:

«Cri, il tuo Michele è un egoista totale. Non lo vedi? Non nota le persone intorno a sé, gli interessa solo se stesso.»

«È solo turbato. Non hai visto comè dolce e divertente quando vuole!»

«Lo idealizzi» scosse la testa Veronica. «Il matrimonio non è fatto di dolcezze, ma di chi porterà fuori la spazzatura ogni giorno e ti porterà il tè quando sei ammalata.»

Cristina non ascoltava. Le sembrava che i parenti invidiassero solo il suo rapido matrimonio. Non credevano nellamore vero. E lei e Michele quasi non litigavano nei primi mesi. Le piaceva sistemare la nuova casa, provare ricettecucinare per lamato era una gioia. Inoltre, lui viaggiava spesso per lavoro, e la nostalgia li avvicinava. Insomma, ignorava i giudizi esterni. E i tentativi della suocera di diventare la sua principale consigliera li affrontava con calmaper fortuna, Michele aveva un appartamento suo, e questo le dava speranza.

***

Se Ginevra avesse potuto, avrebbe proibito a suo figlio di sposarsi. Ma tutto era successo troppo in fretta, dopotutto era già un uomo, quasi 34 anni. Le speranze che dopo tre mesi lavrebbe cacciata, come tutte le altre, svanirono. Inoltre, la famiglia di Cristina si era messa in moto per organizzare il matrimonio. Ginevra si rifiutò di partecipare. Era lunica ospite dalla parte dello sposo e pensò che, se i genitori della sposa volevano una festa lussuosa, era affar loro.

Al matrimonio, Ginevra non staccò gli occhi dalla coppia. Vide che Cristina era sinceramente innamorata e guardava suo figlio con adorazione. «Non durerà» pensò. «Si stancherà e lo lascerà. Michele non può vivere con lei.»

Dopo il matrimonio, Cristina portò a casa sua figlia e si immerse nella vita coniugale. Ginevra viveva allaltro capo della città, ma chiamava e visitava così spesso da diventare insopportabile. Criticava ogni cosa della nuora. Michele non osava contraddire la madre. O forse non sapeva come farlo. E lei, vedendo come Cristina cercava di cambiare suo figlio, di chiedergli qualcosa, ribolliva di rabbia.

Quando Michele perse il lavoro, Ginevra raddoppiò le visite. Chiamava ogni giorno. Arrivava senza invito, portando torte, controllando il frigo e gli armadi.

«Oh, Michele, tu ami i calzini bianchi. Cristina, perché non gliene hai comprati?»

«Mamma, basta» borbottava lui, ma indossava i calzini portati da lei.

Cristina ci mise tempo a capire. Innanzitutto, perdeva il confronto con la suocera in cucina e nelle pulizie. In secondo luogo, doveva lavorare di più, perché la temporanea disoccupazione di Michele si protrasse per mesi. Lui aspettava i pagamenti della sua azienda fallita, non cercava lavoro, sperando che il mondo gli offrisse qualcosa di dignitoso. Vivevano con lo stipendio di Cristina e i suoi risparmi.

Una volta, quando i soldi non bastavano neanche per la spesa, Michele disse con nonchalance:

«Chiama mia madre, chiedile un prestito fino allo stipendio.»

Lei rimase di sasso.

«Michele, siamo adulti. Perché non cerchi un lavoro?»

«Non credi in me?» La sua faccia si deformò per loffesa. «Non lavorerò ovunque! Vuoi che scarichi scatole?»

Ginevra coglieva ogni sua lamentela, ogni parola contro la moglie, e ne faceva una tragedia:

«Non ti capisce, figlio mio. Non ti apprezza. Te lavevo detto. Beatrice non ti avrebbe mai trattato così.»

Creava lillusione di un mondo dove Michele era atteso, compreso e valorizzato. A differenza del mondo di Cristina, fatto di rimproveri e assurde richieste di maturità. Michele taceva. Annuiva sempre quando la madre criticava i piatti nel lavandino o la sabbia nellingresso. E dopo che se ne andava, si sfogava con la moglie: «Perché non riesci a lavare il pavimento in tempo, così non ci sono lamentele?!»

Cristina si sentiva ferita, certo. Cercava di combattere, di parlare, di spiegare. Ma si scontrava con un muro. Michele obbediva a sua madre. Voleva essere il capofamiglia, ma era cresciuto sapendo che la madre era la vera autorità. La sua parola era legge. Lei sapeva meglio. In situazioni critichesenza soldi, in lite con la mogliecorreva da lei. Perché lei decideva. Perché lei dava. Perché con lei era sicuro e protetto. La madre era sempre dalla sua parte. E per quanto riguardava il denaro, Michele non si era mai sforzato troppo per ottenere ciò che voleva. Suo padre, divorziato e in preda ai sensi di colpa, lo accontentava sempre: una bici costosa, un motorino, unauto, e persino un appartamento comprato per i suoi trentanni.

Anche prima di scoprire il tradimento, Cristina capì di aver sposato un eterno bambino e di essere condannata a una competizione senza fine con sua madre. Così, quando le arrivò un video compromettente, non perse tempo a chiedere spiegazioni. Chiamò i genitori, fece le valigie e se ne andò.

Ginevra, sentendo la notizia, provò un enorme sollievo. Finalmente quel matrimonio insensato era finito. Il suo ragazzo era di nuovo con lei.

La prima cosa che fece fu consolarlo:

«Sei un uomo, capita. È colpa sua, ti ha provocato. Non ha creato un buon ambiente in casa. Se un uomo sta bene, non agisce così. Non preoccuparti, figlio. Sistemeremo tutto. Mamma è qui. Vedrai, tornerà tutto come prima. Ti pulirò e cucinerò per te. E chissà, forse Beatrice verrà a trovarti. Ti è sempre piaciuta.»

***

Cristina, anche se aveva agito con decisione, era distrutta. Nella sua famiglia, quasi tutti erano sposati una sola volta, e un divorzio dopo due anni sembrava un fallimento totale. Si aspettava che la convincessero a restare, a perdonare, a salvare il matrimonio. Ma non successe.

E qui accadde la cosa più sorprendente.

Quando chiamò sua madre e, singhiozzando, disse: «Non ce la faccio più. Chiederò il divorzio», dallaltra parte risposero: «Bene, vieni pure, la vostra camera vi aspetta».

Quella sera, mentre Cristina raccontava ogni dettaglio del suo matrimonio, sua madre non la interruppe.

«Divorzia, piccola» disse piano, quando Cristina finì. «Michele ha mai fatto anche solo un passo verso di te?»

«Mai, ma non cercherai di dissuadermi?»

«No. Quelluomo non cambierà mai. Dovresti accarezzarlo per tutta la vita. Ne hai davvero bisogno?»

Stessa cosa disse sua sorella: «Congratulazioni! Sono felice che tu abbia finalmente visto la luce». Anche la nonna, sposata da cinquantacinque anni, la sostenne. Persino suo padre, solitamente tradizionalista, sbatté una mano sul tavolo: «Brava, non devi sopportare certe cose!»

Fu allora che in Cristina scoppiò unaltra rabbia. Andò da sua madre, pronta a litigare.

«Perché non avete parlato?!» urlò, soffocando dalle lacrime. «Lo vedevate comera davvero! Alla festa di matrimonio, prima del matrimonio! Perché non mi avete fermata? Non vi importava nulla di me?!»

Sua madre la guardò con infinita stanchezza e amore:

«Cristina, mia cara. Cosa sarebbe cambiato? Se mi fossi inginocchiata davanti al Comune supplicandoti di non sposarlo, mi avresti ascoltata? Avresti creduto? O mi avresti odiata per sempre, convinta che ti stessi rubando la felicità?»

Cristina tacque. Non aveva risposte. Certo, non avrebbe ascoltato. E poi, avevano provato a metterla in guardia, ma lei credeva fosse invidia.

«A volte lunico modo per imparare a scegliere senza illusioni è sbagliare» disse piano sua madre. «Potevamo portarti via quellerrore con la forza. Ma allora avresti rimpianto per sempre la favola perduta e incolpato noi. Così ora lo sai. Da sola. E questa verità rimarrà con te per sempre. Fa male, ma è tua.»

Cristina scoppiò in lacrime. Non solo per il matrimonio fallito, ma per la consapevolezza. Non erano stati indifferenti. Erano stati saggi. Le avevano permesso di sbagliare, perché imparasse a vedere non un principe azzurro, ma un uomo reale. E quella era una lezione senza prezzo.

***

E voi cosa ne pensate?

Un dilemma complicato per ogni famiglia. Cosa è giusto: provare a impedire un matrimonio destinato al fallimento, rischiando di rovinare per sempre i rapporti? O permettere di sbagliare, offrire sostegno quando cadono le illusioni ed essere lì quando tutto crolla? Dove finisce la cura e inizia il controllo sulla vita altrui?

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