“Voglio sposare un uomo normale,” sussurrava Elena, immobile. “Lui ha comprato un nuovo impianto stereo, costosissimo. Io invece metto da parte lo stipendio per una lavatrice nuova, perché la nostra urla come una sirena. E lui mi ha detto: ‘Non apprezzi gli investimenti nell’arte’. Nell’arte, Vera… ci credi?”
Il tè nella teiera si era raffreddato, diventando un liquido amaro e scuro. Sul piatto, le fette di pane erano secche, il formaggio coperto da una crosta cerosa. Vera non riusciva a calmare lamica, arrivata dopo un altro litigio col marito. Elena, dopo aver versato tutte le lacrime, sedeva con le ginocchia strette al petto, lo sguardo vuoto fisso al muro.
Non si vedevano spesso negli ultimi tre anniil marito non la lasciava uscire da sola e detestava le sue amiche. Ma quella volta le aveva alzato le mani, e il divieto era caduto nel vuoto.
Per distrarla, Vera propose:
“Elena, vuoi che ti racconti una vecchia storia damore? Una volta ho visto cosè la vera fedeltà.”
Elena annuì svogliata:
“Va bene. Ma niente favole zuccherose sui principi. Ne ho abbastanza.”
Vera si alzò, accese la fiamma sotto la teiera. Il sibilo del gas riempì il silenzio.
“Niente principi, cara. È successo davanti ai miei occhi,” sorrise. “E non riguardava nemmeno le persone. Una volta lavoravo in un magazzino in zona industriale. Sai comè, senza cani da guardia non si può stare, e cerano sempre dei randagi. Un giorno ci lasciarono due cuccioli: un batuffolo nero come un orsacchiotto, Baldo, e una femmina rossa, Lupa. Crescevano inseparabili. Baldo era vivace, un combina guai. Lupa, tranquilla, intelligente, con occhi da vecchia saggia. Tutti li viziavano.”
Vera fece una pausa. Vedendo che Elena lascoltava, anche se distratta, continuò:
“Poi arrivò la disgrazia. Un giorno Lupa finì sotto le ruote di un camionlautista non laveva vista. Pensammo che non ce lavrebbe fatta, ma i randagi sono duri. Solo che non riusciva più a camminare bene, trascinava le zampe posteriori. Era così intelligente, capiva tutto. Spezzava il cuore vederla.”
“Poverina…” sospirò Elena.
“Ma sai cosa?” Sorrise Vera. “Non si arrese. Diventò la nostra sentinella! Se uno straniero entrava, era la prima ad abbaiare. E Baldo, con gli altri, le correva dietro. Una squadra perfetta.”
Il volto di Vera si fece serio.
“Poi Lupa crebbe, arrivò il primo calore. E alla nostra base arrivò unorda di randagi affamati, arroganti. La tormentavano, poverina. Non poteva scappare, né difendersistrisciava, guaiva, si nascondeva tra le nostre gambe. Li cacciavamo, ma tornavano sempre.”
Elena rimase immobile ad ascoltare.
“E Baldo? Dovera Baldo?”
“Baldo…” sospirò Vera. “Allinizio era confuso. Correva in tondo, abbaiava, ma non osava attaccare. Istinti, odori… lo disorientavano. Poi… sparirono. Tornarono dopo tre giorni. E Baldo era irriconoscibile. Camminava davanti, la schiena curva, il pelo dritto, un ringhio in gola. E Lupa dietro. Se un altro randagio si avvicinava, Baldo diventava un uragano. Li attaccava con una furia che sembrava pronta a sbranarli tutti. Aveva CAPITO. Capito che doveva proteggerla.”
Elena strinse i pugni, le lacrime tornarono, ma diverse.
“Pensammo che finisse lì. Con quei problemi, figuriamoci i cuccioli… Ma un mese dopo Lupa si fece rotonda. E Baldo, credi, non la lasciò mai. Le portava i pezzi migliori dalla sua ciotola, la leccava, dormiva accanto a lei con la testa appoggiata al suo fianco. Una cura, una tenerezza… Tutti la nutrivamo, preoccupati. Soprattutto noi donne.”
Vera distolse lo sguardo, la voce tremò.
“Il parto iniziò in una giornata afosa. Non ce ne accorgemmo subito. Fu Baldo a dare lallarme. Non ululava. Emetteva uno strano, straziante lamento, correva tra le nostre gambe, ci mordeva i pantaloni, trascinandoci dove Lupa si era nascosta sotto la veranda. Ma era troppo tardi… Stava morendo… Non riuscì a partorire.”
Il ticchettio dellorologio risuonò forte.
“Lavvolgemmo in una giacca vecchia… la seppellimmo dietro al garage. Baldo lo chiudemmo nel magazzino. Si dibatteva, graffiava la porta, ululava… Quellululato… a volte me lo sogno ancora. Quando finì e lo liberammo, corse ovunque, annusando ogni fessura, ogni angolo… Cercava. E alla sera… sparì. Se ne andò e non tornò mai.”
Vera si asciugò gli occhi. Elena sedeva immobile, le mani strette.
“Dio mio…” sussurrò. “Questa… è amore. Io e Massimo… due estranei che condividono un appartamento. Non ci notiamo neanche. Solo per litigare. Altrimenti viviamo in mondi paralleli.”
“Forse è solo una crisi? Allinizio volavi per lamore. Era tutto bello.”
“Non è mai stato bello, Vera. Dal primo giorno litigavamo per ogni sciocchezza. Volevo tanto sposarmi, così trascinai Massimo in comune, senza pensare che poi avrei dovuto fare tutto da sola. Ora pago il conto. Va bene, vado. Grazie.”
***
Dopo quella sera, per mesi non si sentirono quasi più. Lavoro, impegni. Erano abituate a vederci di rado. A volte nei messaggi: “Ciao, come stai?” “Bene. Tu?” “Anchio.”
Poi, in una grigia serata dautunno, Elena scrisse: “Vera, mi inviti per un tè? Porto la torta.” Due ore dopo era sulla porta. Dietro di lei, un uomo alto, il volto calmo, un po timido.
“Vera, questo è Stefano,” presentò Elena, gli occhi che brillavano come mai prima. “Presto ci sposiamo.”
Stupefatta, Vera li fece entrare. A tavola, Stefano la conquistò con la sua semplicità sicura. Non cercava di impressionare, ma il modo in cui porgeva la tazza a Elena, il modo in cui la guardava, diceva tutto.
Quando Stefano uscì sul balcone, Vera fissò lamica.
“Allora? Dove lhai trovato? E Massimo?”
Elena sorrise, un sorriso nuovo, felice.
“Sai, dopo che me ne andai da te, piansi per tutto il tragitto. Ma non per Massimo. Per Baldo e Lupa. Perché capii la verità sul mio cosiddetto matrimonio, dove nessuno mi aveva mai amata. Capii che non volevo più vivere così, che meritavo di meglio. Fedeltà. Cura. Se persino i cani possono… Insomma, il mattino dopo feci le valigie e me ne andai.”
“E Massimo?”
“Allinizio non se ne accorse, credo. Poi fu contento. Anche lui sapeva che non eravamo fatti luno per laltro. Non cercai nessuno, volevo stare sola un po. Stefano lho incontrato uscendo dal tribunale. Ci siamo quasi scontrati sulla porta. Ero nervosa, quasi piangevo, e lui mi chiese: ‘Tutto bene?’. Poi scoprii che anche lui aveva appena avuto la sua libertà. Parlammo… andammo a prendere un caffè. E… eccoci,” Elena posò una mano sulla pancia. “Presto arriverà il piccolo.”
“Sei veloce, mamma,” rise Vera.
“Già, non me laspettavo. Ma sai, con lui sto così bene. Finalmente so cosa significa essere parte di qualcosa. Sentirmi protetta. Amata. Lo vedi, vero?”
Vera la guardò, annuì e sorrise tra le lacrime.







