Ti ho partorito per me stessa

E dove pensi di andare? la voce di Veronica Petronilla suonava piena di disapprovazione.

Arianna sospirò profondamente, chiudendo la borsa con un gesto secco. Il tono della madre le strinse lo stomaco, anticipando lennesimo interrogatorio.

Al lavoro, mamma rispose Arianna, cercando di mantenere la calma.
Che lavoro?! sbottò Veronica Petronilla, la voce acuta come un grido. Oggi non hai il turno, lo so bene io! Dove vuoi andare, dimmelo subito!

Arianna si voltò verso di lei. La madre era ferma sulla soglia, le braccia incrociate sul petto.

Mi hanno chiesto di sostituire una collega al supermercato. I soldi non sono mai troppi spiegò con pacatezza.
Stai mentendo! urlò la madre, avanzando. Credi che non lo sappia? Vuoi andare a divertirti con qualche ragazzo, vero? Ingrata! Io ti ho cresciuta, ho dato tutto per te, e tu mi menti in faccia così?

Veronica Petronilla era furiosa. Il suo viso si era arrossato.

Arianna la guardò dritto negli occhi. Il suo sguardo era così pieno di stanchezza e dolore che, per un attimo, la madre tacque.

Puoi venire con me, se non mi credi disse piano Arianna, e senza aspettare risposta, uscì dalla porta.

Sentì la madre gridare qualcosa dietro di lei, ma le parole erano indistinte.

Mentre camminava verso il lavoro, i pensieri di Arianna si accavallavano come uccelli in gabbia. Ventiquattro anni. Ne aveva ventiquattro, eppure viveva sotto controllo come se ne avesse dodici. Non era normale, rifletteva, evitando una pozzanghera sul marciapiede. Le altre ragazze della sua età avevano già una loro vita, una carriera, fidanzati. E lei? Non era nemmeno riuscita a iscriversi alluniversità.

Il ricordo la trafisse. Sognava di entrare alla facoltà di Scienze della Formazione. Aveva studiato, passato gli esami, e aveva anche i punteggi per entrare. Ma la madre aveva fatto una scenata così violenta che Arianna aveva ceduto.

A che serve quelluniversità? Ti perderai chissà dove, come tutte quelle studentesse! E io? Chi si prenderà cura di me? aveva gridato Veronica Petronilla.

E Arianna, come sempre, si era arresa.

Fu la madre a sistemarla in un negozio vicino casa. Cinque minuti a piedi, niente di più.

“Così so sempre dove sei”, diceva Veronica Petronilla.

E arrivava a controllare. Spesso. Si presentava durante il turno con la scusa di comprare pane o latte, ma in realtà voleva solo assicurarsi che la figlia fosse lì.

E tutto era cominciato molto prima. Arianna ricordava ladolescenza. Da casa a scuola e viceversa, sempre puntuale. La madre cronometrava i tempi. Due minuti di ritardo significavano un interrogatorio: dove eri, con chi hai parlato, perché sei in ritardo. Uscire con i compagni dopo scuola? Scandalo. Un invito al compleanno di unamica? Ore di suppliche, lacrime, e alla fine un rifiuto.

“Chissà cosa succede a quelle feste”, tagliava corto la madre.

Arianna spinse la pesante porta del supermercato. Il suono familiare del campanello, lodore di pane appena sfornato. Si cambiò nel retrobottega e tornò in negozio.

Si era rassegnata a questa vita, senza quasi accorgersene. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Mentre sistemava la merce sugli scaffali, osservava di nascosto le colleghe. Margherita e Beatrice, due ragazze della sua età, parlavano animatamente dei piani per il weekend.

Sabato andiamo in quel nuovo bar diceva Margherita. E poi al cinema, alla sera!
Perfetto! rispondeva Beatrice. E domenica possiamo fare una passeggiata al parco, se il tempo è bello.

Arianna distolse lo sguardo. I suoi weekend erano sempre uguali: casa e madre. Pulizie, cucina, televisione sotto lo sguardo vigile di Veronica Petronilla.

Passarono due giorni. La domenica mattina iniziò con la colazione insieme. Arianna masticava meccanicamente i cereali, persa nei suoi pensieri. La ribellione che covava dentro di lei da settimane si era trasformata in una decisione.

Veronica Petronilla batté un pugno sul tavolo. Arianna trasalì, il cucchiaio le sfiorò le dita.

A cosa stai pensando? Hai la faccia di chi ha visto un fantasma. Su, parla! ordinò la madre.

Arianna alzò gli occhi. Il cuore le batteva forte, la bocca era secca. E le parole uscirono da sole:

Voglio andare a vivere da sola.

Un silenzio pesante avvolse la cucina. Il viso di Veronica Petronilla si tinse di rosso, poi di viola.

Da sola? Tu? Ma ti rendi conto di quello che dici? sibilò la madre. Solo qui, sotto la mia protezione, sarai al sicuro! Senza di me, ti perderai! Il mondo è crudele, gli uomini sono tutti bugiardi
Mamma, ma le altre ragazze cercò di dire Arianna, ma la madre la interruppe.

Se osi solo pensare di andartene la voce di Veronica Petronilla era bassa e minacciosa ti chiuderò in casa. Non uscirai più. Hai capito? Mi hai capito?

Arianna la fissò con gli occhi lucidi. Le lacrime le rigavano il viso.

Perché? sussurrò. Perché mi fai questo?

Veronica Petronilla si appoggiò allo schienale. Sul suo volto passò unespressione strana, tra rabbia e soddisfazione.

Per niente. Ti ho fatta per me, non per farti andare in giro a caso disse. Perciò devi stare qui. Sempre.

Arianna rimase immobile. Quelle parole la colpirono come acqua gelida. Per me. Non per amore, non per desiderio. Per me. Come un oggetto. Una proprietà…

Veronica Petronilla sbuffò e si alzò. Senza aggiungere altro, uscì dalla cucina, lasciando Arianna sola con quel peso.

…Nei due giorni seguenti, Arianna si comportò in modo impeccabile. Nessuna protesta, nessuna discussione. Veronica Petronilla si calmò, convinta che la figlia avesse capito. Arrivò persino a sorridere e a lodarla per la cena.

Ma dentro di sé, Arianna aveva già deciso. Prima del turno successivo, nascose nella borsa il passaporto e i pochi soldi messi da parte, che teneva sotto il materasso.

Finita la giornata, non tornò a casa. Andò dallufficio del direttore.

Signor De Luca iniziò, la voce tremante devo licenziarmi. Subito. Senza preavviso. Per favore, mi aiuti.

Il direttore alzò le sopracciglia. Arianna era una brava dipendente, sempre puntuale.

Cosa è successo, Arianna? chiese con sincera preoccupazione.

Arianna esitò, poi riassunse brevemente la situazione: la madre che controllava ogni suo passo, limpossibilità di vivere.

Il signor De Luca rifletté, poi propose:

Ascolta, abbiamo un altro punto vendita dallaltra parte della città. Posso trasferirti lì. Stesso stipendio, stesse condizioni. E tua madre dovrà impegnarsi per trovarti.

Arianna accettò con gratitudine. Uscì dal negozio con un nuovo contratto. Poi trovò una stanza. Cinquecento euro al mese niente di lussuoso, ma per iniziare andava bene.

Alla fermata dellautobus, estrasse il telefono, ruppe e buttò la SIM. Ne avrebbe comprata una nuova. Quel numero lo conoscevano solo la madre e qualche collega… bastava.

…Era una settimana che Arianna viveva nella pensione. Una piccola stanza con la carta da parati scrostata le sembrava un palazzo. Lì poteva svegliarsi quando voleva, mangiare quello che desiderava, e soprattutto respirare.

A volte la mano le andava al telefono per abitudine. La necessità di riferire ogni passo alla madre era radicata. Ma Arianna si fermava. Sapeva che una sola chiamata avrebbe permesso alla madre di trovarla, di farle una scenata, forse persino di riportarla a casa.

Era spaventata. La solitudine a volte la travolgeva, facendole dubitare della scelta. Ma poi ricordava quelle parole: “Ti ho fatta per me”. E capiva che aveva fatto lunica cosa giusta.

Restare in quellappartamento, sotto il peso del controllo materno, non era vita. Era sopravvivere. Lentamente spegnersi.

Ora aveva una possibilità. Imparare a vivere per sé, non per soddisfare i bisogni malati della madre. Era difficile, a volte quasi impossibile. Ma Arianna sapeva che non cera altra strada. Doveva vivere la sua vita.

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