Devo andarmene; la nonna ha lasciato un testamento—mi ha regalato una vecchia e grande casa al mare. Da bambino, ci passavo tutte le estati.

Devo partire; la nonna ha lasciato un testamentomi ha regalato una casa al mare. La casa è vecchia e grande, infatti; da bambina ho sempre passato lì le mie vacanze estive.

L’aria soffocante della città sembrava particolarmente pesante a Beatrice il giorno in cui arrivò la lettera. La busta era ingiallita dal tempo e profumava di mare, di sale e di qualcosa di sfuggente ma familiarel’odore dell’infanzia. Con dita tremanti la aprì e lesse le righe scritte con una grafia ordinata e antiquata. La nonna Lucia le lasciava la casaproprio quella sul mare blu dove aveva vissuto le estati più belle della sua vita.

Il cuore di Beatrice cominciò a battere forte, la gioia mescolata al dolore. Poteva quasi sentire la sabbia calda sotto i piedi nudi, il suono delle onde e le mani gentili della nonna che laccoglievano sempre sulla soglia.

Chiamò subito Marco. La sua voce al telefono sembrava distante e un po irritata, come se lo avesse strappato a qualcosa di molto importante.

“Marco, devo andare,” cominciò, cercando di sembrare decisa. “La nonna ha lasciato un testamento. Mi ha lasciato quella casa al mare.”

Un attimo di silenzio.

“La casa? Quella vecchia e quasi diroccata?” chiese lui, con una nota di scherno.

“Non è diroccata!” ribatté Beatrice, infiammandosi. “È antica, grande, piena di storia. Ricordi, ci passavo tutte le estati. I miei mi mandavano lì senza preoccupazioni perché la nonna Lucia mi adorava e mi teneva docchio. Mi portava al mare per mano quando ero piccola. Poi, più grandina, correvo lì con i bambini del posto. Ne abbiamo viste di mare! Facevamo il bagno tutto il giorno, fino al tramonto. Sole, onde, risate”

“E per quanto tempo?” la interruppe lui con tono secco e pragmatico, riportandola alla realtà afosa della città.

“Non so, ma di certo non solo tre giorni,” sospirò. “Devo sistemare tutto. Non ci vado da anni. Lultima volta era il secondo anno di università. E sono tre anni che lavoro. Prenderò le ferie e vado. E tu” fece una pausa, cercando di infondere speranza nelle parole. “Potresti venire dopo. È solo un giorno di macchina. Parti presto la mattinaarrivi per sera. Prenditi due giorni, anche non pagati, e riposeremo. Al mare.”

“Non è che mi manchi il mare,” rispose lui svogliato. “Va bene, non prometto, ma vedrò come va con il lavoro”

Quelle parole rimasero sospese, pesanti. Lui “avrebbe visto”. Come sempre “vedeva”, e alla fine rimaneva in città, immerso nei suoi affari, che erano sempre più importanti di lei.

Passarono tre giorni. Beatrice fece le valigie; il cuore le batteva per lattesa e per la speranza segreta che Marco cambiasse idea, venisse a prenderla, la accompagnasse alla stazione, la baciasse e le dicesse che le sarebbe mancata. Invece, tre ore prima del treno, arrivò la sua chiamata.

“Beatrice, scusa, non posso accompagnarti. Lavoro urgente. Prenderai un taxi, no?” disse, e nella sua voce cera una falsa nota di preoccupazione.

“Certo,” rispose, con un nodo in gola. “Non preoccuparti.”

Chiamò un taxi e, sedendosi sul sedile posteriore, fissò il finestrino senza vedere le strade che sfrecciavano. La città la salutò con uno sguardo grigio e indifferente. Poi il cuore le si fermò. Al semaforo cera la sua macchina. E non solo. Marcoil suo Marcostava aiutando galantemente una ragazza magra e giovane, in un vestito leggero, a scendere dal lato passeggero. Sorrisi, parole dolci, e poi si diressero insieme verso un bar allangolo.

“Fermi, per favore!” le uscì dalla gola, la voce tremante. “Pago lattesadevo scendere!”

Balzò dalla macchina, i piedi senza sentire il suolo. Unondata di rabbia e dolore le salì alla gola. Spalancò la porta del bar e si bloccò sulla soglia. Loro sedevano vicini, piegati sullo stesso menù, le dita che quasi si toccavano.

“Ciao,” disse, con una voce fredda e limpida come il ghiaccio. “Vedo che sei davvero impegnatissimo. Ho solo una cosa da dirtiaddio. E non chiamarmi più. Mai.”

Si girò e uscì, senza dargli il tempo di rispondere. Non vide la sua espressione scioccata, né sentì il suo nome gridato dietro di lei. Era già di corsa verso il taxi, le unghie che le si conficcavano nei palmi delle mani.

Per tutto il viaggioprima il taxi alla stazione, poi il treno soffocante, poi un altro taxi su strade di campagnaaffondò in un vortice di rabbia e disperazione. Le orecchie le ronzavano mentre riviveva la scena: il sorriso che non era per lei, le attenzioni che non erano per lei. Traditore. Bugiardo. Niente.

Lautista taciturno e burbero alla fine si fermò davanti a un alto cancello di ferro arrugginito, avvolto da tralci di vite selvatica.

“Siamo arrivati,” borbottò.

Beatrice pagò e tirò fuori le valigie. Lautista le disse: “Se hai bisogno di qualcosa, fammi un fischio.” Poi accelerò, lasciandola sola davanti al cancello, dietro il quale cera la sua nuova, vecchia casa.

Il silenzio era assordante. Laria, densa e dolce, profumava di assenzio, di mare e di polvere di giorni passati. Tirò fuori il pesante mazzo di chiavi anticheil regalo della nonnae, dopo qualche tentativo, trovò quella giusta e la infilò nella serratura arrugginita. Si aprì con un clic sordo, come un colpo di pistola che annunciava linizio di una nuova vita.

I cancelli cigolarono aprendosi, e Beatrice si fermò sulla soglia. Il giardino era incolto. Le aiuole della nonna erano invase da piante selvatiche, che fiorivano sfidando ogni cosa, un ricordo della passata cura. La nonna Lucia piantava fiori ogni primavera, e per tutta lestate il giardino profumava incredibilmente. Ora era luglio, il caldo era insopportabile, e laria tremava sopra la terra.

Camminò verso la pesante porta di quercia. La serratura era dura, bloccata dal tempo e dallabbandono. Alla fine, la porta si aprì con un sospiro stanco.

Silenzio. Un silenzio tombale, innaturale, la accolse dentro. Nessun profumo di torte, nessuna delle erbe aromatiche che la nonna asciugava in soffitta. Beatrice si fermò nellampio ingresso, con il soffitto alto che sembrava svanire nel cielo. La casa era antica, le mura ricordavano ancora sua bisnonna e bisnonno.

Al centro, una scalinata larga saliva al piano superiore, con corrimano intagliato in motivi intricatigli stessi che da bambina amava leccare, tra le sgridate di sua madre. Salì i gradini lentamente, il legno che scricchiolava sotto i suoi passi come se la casa si svegliasse da un lungo sonno. In cima, il corridoio si allungava verso le stanze, le porte socchiuse come a nascondere segreti. La sua vecchia camera era esattamente come laveva lasciata: il letto a una piazza, la finestra aperta sul mare, la tenda strappata che svolazzava al vento. Posò le valigie, si sedette sul bordo del materasso e guardò lorizzonte, infinito e calmo. Non piansi. Respirò. E per la prima volta dopo anni, sentì di essere a casa.

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