Mi sono addormentata sul divano, e quando mi sono svegliata ho preso il telefono di mio marito per controllare lora. Quella notifica ha distrutto il mio mondo.
«No, signora Bianchi, è impossibile! Non posso prendere ferie adesso! Abbiamo il report trimestrale e lispezione fiscale è alle porte!» Elena spostava nervosamente i fogli sulla scrivania, evitando lo sguardo della capa.
«Chi altro dovrei mandare?» la donna robusta, in un tailleur austero, sbatté una mano sulla scrivania. «Lucia è in maternità, Giulia è a casa con il bambino malato, e Francesca? Quella confonde persino i documenti più semplici! Solo tu puoi gestire lispezione nelle filiali!»
«Ma mio figlio è ancora malato, mia madre non può venire ad aiutare, e mio marito è sempre in giro per lavoro» sentiva un nodo in gola. «Non posso fisicamente andare a Bari per una settimana!»
«I tuoi problemi non mi interessano!» tagliò corto la signora Bianchi. «O vai in trasferta, o firmi le dimissioni. Scegli!»
Elena uscì dallufficio con un senso di totale impotenza. Nel corridoio, fu raggiunta da Caterina, una collega.
«Allora? Ti ha massacrata?» chiese con tono compassionevole.
«Peggio» sospirò Elena. «Non so cosa fare. Matteo sta appena riprendendosi dalla polmonite, e Luca è a Milano per quel progetto. Come faccio a sistemare tutto?»
«E tua suocera? Non potrebbe aiutarti con il bambino?»
Elena rise amaramente.
«Certo, come no. Anna Maria pensa che il nipote sia solo mia responsabilità, mentre il suo compito è criticare come lo cresco. Grazie, ma no.»
Tornata alla sua scrivania, Elena sfogliava i documenti senza vedere. Trentotto anni, e ancora divisa tra lavoro, figlio e casa. E Luca, sempre assente quando serviva.
Quella sera, dopo aver messo Matteo a letto, Elena crollò sul divano. La testa le scoppiava. Chiamò Luca, ma non rispose probabilmente ancora in riunione. Dopo quindici anni di matrimonio, si era abituata ai suoi viaggi e alle sue assenze, ma a volte era troppo.
Finalmente il telefono squillò.
«Ciao, amore» la voce di Luca era stanca. «Scusa, ero sommerso di lavoro.»
«Luca, devo andare a Bari per lavoro» disse Elena, senza preamboli. «Una settimana. Matteo non è ancora del tutto guarito, lasilo non è unopzione. Puoi tornare?»
Silenzio dallaltra parte.
«Elena, lo sai che non posso. Lappaltatore vuole il progetto tra due settimane. Mi piacerebbe, ma…»
«Ma non puoi» completò lei. «Come sempre.»
«Non ricominciare, ti prego» la sua voce si fece irritata. «Non sono qui in vacanza, sto lavorando per noi!»
«Anchio lavoro!» sbottò Elena. «Ma a quanto pare devo anche occuparmi di nostro figlio, della casa, delle tue camicie e dei tuoi pranzi…»
«Ascolta, non ora» la interruppe Luca. «Sono distrutto. Domani devo essere in cantiere allalba. Chiedi a tua madre, o a Sara, la vicina, se può tenere Matteo dopo scuola.»
«Facile a dirsi» le lacrime le bruciavano gli occhi. «Va bene, troverò una soluzione. Come sempre.»
Dopo la chiamata, fissò il televisore spento. Quando era diventata così? Quando avevano smesso di essere una squadra per trasformarsi in due estranei esausti?
I tre giorni successivi furono un incubo. Elena riuscì a rimandare la trasferta di una settimana, convinse sua madre a venire da Varese per stare con Matteo. Luca avrebbe dovuto tornare sabato sera, prima della sua partenza.
Venerdì sera, Elena lavorò fino a tardi per preparare i documenti. Sua madre e Matteo dormivano già. Quando il telefono squillò, sobbalzò.
«Elena, sono io» la voce di Luca era colpevole. «Mi trattengono ancora due giorni. Problemi col progetto.»
«Cosa?» sentì il terreno mancarle sotto i piedi. «Luca, parto domenica! Avevamo un accordo!»
«Lo so!» sembrava sinceramente dispiaciuto. «Ma non posso farci nulla. Se non finisco, perdiamo il bonus. Sono tanti soldi.»
«E il fatto che non posso portare Matteo in trasferta non ti preoccupa?» sussurrò, per non svegliare nessuno.
«Tua madre è già lì, no? Che resti ancora un paio di giorni. Tornerò martedì, promesso.»
«Mamma ha settantun anni, Luca! A malapena cammina con quei dolori alle articolazioni! E ha una visita medica lunedì, attesa da mesi!» stringeva il telefono così forte da sbiancare le nocche.
«Allora chiedi a Sara o trova una babysitter per due giorni!» Luca perse la pazienza. «Non so, Elena, arrangiati! Non posso fare miracoli!»
«E io sì?» trattenne a stento un urlo. «Sono sempre io a dovermi arrangiare, a risolvere tutto! Quandè lultima volta che ti sei occupato di nostro figlio? Della casa? Di me?»
«Lavoro come un mulo per mantenervi!» esplose lui. «Perché Matteo abbia tutto il meglio! Cosa vuoi di più?»
«Che tu ci sia» mormorò Elena, le lacrime che le scendevano. «Basta che tu ci sia, quando serviamo. Ma immagino sia troppo chiedere.»
Riattaccò e affondò il viso tra le mani. Cosa fare? Rifiutare la trasferta e rischiare il lavoro? Lasciare Matteo con sua madre malandata? Assumere una sconosciuta?
Stremata, si addormentò sulla scrivania. Si svegliò con il collo indolenzito. Lorologio segnava le 2:37. Cercò il suo telefono, ma era in salotto. Notò quello di Luca sul comodino laveva dimenticato nella fretta.
Lo prese per controllare lora. Una notifica apparve sullo schermo:
«Amore, grazie per la serata meravigliosa. Domani ti aspetto da me, come al solito. Un bacio, la tua G.»
Elena gelò. Rileggeva il messaggio, le dita intorpidite. Non poteva essere vero. Non Luca. Non dopo quindici anni insieme.
Sbloccò il telefono il PIN era la data di nascita di Matteo. Tra i messaggi, cera una conversazione con «G.». Lo aprì, il cuore che le martellava nel petto.
Non cerano dubbi. Luca la vedeva da sei mesi. Le «trasferte» erano spesso scuse. In quel momento non era a Milano, ma a Roma, con lei.
Elena si sedé sul letto, incapace di muoversi. Quindici anni di matrimonio, una menzogna. Ricordò il loro incontro, la proposta di matrimonio, il viaggio di nozze in Sicilia, la nascita di Matteo. Tutte le difficoltà superate insieme. O almeno, così credeva.
Tra i messaggi cerano anche foto. Una donna sui trentanni, capelli ramati, sorriso smagliante. Bella. Molto più bella di lei, stanca, con le prime rughe e i capelli che iniziavano a ingrigire.
Posò il telefono e si guardò allo specchio. Quando era diventata questa donna spenta?
Il telefono vibrò di nuovo. Un altro messaggio da «G.»: «Non rispondi? Dormi già? Sogni doro, amore mio.»
Sentì una vampata di rabbia. Come aveva potuto? Il primo impulso fu chiamarlo e urlargli tutto in faccia. Ma si trattenne. No, questa conversazione meritava di essere fatta guardandosi negli occhi.
Invece di chiamare Luca, compose il numero della sua amica Sara. Non importava se erano le tre di notte.
«Sara? Scusa lora. Puoi stare con Matteo domani? Devo uscire urgentemente.»
«Elena? Che succede?» la voce assonnata ma preoccupata.
«Te lo spiego dopo. È… una cosa di famiglia.»
Riagganciò e iniziò a fare una valigia. Nella sua testa cera una strana lucidità. Aveva trovato lindirizzo nella chat. Un appartamento in centro, che Luca affittava per «incontri di lavoro». Ora capiva per quale tipo di incontri.
La mattina dopo, lasciò Matteo con sua madre e prese un taxi. Lautista, un uomo silenzioso, la osservò con preoccupazione ma non fece domande.
Lappartamento era in un elegante palazzo con portiere. Si presentò come la moglie di Luca Ferrara, e la lasciarono passare. In ascensore, le ginocchia le tremavano. Cosa avrebbe detto? Cosa avrebbe fatto dopo?
Ad aprirle fu lei «G.» dalla foto. In accappatoio, i capelli sciolti. Bellissima, fresca, radiosa.
«Lei chi è?»
«Sono Elena, la moglie di Luca» rispose con una calma che lei stessa non riconosceva. «Posso entrare?»
La donna Giulia, come scoprì dal monogramma su un asciugamano impallidì.
«Luca non cè.»
«Lo so. Tornerà più tardi, vero? “Come al solito”, se cito il suo messaggio.»
Lappartamento era luminoso, arredato con gusto. Sul tavolo, due bicchieri e una bottiglia di vino mezzo vuota. Sul divano, una camicia di Luca glielaveva regalata lei per il compleanno.
«Da quanto tempo?» chiese Elena.
«Sette mesi» mormorò Giulia.
«E in tutto questo tempo tornava a casa, mi sorrideva, abbracciava nostro figlio, fingeva che tutto fosse normale» Elena scosse la testa. «Io pensavo fosse stress. Sono persino andata da uno psicologo, per capire come riaccendere la nostra relazione.»
Giulia la fissò, quasi dispiaciuta.
«Mi dispiace davvero. Non sapevo che…»
La porta si aprì. Luca era sulla soglia, con un mazzo di fiori e una busta della spesa. Vedendo Elena, impallidì.
«Elena? Che ci fai qui?»
«Sono venuta a conoscere la tua nuova famiglia» disse, la voce tremula ma ferma. «Qui sembri trovare tempo per tutto ciò che a casa non avevi mai tempo.»
Luca posò i fiori a terra.
«Posso spiegare.»
«Non serve» lei lo interruppe. «Ho visto i vostri messaggi. Il tuo telefono era a casa, ricordi? Lhai dimenticato, di fretta per andare a “Milano”.»
Luca si passò una mano tra i capelli un gesto che un tempo la faceva sorridere.
«Non volevo che lo scoprissi così. Volevo parlarti dopo il tuo ritorno da Bari.»
«E cosa volevi dirmi? Che hai unaltra? Che non mi ami più? O che ti sei stancato di essere un marito e un padre?»
«Volevo dirti che noi due non siamo più una coppia da anni» la voce di Luca era stanca ma decisa. «Viviamo come coinquilini. Tu sempre al lavoro o con Matteo, io via per i cantieri. Non parliamo, non facciamo lamore, non usciamo insieme. Non è una vita.»
«E invece di provare a sistemare le cose, sei scappato con unaltra?» la voce di Elena si spezzò. «Non hai mai provato! Non mi hai mai detto che eri infelice!»
«Ho provato!» esplose Luca. «Ti ho chiesto di andare in vacanza insieme! Di uscire per il nostro anniversario! Ogni volta avevi una scusa!»
Elena tacque, sconvolta. Aveva ragione? Era stata lei a allontanarlo, perdendosi nella routine?
Giulia si alzò.
«Vado. Dovete parlare da soli.»
«No, resta» Elena scosse la testa. «Questa è casa tua. O meglio, casa vostra. Io me ne vado.»
Si diresse verso la porta, ma Luca la afferrò per un braccio.
«Elena, aspetta. Parliamone. Pensa a Matteo.»
«A Matteo?» si liberò dalla presa. «Adesso ti preoccupi? Mi hai mentito per mesi, hai creato una vita parallela, e ora tiri fuori nostro figlio?»
«Non ho mai smesso di amarlo! E non vi ho abbandonati, vi ho sempre mantenuti!»
«I soldi non bastano» sussurrò Elena. «Gli serve un padre presente. Non uno che compare una volta a settimana con un regalo e poi sparisce.»
Uscì senza voltarsi. In ascensore, lasciò che le lacrime scorressero libere. Quindici anni, spazzati via da un messaggio.
Fuori, respirò a fondo laria fresca del mattino. E ora? Tornare a casa, fare le valigie e andare da sua madre con Matteo? O cacciare Luca? Provare a salvare il matrimonio? O ammettere che era finito?
Non aveva risposte. Ma sapeva una cosa: la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa. E forse, era meglio così.
Prese il telefono e chiamò la signora Bianchi.
«Pronto? Riguardo alla trasferta… Sì, posso partire. Anche oggi, se serve.»
A volte è più facile correre avanti che guardarsi indietro. Soprattutto quando dietro ci sono solo macerie.







