Il Caso Straordinario

Una Storia Straordinaria

“Vostro Onore, rinuncio a qualsiasi pretesa materiale nei confronti dell’imputata,” disse piano Arturo. Un mormorio di stupore attraversò l’aula.

Il giudice, abituato a tutto, sollevò un sopracciglio:

“Signor Rossi, lei comprende che la sua decisione non influenzerà la sentenza, ma la priverà della possibilità di recuperare le sue perdite finanziarie?”

“Lo so.”

Elena Maria così chiamavano la segretaria del tribunale, nonostante la giovane età continuava a scrivere, impassibile. Dopo cinque anni in quel lavoro, aveva smesso di stupirsi della bassezza degli uni e della stupidità degli altri. Il suo compito era registrare quel flusso infinito di debolezze umane. Si considerava un macchinista di un treno che trasportava vagoni carichi di drammi altrui.

Il caso di Ludovica M. era uno di quelli che la stampa amava. Unaltra truffatrice che, con talento, ingannava gli “innamorati” attraverso siti dincontri. Quattro uomini, che non lavevano mai vista di persona, le avevano inviato somme considerevoli sul suo conto. Con nessuno era arrivata al primo appuntamento. A uno aveva mentito dicendo che i suoi parenti erano stati in un incidente, a un altro che il marito nella separazione si era preso persino i cucchiaini, a un terzo aveva inventato una storia su un figlio malato…

“E cosa cè di nuovo?” pensava Elena, preparando i documenti del caso. Quattro adulti, apparentemente realizzati, avevano indossato larmatura del cavaliere. Avevano creduto che con i soldi avrebbero salvato una bella donna da ogni male, ottenendo in cambio un amore vero. In realtà, a scrivere era una donna sposata con tre figli.

E ora erano tutti lì: limputata, le vittime. Tre di loro erano pieni di rabbia, avvolti in un groviglio di risentimento. Chiedevano risarcimenti, i loro discorsi intrisi di veleno e delusione. Avevano ragione. La legge e la logica erano dalla loro parte. Elena Maria scriveva meccanicamente le solite formule: “danno morale”, “inganno”, “intenzionalità dolosa”.

Una delle vittime, Arturo Rossi, sedeva leggermente in disparte. Nella sua postura non cera né aggressività né pietà. Quando disse di non avere pretese materiali, laula tacque. Uno degli “innamorati” non resistette e si girò di scatto:

“Ma sei sano di mente? Ti ha preso in giro come tutti gli altri! Con i tuoi soldi probabilmente ha comprato un telefono a quel marito!”

Arturo lo guardò con una strana tristezza:

“Capisco tutto. Ma ha tre figli. Quei soldi… che siano per loro. Non mi servono indietro.”

Elena Maria alzò gli occhi stupiti verso Rossi. La generosità danimo era rara in quelle mura. Guardò le sue mani quelle di un saldatore, intrecciate con calma sulle ginocchia e i suoi occhi, pieni di tristezza ma senza traccia di rancore. In un mondo dove ognuno tira la coperta a sé, lui aveva semplicemente… lasciato andare.

Dopo ludienza, lavvocato di una delle vittime scuoteva la testa:

“Che romantico, questo quarto. Ingenuo come un bambino.”

Di solito silenziosa, Elena Maria replicò:

“Non è ingenuità. È forza. Una forza che non si compra con i soldi.”

Tutti si guardarono e tacquero. Non era tipico della “ferrea” Elena parlare così. Anche lei si stupì della propria reazione.

Nei giorni seguenti, Elena si sorprese a osservarlo. Come ascoltava attentamente, senza interrompere. Come il suo sguardo a volte si fermava a lungo sulla finestra, come se cercasse nel cielo grigio risposte a domande che nessuno, tranne lui, si poneva.

Lultimo giorno, dopo la lettura della sentenza, mentre tutti si disperdevano, lui si fermò nel corridoio, guardandosi intorno smarrito. Elena uscì dallufficio.

“Dove deve andare?” chiese con il suo solito tono professionale e distaccato.

“Ecco… mi sono perso un po nei vostri corridoi.”

“Luscita è di là,” indicò con un cenno.

“Grazie.”

Fece qualche passo, ma Elena lo chiamò.

“Arturo?”

Si voltò, sorpreso.

“Aveva ragione quella volta,” disse lei, con una voce che tremò leggermente. “Riguardo ai bambini. È stato un gesto molto nobile.”

Arturo la fissò attentamente.

“Sa, Elena…” esitò, non sapendo come rivolgersi a lei.

“Elena,” propose lei.

“Elena. Le persone raramente si comportano con bontà, specialmente in questi luoghi. Grazie per averlo notato.”

Se ne andò. Lei lo guardò allontanarsi, sentendo il suo cuore, da tempo disilluso, battere più forte.

E poi? Poi venne la pioggia. Un temporale si abbatté sulla città proprio quando Arturo uscì dal tribunale. Si fermò sotto la pensilina, indeciso se correre alla fermata dellautobus.

Dalla sua schiena arrivò una voce:

“Abbiamo un ombrello ufficiale qui. Per documenti importanti. Ma credo possa servire anche a una persona degna.”

Era Elena. Teneva in mano un grande ombrello nero a bastone. Nei suoi occhi cera una lieve incertezza, come se non credesse a ciò che stava facendo.

“Non voglio trattenerla,” disse Arturo.

“La mia giornata lavorativa è finita. Vado fino al parco. Se le fa piacere…”

Camminarono sotto lo stesso ombrello sul bagnato, cercando di non toccarsi. Il silenzio era sorprendentemente confortevole.

“Lei difende sempre così… le vittime?” chiese finalmente Arturo.

“No. Mai,” ammise onestamente Elena. “Lei… lei è il primo che ha agito in modo illogico. Mi ha colpito.”

“Forse è stupido.”

“È raro. E la rarità ha sempre valore.”

Raggiunsero il parco. La pioggia si era calmata, trasformandosi in una leggera pioggerellina.

“Facciamo due passi?” propose Arturo. “Se non ha fretta.”

Elena esitò solo un attimo. “Protocollo violato, Elena Maria,” pensò, ma annuì. Arturo guardava lontano, verso il cielo che si schiariva. Lei tacque, dandogli tempo.

“Con me è la prima volta,” disse improvvisamente, ed era chiaro che non parlava della truffa. “Di solito la gente… non capisce. Mi considera strano.”

“Perché non ti sei indurito,” sussurrò Elena. “Ai nostri tempi, questo viene considerato stranezza.”

Arturo la scrutò:

“E tu? Anche tu mi consideri uno strano?”

“Penso che tu sia… autentico,” trovò la parola giusta. “E questo vale molto. Nel mio lavoro, lautenticità è rara.”

Rimase in silenzio, poi chiese:

“Vuoi sapere perché sono così autentico? Perché sono caduto così facilmente in quelle bugie?”

Elena annuì di nuovo.

Arturo sospirò, il suo sguardo divenne pensoso. Poi cominciò a parlare. Con calma, senza drammi. Come se raccontasse la storia di un altro:

“Tutto cominciò e finì a scuola. Si chiamava Luisa. Quello che provavo per lei non era nemmeno amore. Era tutto. La personificazione di tutto ciò che era luminoso, bello e irraggiungibile. Eravamo quella coppia del liceo che tutti ammiravano. Le portavo lo zaino, ballammo al ballo di fine anno… Ero convinto che sarebbe stato per sempre. Ci credevo così tanto che, sembra, contagiai tutti intorno a me. Eravamo unattrazione scolastica la coppia perfetta.

Poi se ne andò semplicemente verso la sua vita. Si iscrisse a ununiversità prestigiosa a Roma e sposò un compagno di corso. Mi mandò una cartolina. Te lo immagini? Non trovò il tempo per una lettera, per una telefonata. Solo una cartolina con una veduta di Roma. E tre parole: Scusa. È meglio così.

Tutto perse senso. Non bevvi, non feci scenate. Semplicemente… smisi di sentire. Diventai saldatore un lavoro dove puoi nasconderti dietro una maschera e il rumore della saldatura copre i tuoi pensieri. Costruii una fortezza attorno al mio cuore, ma dentro quella fortezza rimase quel ragazzo ingenuo che credeva in un unico amore per tutta la vita.

E quando vidi quella foto online… quella truffatrice… mi svegliai. Somigliava molto a Luisa. Ma soprattutto, il testo sotto la foto: Credo ancora nellamore. Stupido, no? E io le scrissi. E in risposta arrivarono parole che avevo aspettato tutti quegli anni. Parlava di amore eterno, di fedeltà, di cercare qualcosa di vero. Era la chiave perfetta per la serratura della mia fortezza. Volli così tanto credere di nuovo nella favola che mi convinsi a ignorare le stranezze. Non caddi nella sua menzogna. Caddi nelleco del mio stesso sogno. Non avevo bisogno di lei. Avevo bisogno della prova che quellamore in cui avevo creduto non era una stupidaggine. Che era possibile.

Sai qual è la cosa più strana? Il processo non fu una punizione, ma una liberazione. Sì, allinizio fu umiliante, poi doloroso e vergognoso. Ma quando vidi quella donna normale, spaventata, pietosa… lillusione svanì. Il fantasma di Luisa finalmente smise di perseguitarmi. Potei seppellirlo. E i miei soldi… li considerai il prezzo di un esorcismo. Costoso, certo. Ma efficace.”

Arturo tacque e guardò Elena, come aspettando il suo verdetto una condanna per ingenuità. Ma lei allungò semplicemente una mano e coprì la sua. La sua mano era calda e ferma.

“Grazie per avermelo raccontato,” sussurrò. “Ora capisco. Non sei strano. Sei… fedele a te stesso.”

***

A Elena non la chiamavano per nome e cognome a caso. Era severa, riservata e molto responsabile. Tutta dedita al lavoro, senza vita personale. Quando i colleghi la videro un paio di volte in compagnia di Arturo che la aspettava la sera si stupirono e si preoccuparono.

La giudice Marina Vittoria, una donna sulla cinquantina con uno sguardo capace di fermare un criminale a distanza, fu la prima a rompere il silenzio:

“Ebbene, Elena Maria mi ha sorpresa. Pensavo avesse un archivio al posto del cuore. E invece, guarda un po, una storia con un imputato romantico.”

Il suo collega più giovane, il giudice Luca, sorrise, massaggiandosi il collo:

“Be, con tutta quella sua ingenuità, sembra più un imputato per mancanza di istinto di sopravvivenza. O una vittima perpetua per eccessiva fiducia. Elena Maria si è presa il compito di… rieducarlo?”

“Luca, basta cinismo,” tagliò corto Marina, ma un sorriso le sfiorò le labbra. “Quelluomo, si vede, è un lavoratore, ha le mani doro. E il suo gesto fu… insolito. Nel nostro lavoro raramente si incontra qualcuno che mette i principi sopra i soldi.”

Nellarea fumatori, lavvocato Silvio, frequente ospite del tribunale, alzò le mani:

“Questo non me laspettavo: romanticismo in aula. Sembra una sceneggiatura, non un lavoro.”

Tutti videro il cambiamento in Elena. Non era meno professionale, ma… si era ammorbidita. A volte le sfiorava le labbra un sorriso mentre guardava il telefono. Iniziò a portare al collo una sottile catenina dargento che prima non aveva.

Dietro di lei, i colleghi si divisero tra cinici e romantici.

Gli uomini pronosticavano un futuro poco roseo per la “salvatrice di cavalieri ingenui” e scherzavano: “Preparatevi allinvito alle nozze. Vi scriveranno come testimoni: Sì, ho visto limputato rubare il cuore della segretaria con il fascino del perdente.”

Le donne, soprattutto le più giovani, si entusiasmavano: “È bellissimo! Elena Maria è sempre così severa, inavvicinabile. E lui è così… ferito, ma buono. E bello. È la trama perfetta!”

La contabile Valentina sbuffava:

“Basta invidiare in silenzio. Ormai abbiamo dimenticato cosa siano i sentimenti sinceri. Un uomo con un cuore così oggi non si trova neanche a pagarlo. E Elena è intelligente. Che sia felice, almeno lei.”

Una mattina, durante il caffè, Luca non resistette e chiese alla segretaria con aria innocente:

“Elena Maria, come sta il suo… ehm… nobile salvatore? Ha intentato altre cause per magnanimità?”

Tutti trattennero il fiato in attesa di unesplosione.

Elena bevve un sorso di caffè, posò la tazza e lo fissò con uno sguardo chiaro e calmo:

“Luca, se è così interessato alle vicende personali delle vittime di casi chiusi, posso darle accesso completo allarchivio. La interessa il caso n. 3-452/18? O magari il n. 2-187/19? Anche lì cerano personaggi… particolari.”

Un silenzio tombale. Luca tossicchiò. Aveva capito: Elena aveva seguito anche i suoi casi e conosceva dettagli che avrebbe preferito non divulgare.

“No-no, Elena, che dici! Ero solo… curioso.”

“Apprezzo la sua premura,” disse con voce dolce come il miele. “Ma la mia vita privata non è materia di dibattito. Per ora.”

Da quel momento, le battute cessarono. Sostituite da un rispetto curioso. Il culmine arrivò la mattina in cui Arturo la accompagnò al tribunale con la sua modesta ma ordinata utilitaria. Scese per aprirle la porta e, prima di salutarla, le sistemò il colletto del cappotto. Un semplice gesto. Ma così pieno di tenerezza che tutti quelli che lo videro dalle finestre non ebbero più dubbi.

Quel giorno, Marina le si avvicinò e le disse piano:

“Elena, lui… è un bravuomo. Si vede. Tienitelo stretto.”

E quella fu lunica e più importante “sentenza” che Elena Maria accettò senza protocolli o obiezioni. Semplicemente annuì:

“Grazie, Marina Vittoria. Lo so.”

Le chiacchiere si spensero. I colleghi capirono una cosa: la loro impassibile segretaria, custode dellordine e dei verbali, si era finalmente emessa una sentenza “Assolta. Ama. Sii felice.” E non era appellabile.

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