Nonna: Storie e Segreti della Donna più Saggia della Famiglia

Nonna

Una piccola frazione vicino a un paesino nella campagna toscana. La nostra casetta è in fila, proprio accanto al fiume. Accanto cè la casa di Valerio e Tamara, poi quella della nonna. Più in là ci sono altre case, ma per ora non ci interessano.

Valerio comprò il terreno sette anni fa. E subito iniziarono i lavori. Arrivarono macchinari, operai rumeni, gettarono ghiaia, pali, scavarono le fondamenta, costruirono la casa e il barbecue… Da maggio a settembre fu un viavai di operai. E così sorse una villa con una grande casa, un pozzo, una cucina estiva, capanni, una sauna, un garage e così via. Non cera mai silenzio! Valerio non solo dava ordini, ma legava lui stesso il ferro, spostava i tronchi, mescolava il cemento, sistemava i cavi. Insomma, lavorava anche lui. La gente in Toscana è paziente. Capivano che un uomo si stava costruendo una vita, che non sarebbe scappato dopo un anno o due. Tutti tranne la nonna. Ogni giorno si sentivano le sue urla.

Mattina. Arriva lautobus dal paese. La prima a scendere è sempre lei, la nonna. Nessuno la chiamava mai in altro modo, solo Nonna. Correva verso casa con un vecchio grembiule grigio, un fazzoletto nero e scarpe consumate. In mano aveva una borsa sformata e una tanica da cinque litri dacqua. Dal fiume non si beve, lacqua non è di montagna ma di palude, destate fiorisce. Di solito, lacqua potabile la prendiamo dal paese. Certo, qualcuno ha i pozzi. Ma chissà perché, lacqua di tutti sa di zolfo, che sia profondo venti, quaranta o sessanta metri… Solo per innaffiare! Chi vive vicino al fiume ha pompe sommerse e tubi che arrivano fino allacqua. Solo Valerio ha un pozzo vero. E una pompa.

Mi sono distratto, ma era necessario spiegare.

Dunque, la nonna arriva di corsa e iniziano le strilla. O le dà fastidio il trattore che puzza di gasolio, o i pali che fanno troppo rumore, o i rumeni che parlano a voce alta, o la casa troppo grande che toglie luce alle sue fragole (anche se tutti i regolamenti erano stati rispettati)… Se vuoi trovare un problema, lo trovi sempre, lo sapete. Ma la nonna in questo era una PROFESSIONISTA! Di tutto era stato accusato Valerio. Era un farabutto, un maleducato, un cretino, una bestia… Un fiume di insulti, aggettivi, parolacce…

Valerio continuava a costruire. E cercava di non dare peso alle urla.

Ma a volte, fumando una sigaretta vicino alla recinzione, borbottava con la sua voce profonda:
Ecco, nonna, sei come un tafano nelle calde giornate! O ti prendi il tuo sorso di sangue, o lunica soluzione è schiacciarti.
Continua a minacciarmi, figlio di puttana! urlava la nonna. Ti brucio quella tua baracca! Guarda questo signorotto, che mi fa paura!

Be, potete immaginare comera la mia estate in quella frazione… Cercavo di starci il meno possibile.

Passarono un paio danni. Non eravamo amici con Valerio, ma ci frequentavamo. Scoprii che aveva due passioni. Il rock italiano e… i pomodori!

Accendeva lo stereo a volume moderato e andava nella serra. Era grande. Sembrava che Valerio sapesse TUTTO sui pomodori. Teneva docchio ogni nuova varietà, seguiva i calendari dei contadini, ogni primavera cambiava il terreno, disinfettava la serra, metteva uno strato di letame, poi humus, copriva tutto con teli per proteggere le piante dal sole e dal freddo, lampade a infrarossi in primavera e autunno…

Eh già! La Toscana non è il sud! Laggiù pianti, innaffi e cresce tutto! Ma qui… Non è così semplice con i pomodori! Anzi, per niente semplice. La mattina aprivi la porta della serra, la sera la chiudevi. Se di giorno era fresco, pioveva, non aprivi dal lato del vento, solo da quello opposto… E così viviamo!

Avete mai sentito un omone parlare con i pomodori? Io sì. Come fossero bambini. Voce dolce, affettuosa. Li potava, li nutriva… Eppure, di aspetto, sembrava duro! E in paese si diceva che Valerio al lavoro era un osso duro. Un capo importante. Non un tiranno, ma severo e giusto. E invece qui… Beh, non lo dirò a nessuno!

Vi eravate dimenticati della nonna? Male! Il rock, a quanto pare, non le piaceva. Niente Vasco, niente Ligabue, niente Litfiba! Ogni giorno, o ogni sera quando non tornava a casa e dormiva lì, tutti sentivano i suoi commenti rumorosi sugli artisti e sui gusti di chi li ascoltava.

Valerio bolliva di rabbia, ma non rispondeva. Al culmine della pazienza, si versava un bicchierino di grappa, lo buttava giù in un sorso, borbottava, spegneva la musica e se ne andava in casa. Ripeto, la musica non era alta, per me e gli altri vicini andava bene. Tranne che per la nonna, ovvio. Capite che quel bicchierino Valerio lo beveva ogni giorno. Con la sua salute, era come una goccia nel mare, ma lo faceva nervoso.

Quellanno arrivò lalluvione. Pioveva da due o tre settimane (vi ricordate di Grosseto? Ecco, noi eravamo a cento chilometri). Allinizio le paludi assorbivano lacqua, ma alla fine il fiume esondò. Lacqua salì sempre più, trascinando tronchi, recinzioni, cucce, alberi caduti, capanni, assi… Che paura! La gente segnava il livello dellacqua sulla riva. Arrivò la notizia che nella zona bassa, vicino alla palude, lacqua aveva raggiunto la strada. La gente iniziò a scappare dalle case, preoccupata che le macchine finissero sottacqua. Gli autobus smisero di passare. Chi non aveva macchina se ne andò a piedi. Non era panico, ma quasi. Le strade si svuotarono, le case furono abbandonate. Valerio aspettò fino allultimo, ma alla fine scappò con il suo fuoristrada. Partì. Poi si ricordò di aver visto la nonna nel suo orto il giorno prima. Tornò a prenderla.

Vattene, farabutto, senza di me! Ho messo le mie cose sul tetto. Non lascio la mia casa! Me la rubano!

Alcune case furono sommerse. Da noi lacqua non riuscì a entrare nei cortili, mancarono solo quindici-venti centimetri. Per una settimana non lo sapemmo. Parlavamo al telefono con Valerio. Era disperato! Non gli importava degli ortaggi o della casa. Si era dimenticato di aprire la serra con i pomodori! E quei giorni erano stati di sole, senza acqua potevano morire tutti.

Dopo una settimana lacqua si ritirò e tornammo alle case. Valerio venne da me con una bottiglia di grappa, bevemmo.

Marco! Non ci credo! Sono tornato. La serra è stata innaffiata, si vede che è stato fatto di recente, e le porte sono aperte. Io so di non averla aperta, ero di fretta, lacqua stava salendo, non ci ho pensato! Ho chiesto in giro per la strada, chi era rimasto. Tutti erano scappati.

Tutti tranne la nonna.

Tutti tranne la nonna! ripeté Valerio, guardando verso casa sua e, di conseguenza, quella della nonna. Ma dai! Siamo sempre stati ai ferri corti!

Tutti tranne la nonna ripetei io.

Non ci credo! Valerio bevve un altro sorso.

Tutti tranne la nonna dissi ancora.

Valerio se ne andò in silenzio, perplesso, pensando a qualcosa.

La nonna tornò a casa quando riaprirono la strada e ripresero gli autobus.

Tornò il giorno dopo. E iniziò a portare secchi dacqua per innaffiare. Capii che la sua piccola pompa era stata portata via dalla corrente. E lo capì anche Valerio. La nonna trasportava secchi, scivolò un paio di volte, cadde, si bagnò tutta. Ma era dura. Non bestemmiò neanche.

Valerio andò via e tornò, sentii la sua macchina.

La nonna sparì con lautobus della sera.

Poi, di notte, da Valerio si sentirono rumori di lavori.

Vicino lo vidi la mattina con chi hai litigato stanotte?

Ho comprato tubi e raccordi. La nonna se nè andata, le ho collegato la pompa al suo orto. Hai visto come si trascinava lungo la riva…

Due settimane dopo Valerio mi invitò ad assaggiare i primi pomodori. E a fare una grigliata. Alle sette di sera.

Presi una bottiglia di grappa e un paio di litri del mio vino, andai da lui. Stava finendo la griglia.

Allora, aspettiamo la carne o ne beviamo una?

No, Marco, aspettiamo un quarto dora.

Chi aspettiamo? Tommaso è già qui.

Vedrai!

Bussarono al cancello. Ed entrò… la nonna!

Ma diversa, non come la conoscevo. Capelli grigi ben pettinati, un vestitino a fiori, elegante. Sandali, un bel foulard sulle spalle. Perfino una collana dambra, grossa!

Posso? sorrise la nonna.

Prego, Maria Stefania! sorrise Valerio.

Io ero sbalordito. Ma dai, non ci credo!

Stemmo lì a lungo, bevemmo. Mangiammo la griglia. Parlammo.

Stefania raccontò della sua vita, dellinfanzia in orfanotrofio, della sua famiglia, dei due figli che aveva cresciuto sola dopo la tragica morte del marito, di come i figli se ne fossero andati lontano, dei nipoti… E che era una veterana del lavoro, aveva passato quarantanni sulle ferrovie… Tante storie.

Poi, con Tamara, cantarono canzoni. Vecchie canzoni…

Noi con Valerio ascoltavamo e fumavamo… In silenzio. E sorridevamo. E bevevamo piano…

Valerio! Tamara dice che vorrebbe andare in quel sanatorio, ma tu non vuoi, hai paura per i tuoi pomodori. Vai! Io li innaffio, li apro. Non preoccuparti.

Sei stata tu, durante lalluvione, ad aprire la serra e innaffiare? non resistetti e chiesi.

Sì, io. Lui ci aveva messo così tanto impegno, lavevo visto. E come parlava con loro! (ride). Mi sono dispiaciuti… i pomodori! (fa locchiolino a Valerio e ride di nuovo).

Valerio andò al sanatorio con la moglie.

Quando tornò, ascoltammo di nuovo il rock. Ma dalle 12 alle 14, dalla sua radio, suonavano vecchie canzoni. Per MARIA STEFANIA.

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Nonna: Storie e Segreti della Donna più Saggia della Famiglia
— E tu non hai motivo di sederti a tavola. Tu devi servirci! — dichiarò mia suocera. Stavo accanto ai fornelli nel silenzio della cucina del mattino — in pigiama stropicciato, i capelli raccolti in modo disordinato. Profumava di pane tostato e caffè forte. Sullo sgabello accanto al tavolo sedeva mia figlia di sette anni, immersa nell’album da disegno, intenta a colorare ghirigori con i pennarelli. — Anche oggi prepari quei tuoi panini dietetici? — arrivò una voce alle mie spalle. Sussultai. Alla porta stava mia suocera — volto di pietra e tono perentorio, incapace di accettare repliche. Era ancora in vestaglia, i capelli tirati in uno chignon, le labbra serrate. — Ieri, tanto per dire, ho pranzato come capitava! — continuò, sbattendo lo strofinaccio sul bordo del tavolo. — Né brodo, né un pranzo normale. Sai fare le uova? Come si deve, non con quelle tue… mode moderne! Spensi il fornello e aprii il frigo. Nel petto mi si strinse una spirale di rabbia, ma la ingoiai. Non davanti a mia figlia. E non in uno spazio dove ogni centimetro sembrava ripetermi: “Tu qui sei solo di passaggio”. — Ora preparo, — dissi con fatica e mi voltai, per non farle vedere la mia voce tremante. Mia figlia non distoglieva lo sguardo dai pennarelli, ma con la coda dell’occhio osservava sua nonna — silenziosa, raccolta, inquieta. “Vivremo da mia madre” Quando mio marito propose di trasferirci da sua madre, sembrava una soluzione logica. — Restiamo da lei — solo per poco. Due mesi al massimo. Tanto è vicina al lavoro, e tra poco ci approvano il mutuo. E lei non è contraria. Tentennai. Non perché fossi mai stata in conflitto con mia suocera. No. Siamo sempre state cortesi l’una con l’altra. Ma conoscevo la verità: due donne adulte nella stessa cucina — è un campo minato. E mia suocera era una donna con un bisogno maniacale di ordine, controllo e giudizi morali. Ma non avevamo quasi scelta. Abbiamo venduto il vecchio appartamento in fretta, il nuovo era ancora da sistemare. Così in tre ci siamo trasferiti nel suo bilocale. “Solo temporaneamente.” La routine del controllo I primi giorni passarono tranquilli. Mia suocera era impeccabilmente cortese, aggiunse uno sgabello in più per la bambina e ci offrì una fetta di torta. Ma già dal terzo giorno sono iniziati i “regolamenti”. — In casa mia c’è ordine — proclamò durante la colazione. — Alle otto si sveglia. Le scarpe solo nella scarpiera. Spesa da concordare. E la TV bassa, sono molto sensibile ai rumori. Mio marito scrollò le spalle e sorrise: — Mamma, siamo qui per poco. Resisteremo. Io annuii in silenzio. Solo che “resisteremo” iniziava a sembrare una sentenza. Cominciavo a scomparire Passò una settimana. Poi un’altra. La disciplina diventava sempre più rigida. Mia suocera tolse i disegni di mia figlia dal tavolo: — Danno fastidio. Rimossa la tovaglia a quadretti che avevo messo io: — Non è pratica. I miei cereali spariti dalla mensola: — Sono lì da troppo, saranno scaduti. I miei shampoo “spostati”: — Non voglio avere cose in giro. Io non mi sentivo nemmeno un’ospite, ma una persona senza voce e senza diritto di opinione. Il mio cibo era “sbagliato”. Le mie abitudini — “superflue”. Mia figlia — “troppo rumorosa”. E mio marito ripeteva sempre: — Abbi pazienza. È la casa di mamma. Lei è sempre stata così. Io… giorno dopo giorno perdevo me stessa. Rimaneva sempre meno della donna serena e sicura che una volta ero. Ora c’era solo adattamento continuo e sopportazione. Vivere secondo regole che non sono le mie Ogni mattina mi alzavo alle sei, per prendere il bagno per prima, preparare la crema di riso, vestire mia figlia… e non incrociare l’ira di mia suocera. Alla sera cucinavo due cene. Una per noi. E una “come si deve”, per lei. Senza cipolla. Poi con cipolla. Poi solo nella sua pentola. Poi solo nella sua padella. — Non chiedo molto — diceva con rimprovero. — Solo che si faccia come si deve. Come da persone normali. Il giorno in cui l’umiliazione fu pubblica Una mattina ero appena riuscita a sciacquarmi la faccia e accendere il bollitore quando mia suocera entrò in cucina senza nemmeno bussare, come fosse normale entrare così. — Oggi vengono le mie amiche. Alle due. Tu sei a casa, quindi prepari la tavola. Cetriolini, insalata, qualcosa per il tè — niente di complicato. “Niente di complicato” per lei significava una tavola da festino. — Ah… non lo sapevo. Gli ingredienti… — Farai la spesa. Ti ho scritto la lista. Non è niente di difficile. Mi sono vestita e sono andata al supermercato. Ho preso tutto: pollo, patate, aneto, mele per la torta, biscotti… Tornata, ho iniziato a cucinare senza fermarmi mai. Poco prima delle due era tutto pronto: tavola apparecchiata, pollo ben cotto, insalata fresca, torta dorata. Sono arrivate tre pensionate — in ordine, con i riccioli e profumi di altri tempi. E già al primo minuto ho capito di non essere “parte della compagnia”. Ero “il servizio”. — Dai, dai… siediti qui, accanto a noi — mi sorrideva mia suocera. — Per servirci. — Per servirvi? — ripetei io. — Che sarà mai? Siamo anziane. Per te non è fatica. E così di nuovo: con il vassoio, con i mestoli, con il pane. “Porta il tè.” “Dammi lo zucchero.” “L’insalata è finita.” — Il pollo è un po’ asciutto — si lamentava una. — Hai bruciato la torta — aggiungeva un’altra. Stringevo i denti. Sorridevo. Raccoglievo i piatti. Versavo tè. Nessuno mi chiese se volevo sedermi. O prendere fiato. — Quanto è bello quando c’è una giovane padrona di casa! — disse mia suocera con finta bontà. — Da lei dipende tutto! Ed è lì… che dentro di me qualcosa si è spezzato. La sera ho detto la verità Quando le ospiti se ne furono andate lavai tutti i piatti, misi via gli avanzi, lavai la tovaglia. Poi mi sedetti sul bordo del divano, una tazza vuota in mano. Fuori stava facendo buio. Mia figlia dormiva raccolta come un gomitolo. Mio marito al mio fianco — immerso nel telefono. — Senti… — dissi piano, ma decisa. — Io così non ce la faccio più. Lui sollevò lo sguardo, stupito. — Viviamo come estranei. Io sono solo qui per servire tutti. E tu… tu te ne rendi conto? Lui non rispose. — Questa non è casa. È una vita in cui continuo ad adattarmi e a stare zitta. Lo faccio per nostra figlia. Non voglio sopportare altri mesi così. Sono stufa di essere comoda e invisibile. Lui annuì… lento. — Capisco… Scusa se non mi sono accorto prima. Cerchiamo una casa in affitto. Qualsiasi cosa… purché sia nostra. E cominciammo a cercare già quella sera. La nostra casa – anche se piccola L’appartamento era piccolo. Il padrone di casa aveva lasciato vecchi mobili. Il linoleum cigolava. Ma quando ho varcato la porta… mi sono sentita leggera. Come se finalmente avessi ritrovato la voce. — Ecco… siamo arrivati — sospirò mio marito, posando i bagagli. Mia suocera non disse nulla. Non provò nemmeno a fermarci. Non so se si sia offesa, o se abbia semplicemente capito di aver esagerato. Passò una settimana. Le mattine iniziarono con la musica. Mia figlia disegnava per terra. Mio marito faceva il caffè. E io guardavo tutto questo e sorridevo. Senza stress. Senza fretta. Senza “abbi pazienza”. — Grazie — mi ha detto lui una mattina, abbracciandomi. — Per non essere rimasta in silenzio. L’ho guardato negli occhi: — Grazie a te, per avermi ascoltata. Adesso la nostra vita non era perfetta. Ma questa era casa nostra. Con le nostre regole. Con i nostri rumori. Con la nostra vita. Ed era reale. ❓E tu cosa ne pensi: se fossi stata al mio posto, avresti resistito “per poco” o te ne saresti andata già dopo la prima settimana?