Nella quiete del crepuscolo, Maria e suo marito Michele tornavano dal cimitero, affranti e stanchi. Avevano appena sepolto la madre di lui, Anna, la suocera di Maria.
“Ora riposa in pace, accanto a tuo padre,” sussurrò Michele, gli occhi velati di dolore. “Era tutto ciò che chiedeva negli ultimi giorni.”
“Sì, anche se sapeva che non lavremmo mai sepolta altrove,” rispose Maria. “Ma era ossessionata dallidea. È finita la sua sofferenza, quella malattia terribile, subdola e crudele.”
Trascorsero la serata in silenzio, ognuno perso nei propri pensieri. Maria ripercorse la sua vita, soprattutto gli anni prima del matrimonio. Niente di bello: aveva perso i genitori troppo presto, bruciati nella casa della nonna durante un incendio, la notte stessa del funerale del nonno. Lei e suo fratello maggiore, Nico, erano rimasti soli.
I paesani commentavano: “Il nonno Ettore si è portato via sua moglie e i genitori di Maria e Nico.”
Nico aveva diciassette anni, Maria tredici. Rimasti soli, sopravvissero come poterono. Lui lavorava nei campi, lei studiava. Il destino a volte è spietato, e il suo lo era stato. A volte Maria ancora non credeva a quanto fosse accaduto.
Il loro paesino, San Vito, contava appena quarantadue case. La scuola era piccola, solo le elementari. Dalla quinta classe, i bambini andavano nel vicino villaggio di Santa Lucia, tre chilometri più in là. Dinverno, tagliavano per la strada ghiacciata del fiume. Una volta cera il vecchio Nicodemo, che li portava a scuola col cavallo il lunedì e li riaccompagnava il sabato. I ragazzi dormivano nel convitto, ma i più grandi, come Massimo, figlio del sindaco, spesso decidevano di tornare a piedi.
“Chi vuole venire oggi, ci vediamo dopo le lezioni. Tre chilometri non sono niente, e insieme non fa paura,” diceva Massimo, il capobanda.
Era unepoca spensierata, prima che la televisione rubasse la magia delle serate al circolo. Maria, crescendo, era diventata la bellezza del paese. Un angelo, dicevano. I ragazzi la guardavano con ammirazione, e se solo li degnava di uno sguardo, restavano storditi. Era perfetta: intelligente, dolce, modesta. Lunico difetto? Era unorfana. Viveva con Nico, ora sposato con Luisa, e il loro bambino.
Luisa non sopportava Maria. Per quanto lei si sforzasse, si sentiva unintrusa. “Appena finisco la scuola, me ne vado a Firenze,” sognava Maria. “Diventerò una cuoca. Qui non ho futuro.”
I ragazzi del paese la rispettavano, nessuno osava offenderla. Poi, allimprovviso, si sparse la voce: Massimo e Maria si vedevano di nascosto. Camminavano mano nella mano al chiaro di luna. Una coppia splendida, entrambi innamorati perdutamente.
“Due colombi inseparabili,” sussurravano le vecchie del paese. “Sarà presto un matrimonio.”
Ma il sindaco, Simone, non approvava. “Mia moglie, ascolta bene. Non permetterò che mio figlio sposi unorfana senza un soldo. Voglio una nuora della nostra stessa classe, la figlia dellagronomo di Montalcino. Hai visto la loro casa? Piena di ogni bene!”
Simone cercò di ragionare col figlio, ma Massimo fu irremovibile: “Non voglio nessunaltra che Maria.”
Allora Simone escogitò un piano. Andò da Luisa e le propose denaro se avesse allontanato Maria. “Mandala dalla zia Clara in Trentino. Lontana dagli occhi, lontana dal cuore.”
Con le lacrime agli occhi, Nico accompagnò Maria alla stazione e la mise su un treno. Massimo cadde nella disperazione, rifiutandosi di parlare con i genitori. Poi partì per il servizio militare, a Bolzano.
Due anni dopo, scrisse ai genitori: “Sto tornando con la mia sposa.”
Il paese era in fibrillazione. Quando la macchina si fermò davanti alla casa del sindaco, tutti trattennero il fiato. Massimo, ora un uomo fatto, aiutò a scendere una ragazza in abito bianco.
Era Maria, più bella che mai.
“Ecco la mia sposa,” annunciò Massimo, trionfante.
Il destino, alla fine, aveva vinto. Si sposarono, ebbero due figli, e perfino Simone e Anna impararono ad amare Maria.
Anni dopo, Simone morì, seguito a breve da Anna. Maria e Michele sedevano in silenzio, esausti dal dolore. Ma la vita, come sempre, continuava.






