Guardando nel Vuoto

**Guardando nel vuoto**

Luca e Ginevra si sposarono a diciannove anni. Non potevano vivere né respirare luno senza laltra. Era un amore travolgente, così sfrenato che i loro genitori decisero subito di legalizzare lunione, per evitare scandali.

Il matrimonio fu sontuoso, indimenticabile. Non mancava nulla: la bambola sulla macchina, fiori ovunque, fuochi dartificio, il ricevimento nel salone, gli urli di *”Bacio!”*… I genitori di Ginevra non contribuirono alle spese, perché non potevano permetterselo. Il loro stipendio bastava appena per il cibo e il vino. Tutto il peso ricadde sulla madre dello sposo, Alessandra Alessandrina.

Poiché il nome era difficile da pronunciare, lei chiedeva di chiamarla *Sandra Sandrina*. Sandra aveva cercato di dissuadere Luca da quella relazione: *”Figlio mio, da una quercia non nascono rose. Lamore può essere più corto del muso di un gatto.”* Ma Luca, convinto che il loro sentimento avrebbe superato ogni eredità negativa, non lascoltò.

Per un po, la vita sorrise alla giovane coppia. Sandra e suo marito regalarono loro un appartamento: *”Vivete e siate felici!”* Ginevra ebbe due figlie, Beatrice e Viola, e Luca le adorava. Si sentiva il re della casa.

Ma dopo cinque anni, tutto cambiò. Ginevra cominciò a sparire per ore, tornando con lalito pesante di vino. Quando Luca le chiese spiegazioni, lei rispose con crudeltà: *”Non ti ho mai amato. Era solo uninfatuazione. Ora ho trovato luomo dei miei sogni.”* Se ne andò con un uomo sposato, padre di tre figlie, lasciando le bimbe al loro destino.

Sandra, donna energica e affettuosa, le prese con sé. Luca, invece, caduto in depressione, si unì a una setta religiosa su consiglio di un amico. Lo sposarono con una vedova, Clara, che aveva due figli. Tra i doveri imposti dalla nuova moglie e la fede cieca nella setta, Luca perse ogni contatto con le sue figlie.

Sette anni dopo, Ginevra bussò alla porta di Sandra, tenendo per mano una bambina di quattro anni, Margherita. *”La vita ti ha segnata, Ginevra,”* commentò Sandra con sarcasmo. *”Tuo marito ti ha cacciata?”*

*”No, sono scappata. Mi picchia, beve senza sosta.”*

*”Hai scelto tu questuomo. E i tuoi genitori?”*

*”Volevo vedere le mie figlie,”* sussurrò Ginevra.

Beatrice e Viola, ormai adolescenti, la guardarono con diffidenza. Non provavano nulla per lei, solo rancore.

Sandra le ospitò, ma un mese dopo, Ginevra sparì di nuovo, tornando dal suo *”amato aguzzino”* e lasciando Margherita con la nonna. Così, Sandra e suo marito si ritrovarono con tre nipoti da crescere.

Il tempo passò. Sandra e suo marito morirono, lasciando un vuoto incolmabile.

Beatrice si sposò, ma non ebbe figli. Viola invecchiò sola, rifiutando ogni compagnia. Margherita, a diciassette anni, partorì un bambino da un padre sconosciuto e raggiunse la madre in campagna.

Ginevra finì sola, abbandonata anche dalluomo che laveva portata via. Le sue figlie lo riportarono in città quando si ammalò gravemente, accusandola di negligenza. I paesani la chiamavano *”lubriacona senza vergogna”*, e le chiacchiere volavano come mosche.

Luca, intanto, fuggì dalla setta e da Clara, ridotto a unombra. Visse nellappartamento della madre, in povertà, con tre gatti come unica compagnia.

Eppure, la felicità aveva bussato alla loro porta. Ma nessuno laveva sentita.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

sixteen − 10 =

Guardando nel Vuoto
Ancora oggi mi capita di svegliarmi nel cuore della notte chiedendomi quando mio padre sia riuscito a portarci via tutto. Avevo quindici anni quando successe. Vivevamo in una casa piccola, ma curata: i mobili in ordine, il frigorifero pieno nei giorni di spesa e le bollette quasi sempre pagate puntualmente. Frequentavo la seconda superiore e il mio unico pensiero era passare matematica e mettere da parte qualche soldo per quelle scarpe da ginnastica che desideravo tanto. Tutto iniziò a cambiare quando mio padre cominciò a rientrare sempre più tardi, senza salutare, tirando le chiavi sul tavolo e rifugiandosi in camera col telefono in mano. Mia mamma gli diceva: “Sei di nuovo in ritardo? Pensi che questa casa si mantenga da sola?”. Lui rispondeva, secco: “Lasciami stare, sono stanco”. Io ascoltavo tutto dalla mia stanza, con le cuffiette, facendo finta di niente. Una sera lo vidi parlare al telefono in giardino; rideva piano, diceva cose tipo “è quasi fatto” e “tranquilla, ci penso io”. Quando mi vide, chiuse subito la chiamata. Sentii qualcosa di strano nello stomaco, ma non dissi nulla. Il giorno in cui se ne andò era venerdì. Tornai da scuola e trovai la valigia aperta sul letto. Mia madre era sulla porta della camera, gli occhi rossi. Chiesi: “Dove va?”. Lui non mi guardò nemmeno e disse: “Sarò via per un po’”. Mamma urlò: “Via con chi? Dillo in faccia!”. E lui esplose: “Me ne vado con un’altra donna. Sono stufo di questa vita!”. Io scoppiai a piangere: “E io? E la scuola? E la casa?”. Lui rispose solo: “Ve la cavate”. Chiuse la valigia, prese i documenti dal cassetto, il portafoglio, e uscì senza salutare. Quella sera mia madre provò a prelevare dal bancomat e la carta era bloccata. Il giorno dopo andò in banca: il conto era vuoto. Lui aveva preso tutti i soldi che avevano messo da parte insieme. Poi scoprimmo che aveva lasciato due mesi di bollette arretrate e contratto un prestito mettendo la mamma come garante. Ricordo mia madre al tavolo, sommava scontrini con una vecchia calcolatrice e piangeva, ripetendo: “Non basta… non basta…”. Cercavo di aiutarla con i conti ma capivo solo la metà. Dopo una settimana ci tagliarono internet, e presto anche la luce. Mamma iniziò a lavorare come donna delle pulizie; io vendevo caramelle a scuola. Mi vergognavo nelle pause con il sacchetto di cioccolatini, ma lo facevo perché non c’era più nulla in casa. Un giorno aprii il frigorifero: c’erano solo una caraffa d’acqua e mezzo pomodoro. Mi sedetti in cucina e piansi da sola. Quella sera mangiammo riso bianco, senza nient’altro. Mamma si scusava di non potermi più dare quello che mi dava prima. Molto tempo dopo vidi su Facebook la foto di mio padre con quella donna al ristorante: brindavano col vino. Le mani mi tremavano. Gli scrissi: “Papà, mi servirebbe qualcosa per la scuola”. Lui rispose: “Non posso mantenere due famiglie”. Fu l’ultimo nostro dialogo. Poi non chiamò più: mai chiesto se avevo finito la scuola, se stavo male, se avevo bisogno di qualcosa. Semplicemente sparito. Oggi lavoro, mi pago tutto da sola e aiuto mia madre. Ma quella ferita è ancora aperta. Non è solo per i soldi, ma per l’abbandono, il gelo, il modo in cui ci ha lasciate a fondo e ha continuato la sua vita come se niente fosse. Eppure, molte notti mi sveglio con la stessa domanda conficcata nel petto: Come si sopravvive quando il tuo stesso padre ti porta via tutto e ti lascia imparare la vita da solo, ancora bambino?