Ho invitato tutta la famiglia a cena e ho servito a ciascuno un bel piatto vuoto con un disegno. Solo per mia nipote ho preparato un piatto pieno.

**Diario Personale**

Ieri ho invitato tutta la famiglia a cena e ho servito a ciascuno un bel piatto decorato, ma vuoto. Solo davanti a mia nipote ho posato un piatto colmo di cibo.

Elisabetta Maria Rossi scrutò la tavola con uno sguardo pesante, carico di conoscenza.

Erano tutti lì. Mio figlio, Alessandro Maria, con sua moglie, Cecilia. Mia figlia, Valentina Maria, con suo marito, Roberto. E poi cera Caterina, mia nipote, sottile come un ramoscello, con quegli occhi attenti che gli adulti scambiavano sempre per timidezza.

Nellaria si sentiva lodore della naftalina dagli abiti eleganti e il freddo metallico del denaro.

I camerieri in guanti bianchi posarono senza rumore i piatti di porcellana finemente decorata, con motivi dorati su un bordo blu cobalto. Perfettamente, ostentatamente vuoti.

Solo davanti a Caterina misi un piatto pieno: un trancio di branzino al forno, asparagi amari, salsa alle erbe. La nipote si irrigidì, ritraendo le spalle, come se quella cena fosse una sua colpa personale.

Alessandro fu il primo a cedere. Il suo volto curato divenne rosso porpora.
Mamma, che spettacolo è questo?

Cecilia lo zittì subito, posando una mano adorna di anelli sul suo braccio.
Sandro, sono sicura che Elisabetta Maria abbia una buona ragione.

Non capisco mormorò Valentina, confusa, guardando alternativamente il suo piatto vuoto e il volto imperscrutabile della madre. Suo marito, Roberto, si limitò a storcere le labbra con disprezzo.

Elisabetta Maria sollevò lentamente il pesante bicchiere di cristallo.
Non è uno spettacolo, figli miei. È una cena. Una cena giusta.

Annui verso il piatto di Caterina.
Mangia, Caterina. Non vergognarti.

Lei prese la forchetta con timore, ma non toccò il cibo. Gli adulti la guardavano come se avesse rubato loro qualcosa. Ognuno di loro.

Elisabetta Maria bevve un sorso di vino.
Ho deciso che era ora di cenare con onestà. Oggi ognuno avrà ciò che merita.

Guardò Alessandro.
Tu hai sempre detto che la giustizia e il buon senso contano più di tutto. Eccolo, il tuo buon senso. Puro.

Le vene sul collo di Alessandro si tesarono.
Non parteciperò a questa farsa.

E perché no? sorrise Elisabetta Maria. Il meglio deve ancora venire.

Alessandro spinse indietro la sedia e si alzò. Lelegante giacca si tendeva sulle sue spalle larghe.
È umiliante. Ce ne andiamo.

Siediti, Alessandro la voce di sua madre era bassa, ma sufficiente a fermarlo. Non la sentiva così da anni. Da quando aveva smesso di essere un ragazzino e aveva imparato a chiedere soldi come se stesse facendo un favore.

Si sedette lentamente.

Umiliante, Sandro, è chiamarmi alle tre del mattino da un casinò clandestino, supplicandomi di coprire i tuoi debiti perché «Cecilia non deve sapere». E il giorno dopo, seduto a tavola, raccontare a tutti quanto sei un uomo di successo.

Cecilia ritrasse la mano dal braccio del marito, come se si fosse bruciata. I suoi occhi erano freddi e affilati come vetro rotto.

Il tuo piatto è vuoto perché sei abituato a mangiare dal mio continuò Elisabetta Maria senza alzare la voce. Prendi, ma non restituisci mai. La tua vita è un debito che non hai intenzione di ripagare.

Spostò lo sguardo su Cecilia. Lei cambiò immediatamente espressione, assumendo una maschera di compassione.
Elisabetta Maria, ti siamo così grati per tutto

La tua gratitudine, Cecilia, ha un prezzo. Le tue visite coincidevano sempre con larrivo delle nuove collezioni nei tuoi negozi preferiti. Ricordo che dopo il tuo ultimo «saluto gentile», è apparso quel bracciale che ora nascondi così bene tra i capelli. Che curiosa coincidenza, no?

Il volto di Cecilia si irrigidì. La maschera si incrinò.

Elisabetta Maria si rivolse a Valentina. Lei stava già piangendo, in silenzio, le lacrime che cadevano sulla tovaglia immacolata.
Mamma, perché? Cosa ti ho fatto?

Niente, Valentina. Non mi hai fatto niente. E non hai fatto niente per me.

Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero.
Quando il mese scorso sono stata male con una polmonite, il tuo corriere ha portato un mazzo di fiori. Bellissimo. Costoso. Con un biglietto stampato. Non hai nemmeno firmato di tuo pugno. Ti ho chiamata quella sera. Cinque volte. Non hai risposto. Dovevi essere occupata alla tua fiera di beneficienza, dove parli così bene di compassione.

Valentina scoppiò in lacrime. Suo marito, Roberto, che finora aveva taciuto, le posò una mano sulla spalla.
Questo sta andando troppo oltre. Non hai il diritto di parlare così a tua figlia.

E tu, Roberto, hai il diritto? lo fissò Elisabetta Maria. Tu che in cinque anni di matrimonio non hai mai imparato che sono Maria, non Rossi? Per te sono solo un fastidioso conto in banca.

Roberto si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia. Il disprezzo era evidente.

E intanto, Caterina sedeva davanti al suo piatto pieno. Il pesce si raffreddava. La salsa si rapprendeva. Non osava alzare gli occhi.

E Caterina la voce di Elisabetta Maria si fece più calda. Il suo piatto è pieno perché è lunica che non è venuta qui oggi con la mano tesa.

Guardò la nipote.
La scorsa settimana è venuta a trovarmi. Senza motivo. Ha portato questo.

Elisabetta Maria estrasse dalla tasca una spilla consumata a forma di mughetto. Lo smalto era scheggiato, la puntura piegata.
Lha trovata al mercato delle pulci. Ha speso tutti i suoi risparmi. Ha detto che assomigliava a quello sulla mia vecchia fotografia.

Scrutò i volti pietrificati dei suoi figli.
Voi tutti aspettavate che io riempissi i vostri piatti. Lei è venuta e ha riempito il mio. Mangia, piccola. Te lo sei meritato.

Roberto fu il primo a riprendersi. Sorrise, velenoso.
Che scena commovente. Da teatro. Vuoi dire che tutta la tua fortuna ora dipende dal valore di questa cianfrusaglia?

La mia fortuna dipende dalla mia intelligenza, Roberto. La tua, invece, sembra dipendere interamente dalla mia.

Mamma, non sei in te! sbottò Alessandro. Hai organizzato questo circo per umiliarci davanti a una bambina! Ci manipoli!

Vi mostro solo uno specchio, Sandro. Non vi piace ciò che vedete.

Caterina li ascoltava. Vedeva la paura negli occhi dello zio, il calcolo in quelli di Cecilia, lautocommiserazione in quelli di sua madre, la rabbia in quelli di suo padre.

Non avevano sentito le parole della nonna. Avevano sentito solo il fruscio dei soldi che scivolavano via.

Capì tutto. Capì il gi crudele e lunica arma che la nonna le aveva dato per fermarlo.

Valentina, asciugandosi le lacrime, guardò la figlia.
Caterina, di qualcosa. Di alla nonna che non è giusto.

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