Ti vergogni a chiedere cibo a mio figlio?” urlò la suocera, furiosa

**Il Sogno della Nonna**

“Non ti vergogni a chiedere a mio figlio?” gridò la suocera, sentendo parlare di cibo.

“Ludovica, hai comprato tu questa crema?” chiese Beatrice, esaminando il vasetto sullo scaffale del bagno. “È costosissima.”

“No, l’ha portata Alessio,” rispose la nuora, asciugandosi le mani con un telo. “Dice che aiuta contro le rughe.”

Beatrice Maria mise giù il vasetto e strinse le labbra. Suo figlio sprecava soldi in sciocchezze, mentre il necessario mancava. Quella mattina aveva chiamato, scusandosi perché avrebbe portato la spesa solo domani.

“E per pranzo cosa prepariamo?” chiese a Ludovica. “In frigo ci sono solo patate e carote.”

Ludovica alzò le spalle.

“Non so. Magari una minestra?”

“E con cosa la fai? Non c’è carne, né pollo. Solo verdure.”

“Allora sarà di verdure,” disse Ludovica, aprendo il frigo. “C’è ancora cipolla e cavolo. Verrà buona.”

Beatrice Maria scosse la testa. Ai suoi tempi, le donne gestivano meglio la casa. C’era sempre una scorta, si pensava alla settimana.

“E Ginevra con cosa la nutriamo?” chiese, parlando della nipotina di quattro anni. “Non mangerà solo minestra.”

“Farò il risotto,” disse Ludovica, prendendo una confezione di riso. “O pasta al burro. Ai bambini piace.”

“E il burro c’è?”

Ludovica aprì il frigo e guardò nel portaburro.

“Quasi finito. Forse cinquanta grammi.”

Beatrice Maria sospirò. Vivono alla fame, e suo figlio compra creme. Le priorità dei giovani erano sbagliate.

“Ascolta, Ludovica,” disse, sedendosi su uno sgabello. “Perché non vai al supermercato? Almeno pane e latte per Ginevra.”

“Con cosa? Non ho un euro.”

“Come mai? Lavori.”

“Lo stipendio arriverà. Ora il portafoglio è vuoto.”

Beatrice Maria si alzò e camminò per la cucina. La situazione era sgradevole. Alessio tardava, la nuora era a secco, e la famiglia aveva fame.

“La mia pensione è finita in medicine,” borbottò. “La pressione era alle stelle, ho dovuto comprare pillole costose.”

“Aspettiamo domani,” propose Ludovica. “Resisteremo un giorno.”

“E Ginevra? Vuoi farla morire di fame?”

Ludovica si bloccò, cucchiaio in mano.

“Cosa mi suggerisci? Friggere laria?”

“Non lo so! Pensa a qualcosa! Sei sua madre!”

Piccoli passi risuonarono, e Ginevra entrò in pigiama con i coniglietti.

“Nonna, quando mangiamo?” chiese, strofinandosi gli occhi.

“Presto, tesoro,” disse Beatrice Maria, prendendola in braccio. “La mamma sta cucinando.”

Ludovica iniziò a pelare le patate. Erano piccole, piene di occhi, poco invitanti.

“Mamma, posso avere i biscotti?” chiese Ginevra, guardando nella credenza. “Cè ancora la scatola.”

“Sono solo briciole,” disse Ludovica. “Dopo la minestra.”

“Che minestra è?”

“Di patate.”

Ginevra fece una smorfia.

“Non la voglio. Voglio quella con la carne, come ieri da zia Clara.”

Beatrice Maria sospirò. La nipotina aveva ragione: i bambini meritavano cibo vero, non solo verdure.

Ludovica mise la pentola sul fuoco. Le sue mani tremavano leggermente per la stanchezza.

“Ludovica,” disse piano Beatrice Maria. “Perché non chiami qualcuno? Unamica, i tuoi genitori?”

“A che pro?”

“Per chiedere un prestito. Per il cibo.”

Ludovica si girò di scatto.

“Assolutamente no. Hanno i loro problemi.”

“Ma capirebbero.”

“Non sono unaccattona,” rispose fredda.

“I tuoi genitori dove sono? Potrebbero aiutare.”

“Mamma è in ospedale, papà con lei. Hanno spese mediche.”

Beatrice Maria guardò la pentola dove bollivano patate e carote. Non cera profumo, nessun appetito.

“Ascolta,” disse decisa. “Chiamo Alessio. Gli chiedo di portare qualcosa.”

“Ha detto che oggi non può.”

“Proviamo. Forse cambia idea.”

Beatrice Maria prese il telefono e compose il numero.

“Alessio? Sono io Sì, tutto bene Ascolta, proprio non puoi passare? Qui siamo a secco Come niente soldi? E dove sono? Capisco Domani sicuro? Va bene, ci vediamo.”

Riagganciò e guardò Ludovica.

“Dice che domani mattina porta tutto. Ha problemi con i soldi.”

“Allora oggi ci arrangiamo,” disse Ludovica, mescolando la minestra.

Ginevra intanto aveva preso la scatola vuota dei biscotti. Dentro solo briciole.

“Mamma, posso mangiarle?”

“Certo, amore.”

La bambina le versò sul palmo e le leccò. Beatrice Maria la guardò, sentendo il cuore stringersi.

“Ludovica, chiama davvero qualcuno,” insisté. “Almeno per Ginevra.”

“Quante volte? Non chiamerò nessuno!”

“Perché? Lorgoglio?”

“Non orgoglio, dignità. Non chiedo elemosina.”

“Non è elemosina! Sono amiche!”

“Anche loro hanno figli, problemi.”

Beatrice Maria iniziò a camminare per la cucina. La situazione era critica.

“Chiediamo alla vicina,” propose. “La signora Pina aiuta sempre.”

“No.”

“Perché no?”

“Perché è imbarazzante. Non siamo vicine.”

“Ma è gentile. Capirà.”

Ludovica non rispose, continuando a mescolare. Nella pentola galleggiavano solo patate e carote.

“Mamma, quando torna papà?” chiese Ginevra. “Aveva promesso il gelato.”

“Domani, tesoro.”

“Oggi niente gelato?”

“Oggi no.”

Ginevra fece il broncio.

“Perché papà non viene? Non ci vuole bene?”

“Ti ama, lavora tanto.”

Beatrice Maria non resistette.

“Ginevra, vai in camera a guardare i cartoni. Io e mamma parliamo.”

La bambina obbedì. La suocera attese che si allontanasse e si avvicinò a Ludovica.

“Ascolta bene. Una bambina ha bisogno di cibo vero. Non solo minestra.”

“E cosa faccio? Non ho una bacchetta magica.”

“Hai un telefono, conoscenti. Non puoi chiedere?”

“Ho già detto”

“Ma chi ti credi di essere?” sbottò Beatrice Maria. “Una principessa? Nelle difficoltà ci si aiuta!”

“Non mi umilierò!”

“Umiliarti? Chiedere aiuto è normale!”

Ludovica spense il fuoco e la fissò.

“Per te forse. Io no.”

“E allora cosa proponi? La bambina ha fame e tu fai la permalosa!”

“E tu cosa fai? Non hai soldi, ma pretendi che io mendichi!”

“Perché sei giovane, hai contatti!”

“Quali contatti? Lavoro in fabbrica, non in banca!”

Beatrice Maria si sedette, massaggiandosi le tempie. Quel litigio le faceva male alla testa.

“Ludovica, sii ragionevole. Se non amiche, hai parenti.”

“Lontani.”

“E qui nessuno?”

“Una cugina nel quartiere accanto.”

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