**Diario di Luca Bianchi**
Il gelo stringeva la nostra vecchia casa di legno come un pugno di ghiaccio, facendo scricchiolare le travi e costringendoci a rannicchiarci sotto una coperta sottile. Fuori, nel buio pesto della campagna, il termometro segnava meno quindici. Dentro non era molto meglio: la legna scarseggiava, e conservavo gli ultimi ceppi per lalba, quando il freddo si faceva più crudele.
Nella stanza accanto, stretti luno allaltro, dormivano i miei quattro figlila mia ricchezza, il mio dolore, la mia eterna preoccupazione. Il loro respiro regolare era lunico suono che rompeva il silenzio gelido. Io non riuscivo a dormire, rigirandomi nel letto mentre contavo mentalmente gli spiccioli rimasti prima dello stipendio. Come avrei fatto a tirarli fino alla fine del mese? Come avrei sfamato, vestito, protetto quei bambini vivaci e affamati di vita?
Mia moglie se nè andata tre anni fa, scappata dalla disperazione, lasciandomi con quella che chiamò «una tribù», sbattendo il cancello e sparendo per sempre nella grande città. Da allora, sopravvivevo. Destate, lorto ci salvava: patate, pomodori e zucchine che conservavamo per linverno. Ma dinverno dinverno regnava il vuoto. Vuoto nel portafoglio, vuoto nel frigorifero, dove quella notte giaceva solo un pezzo di pane secco, lasciato per la colazione dei bambini.
Poi, attraverso il gemito del vento, lo sentii. Un colpetto leggero, incerto. Non al cancello, ma direttamente alla porta. Alle due di notte. Il mio cuore si fermò per la paura. Chi poteva essere? I carabinieri? Sfortuna? O forse lei era tornata? No, non sarebbe tornata così. A piedi nudi, mi avvicinai alla finestra, scostai la tenda. Nessuna macchina, nessuna luce. Solo nebbia bianca e fitta e una bufera di neve. Il colpetto si ripetépiù debole questa volta, come se a bussare non avesse più forze.
«Chi è?» sussurrai, cercando di non svegliare i bambini.
Dalloscurità arrivò una voce vecchia, spezzata, appena udibile attraverso il vetro tremante:
«Figliolo fammi passare la notte per carità sto morendo di freddo»
Cosa fare? La ragione, corrotta dalla povertà e dalla paura, urlava: «Non aprire! Nascondi i bambini! Chissà chi è!» Ma unaltra voce, più forteil cuore di un padre che riconosceva il grido disperato di unanima in pericolomi fece spingere il pesante chiavistello.
Dietro la porta, appoggiata allo stipite, cera lei. Piccola, curva, completamente ricoperta di neve, sembrava un passero gelato. I capelli grigi e arruffati spuntavano da uno scialle logoro. Il visobluastro per il freddo, rugoso come una mela cottae quegli occhi occhi annebbiati, pieni di lacrime ghiacciate, che mostravano una stanchezza così profonda da farmi rivoltare lo stomaco. In una mano stringeva un bastone nodoso, nellaltra una borsa di tela consumata.
«Entri, nonna» dissi, facendola passare e lasciando entrare laria gelida. «Ma la avverto: qui viviamo modestamente. E per favore, non svegli i bambini.»
«Grazie, figliolo» sussurrò, varcando la soglia e lasciando una pozza di neve sciolta sul tappeto. «Non mi fermerò a lungo. Allalba me ne vado.»
Camminava a fatica. Laiutai a togliersi il cappotto bagnato e gelato, la condussi vicino alla stufa, che conservava ancora un po di calore. Stesi sulla panca una vecchia coperta cucita dalle mani di mia nonna. Poi, vergognandomi della nostra povertà, ricordai il pane. Lultimo pezzo. Senza esitare, glielo porsi.
«Mangi» le dissi. «Non abbiamo altro, mi dispiace.»
La vecchia lo prese con dita tremanti e ossute. Non lo mangiò subito. Prima mi guardò. E in quello sguardo, per un attimo, apparve qualcosa che non era da vecchia. Qualcosa di penetrante, profondo, quasi onnisciente.
«E tu, hai mangiato?» mi chiese piano.
«Io? Io sono forte» risposi, scrollando le spalle. «Lei mangi.»
Lo mangiò lentamente, con gratitudine. Poi si sistemò vicino alla stufa, si coprì con la coperta e fissò le braci che brillavano nel vetro del fornello. Lunico rumore era il suo respiro, sempre più regolare, e quello dei bambini dietro la parete. Pensavo si fosse addormentata, quando improvvisamente parlò di nuovo, senza staccare gli occhi dal fuoco:
«Hai una vita dura, figliolo. Lo so. Solo con quattro figli. Il cuore ti fa male, le braccia ti cadono. Ma sei forte. Ce la farai. Il bene torna sempre come bene. Ricorda queste parole. Per sempre.»
Un brivido mi corse lungo la schiena. Come faceva a saperlo? Chi era? Ma non ebbi il tempo di chiedere nulla. I bambini si svegliarono per la voce sconosciuta. Il più piccolo, Matteo, cinque anni, sbucò da dietro la parete con occhi spalancati:
«Papà papà, chi è?» sussurrò, fissando la sconosciuta.
«È una nonna, piccolo. Si era persa, aveva freddo. Labbiamo fatta entrare a scaldarsi. Torna a dormire, va tutto bene.»
Io, invece, non chiusi occhio fino allalba. Cera qualcosa di inspiegabile in quella vecchia. Quello sguardo che sembrava vedere tutto. Quella voce calma ma precisa, che risuonava non nelle orecchie, ma direttamente nella mente. O forse quelle parole «Il bene torna sempre come bene»
La mattina dopo, era sparita. Quando mi alzai alle sette per accendere la stufa, la panca era vuota. La coperta, piegata con cura. Niente bastone, niente borsa. Nulla. La porta era ancora chiusa col pesante chiavistello, come lavevo lasciata la sera prima. Le finestre pureerano sigillate per linverno, e io stesso le avevo controllate.
«Si sarà svegliata prima ed è uscita mentre dormivo» borbottai, sentendo una strana inquietudine. «Ma come? Come ha aperto quella porta scricchiolante senza svegliare nessuno?»
Cacciai via quei pensieri, attribuendoli alla stanchezza. Dovevo preparare i bambini per la scuola. Uscì in cortile a dare il mangime alle gallinele nostre salvatrici, che ci regalavano almeno qualche uovo. Ma mi bloccai sulla soglia, lasciando cadere la ciotola di legno.
Davanti alla nostra vecchia staccionata cera unauto. Non la vecchia Panda del vicino, ma una macchina nuova, nera, lucida. Una Fiat 500X, versione top di gamma. Mi avvicinai, ipnotizzato. Era vera. Nel cruscotto cerano le chiavi. Sul sedile anteriore, una busta bianca.
Le mani mi tremavano quando la aprii. Dentro, una pila di documenti in perfetto ordine: libretto, certificato di proprietà, assicurazione. Ovunque, nel campo «proprietario», cera il mio nome. E un altro foglio, con una scritta breve, in quella calligra







