Caro diario,
Sono Gelsomina Ricci. Due settimane prima della trasferta io e mio marito Marcello litigammo. Male. Così male che il gatto Nerone, per sicurezza, si nascose chissà dove: non voleva finire in mezzo.
Gli avevo chiesto dei fiori.
“Marcello, comprami dei fiori. Così, senza motivo.”
“Motivo?” rispose senza alzare gli occhi dal telefono.
“Io. Io sono il motivo.”
Lui stette un attimo in silenzio. Poi pensò che, in fondo, era una richiesta razionale. Andò al supermercato. Tornò dopo venti minuti con un sacchetto enorme. Sorrisi, guardai dentro. Tirai fuori un cavolo cappuccio. Fresco, compatto, bianco.
“Questi sono i fiori?” chiesi piano.
“Questo è un cavolo. I fiori costano quindici euro e appassiscono. Il cavolo costa due euro. Per tre giorni ci facciamo l’insalata.”
“Marcello.”
“Cosa?”
“Sei un idiota.”
“Sono il tuo idiota.”
Non gli parlai per tre giorni. Lui non capiva che cosa avesse sbagliato. Io non spiegavo. Poi partì per la trasferta. Milano. Disse: “Lavoro, niente di personale.” Pensai: “Niente di personale. Questo siamo noi.”
Rimase via due settimane. Io restai a Roma con due figli, il gatto, i bucati infiniti, la scuola, l’asilo, le solite uova strapazzate a colazione. E con WhatsApp.
Giorno uno.
Lui: “Arrivato. Camera squallida. Domani riunioni.”
Io: “Bravo. Nerone ha divorato le crocchette e ha miagolato per un’ora chiedendo il bis.”
Lui: “Chi è bravo? Io o il gatto?”
Io: “Il gatto.”
Giorno due.
Lui: “Foto della colazione. Foto dell’hotel. Foto del collega Giacomo, che russa nella stanza accanto.”
Io: “Bello. Qui il rubinetto perde. L’acqua scorre. Ho chiamato l’idraulico. Non è venuto.”
Lui: “Chiama l’amministratore.”
Io: “L’ho chiamato. Ha detto che manderà qualcuno entro tre giorni.”
Lui: “Che deficienti.”
Io: “I deficienti sono quelli che sono andati a Milano.”
Giorno tre.
Lui: “Come stanno i bambini?”
Io: “Il figlio ha preso due, la figlia non vuole cenare. Sono stanca.”
Lui: “Resisti.”
Io: “Grazie, non resisto. Cado.”
Giorno quattro.
Lui: “Oggi al centro commerciale ho visto un coniglio di peluche gigante. Volevo comprarlo per la figlia, ma avevo paura di portarlo in aereo.”
Io: “Tu non hai mai paura di portare una cosa in aereo. Hai paura di spendere soldi.”
Lui: “Mi hai smascherato.”
Io: “Ti avevo smascherato già al primo appuntamento, quando ordinasti un tè senza zucchero e dicesti che lo zucchero fa male.”
Lui: “E tu ordinasti un pasticcino e lo mangiasti tutto senza offrirmene.”
Io: “Perché avevi detto che faceva male.”
Giorno cinque.
Lui: “Oggi mi sono addormentato in riunione. Sul serio. Ho chiuso gli occhi un attimo. Quando li ho riaperti, tutti guardavano.”
Io: “Ti licenziano?”
Lui: “Spero. Sono stanco.”
Io: “Anche io sono stanca.”
Lui: “Stanchiamoci insieme, ma in due città diverse?”
Io: “Stanchiamoci insieme, ma a casa. Quando torni?”
Lui: “Mi manchi.”
Io: “Anche tu.”
Fece una pausa. Poi scrisse: “Sai, adesso ho capito che non mi manca la casa. Mi manchi tu. Mi manca il modo in cui la mattina bevi il caffè e fai la smorfia perché è troppo caldo. Mi manca il modo in cui sgridi Nerone e poi ti impietosisci. Mi manca il modo in cui ridi quando nostro figlio racconta le sue barzellette. Mi mancano anche le tue gambe, anche se non lo dico mai.”
Non risposi. Rilessi quel messaggio cinque volte. Poi piansi. Perché in quindici anni di matrimonio non aveva mai scritto parole così. Lui è materialista, pragmatico, uno che dice “ti amo” solo al compleanno, e pure dopo che glielo ricordi. Quelle parole sembravano scritte da qualcun altro. O forse gli era venuta un’illuminazione.
Giorno sei.
Io: “Ieri eri ubriaco?”
Lui: “No. Sobrio come un giudice.”
Io: “Allora perché quelle parole?”
Lui: “Perché mi manchi. È come l’alcol: il cervello si spegne, la lingua si scioglie.”
Io: “Hai paragonato l’amore all’alcol?”
Lui: “Ho paragonato l’amore all’onestà. A volte per essere onesti bisogna essere un po’ ubriachi. O molto soli.”
Io: “Sei solo? Lì hai i colleghi.”
Lui: “I colleghi non sono te. Non sanno che ho paura del buio e dormo con la lucina da notte accesa. Tu lo sai. E non hai mai riso.”
Io: “Ho riso. Una volta. Quando hai detto che avevi paura del buio perché lì poteva esserci Nerone.”
Lui: “Nerone è una belva. Fa la cacca nelle pantofole. Questo fa paura.”
Io: “Sei un idiota.”
Lui: “Sono il tuo idiota.”
Giorno sette.
Mi svegliai con un messaggio. Scritto alle quattro di notte: “Non dormo. Penso a te. Immagino quando ci incontreremo in aeroporto. Tu con il vestito blu che mi piace. Io con i fiori. Ci abbracciamo e io dico: ‘Scusa se sono così.’ Tu chiedi: ‘Così come?’ Io dico: ‘Silenzioso.’ Tu dici: ‘Ci sono abituata.’ Io dico: ‘È un male.’ Tu dici: ‘È la vita’.”
Non risposi. Ma indossai il vestito blu. Anche se era solo il settimo giorno e l’incontro in aeroporto era previsto una settimana dopo.
Giorno otto.
Lui: “Oggi sono andato allo zoo. Da solo. Ho guardato le scimmie. Assomigliano ai nostri colleghi: fanno smorfie, tirano il cibo, si atteggiano a capi.”
Io: “Sei andato allo zoo da solo? A quarant’anni?”
Lui: “E allora? Ho diritto a un po’ di infanzia. Tu me lo permetti.”
Io: “Te lo permetto. Però manda foto.”
Mandò una foto. La scimmia faceva una smorfia. Anche lui. Risii ad alta voce. I bambini arrivarono: “Mamma, che c’è?” “Il papà fa lo scemo.” “Lui fa sempre lo scemo quando noi non ci siamo.” “Già. Peccato che non ce ne accorgiamo.”
Giorno nove.
Lui: “Ho pensato. Ti ricordi come ci siamo conosciuti? Ti cadde il portafoglio in metropolitana. Io lo raccolsi. Tu dicesti: ‘Lei è molto attento.’ Io dissi: ‘Lei è molto bella.’ Poi andammo a bere un caffè.”
Io: “Ricordo ancora che ordinasti un tè senza zucchero.”
Lui: “E tu un pasticcino.”
Io: “Lo ricordo ancora. Era buonissimo. Alla ciliegia.”
Lui: “Io ricordo come mi guardavi. Come se per te io non fossi un uomo in metropolitana, ma tutta una vita.”
Io: “Eri tutta una vita. Lo sei ancora. Solo che a volte lo dimentico.”
Lui: “Anch’io lo dimentico. Ma adesso no.”
Giorno dieci.
Non scrisse nulla. Dal mattino alla sera, silenzio. Lo chiamai, non rispose. Gli scrissi, non rispose. Cominciai a pensare al peggio: caduto, malato, investito. Nerone mi seguiva per casa chiedendo crocchette. I bambini volevano i cartoni. Io pensavo a lui.
Alle undici di sera arrivò un messaggio: “Scusa. Si è scaricato il telefono. Ho dimenticato il caricabatterie in hotel. Ho passato il giorno a cercarne uno. Alla fine Giacomo me l’ha prestato, ma mi ha fatto giurare che non mi addormenterò più in riunione. Come stai?”
Io: “Ero preoccupata. Pensavo fossi morto.”
Lui: “Sono vivo. Mi manchi. Torno presto.”
Io: “Fra tre giorni.”
Lui: “Fra tre giorni. Vieni a prendermi?”
Io: “Con il vestito blu.”
Lui: “Io con i fiori.”
Io: “D’accordo.”
Giorno undici.
Lui: “Ho comprato i regali. Al figlio il set di costruzioni, alla figlia il coniglio, a te una sciarpa.”
Io: “Non sai scegliere le sciarpe. L’ultima volta hai portato una rosa, e io non metto il rosa.”
Lui: “Non è rosa. È rosa polvere.”
Io: “Il rosa polvere è rosa.”
Lui: “È il colore del tramonto su Milano.”
Io: “Sei un poeta?”
Lui: “Sono un contabile. Ma per te posso diventare un poeta.”
Io: “Non serve. Ti amo contabile. Hai una bella scrittura e i conti tornano.”
Giorno dodici.
Lui: “Domani parto. Vieni a prendermi?”
Io: “Verrò.”
Lui: “Sei agitata?”
Io: “No.”
Lui: “Io sì. Come la prima volta.”
Io: “La prima volta mi andò di traverso il pasticcino e tu mi picchiettasti sulla schiena. Fu imbarazzante.”
Lui: “Per me fu piacevole. Ti sfiorai.”
Giorno tredici. L’incontro.
Ero in aeroporto. Con il vestito blu. Con i bambini. Nerone, naturalmente, non l’avevamo portato: avrebbe fatto una scenata. Guardavo il tabellone degli arrivi. Il suo volo era in ritardo di un’ora. Bevevo un caffè, i bambini giocavano con i telefoni. Pensavo: “Perché ha scritto del caffè, delle scimmie, delle gambe? Non era mai stato così. Forse si è davvero innamorato di nuovo? O è solo la trasferta: lontano dalla routine, dai figli, dalle uova bruciate? Forse a casa tornerà silenzioso, chiederà del cavolo e si chiuderà nel computer?”
Lui uscì dagli arrivi. Con i fiori. Un mazzo enorme. Non ne avevo mai visti così da lui – solo il giorno del matrimonio, e pure allora lo scelse mia suocera. Si avvicinò, mi abbracciò, mi baciò. Disse: “Scusa se sono così.”
Io: “Così come?”
Lui: “Silenzioso.”
Io: “Ci sono abituata.”
Lui: “È un male.”
Io: “È la vita.”
Lui: “No. È un’abitudine. Cambierò.”
Io: “Non serve. Ti amo come sei. Anche con il cavolo.”
Lui: “Il cavolo è stato un errore.”
Io: “Il cavolo è il passato. I fiori sono il presente.”
Andammo a casa. In taxi mi teneva la mano. I bambini si addormentarono. Nerone ci aspettava sulla porta, annusò i fiori, starnutì e andò in cucina.
Misi i fiori nel vaso. Lui spense il computer e lo mise nel cassetto della scrivania. Disse: “Oggi non lavoro. Oggi sono solo tuo.”
Io: “E domani?”
Lui: “Domani sono tuo con il computer. Ma oggi senza.”
Ordinammo una pizza, bevemmo vino, guardammo un film. Un film stupido, d’amore. Ridevo, lui mi abbracciava. Nerone stava accanto e chiedeva il prosciutto.
“Marcello”, dissi. “Cambierai davvero?”
“Non lo so. Ma ci proverò.”
“E se non ci riesci?”
“Allora mi scriverai: ‘Sei un deficiente’. E io ti risponderò: ‘Mi sono mancate le tue gambe’.”
Rise.
“Sei un idiota.”
“Sono il tuo idiota.”
Finimmo il vino, finimmo la pizza. Mettemmo a letto i bambini. Nerone si addormentò in poltrona. Guardai mio marito.
“Sai, anche a me mancavi. Non tu – noi. Quelli che eravamo all’inizio. Allegri, buffi, senza mutuo e senza cavolo.”
“Il cavolo è il simbolo della mia stupidità. Non comprerò più cavoli.”
“Comprali. Ma insieme ai fiori.”
“D’accordo.”
Ci abbracciammo e ci addormentammo sul divano. Perché il letto era già occupato da Nerone.
La mattina dopo andò a lavorare. Con il computer. Mi baciò e disse “ti amo”.
La sera non si dimenticò dei fiori. Entrò in un negozio di fiori e disse: “Mi dia qualcosa di economico, ma che faccia sorridere mia moglie.” La fioraia gli propose delle margherite. Lui le prese.
Io le misi nel vaso. Nerone le annusò, starnutì e se ne andò.
E così ogni giorno.
Questa è la storia. Una storia normale. Semplice. In qualche punto assurda, perfino stupida.
Forse è questo l’amore: un idiota che compra cavoli e poi impara a portare fiori.
E allora? L’amore suona spesso stupido. Ma non vuol dire che non esista.







