Ripenso a quella sera come a una fotografia sbiadita. Eravamo lì, io, Andrea Marchetti, e Giulia Ferri, nella nostra piccola cucina, davanti a un piatto di patate fritte ormai tiepide e a un’insalata. Ricordo che tenevo gli occhi bassi, impegnato a infilzare con la forchetta un pezzo di pollo, e che dissi la frase senza nemmeno sollevare lo sguardo:
«Ho deciso, sabato vado da mia madre. Starò via tre mesi, penso.»
Le parole caddero sulla tovaglia, leggere come briciole di pane. Per me era una cosa decisa, un dovere, non una proposta da discutere. Aspettavo la solita risposta, un «va bene» stanco, o al massimo qualche sospiro di rassegnazione.
Ma non ci fu nulla.
Il silenzio diventò così denso che il rumore della mia masticazione mi parve assordante. Alzai la testa. Giulia non si era mossa. La forchetta era rimasta accanto al piatto, intatto. Guardava la parete, ma non vedeva la carta da parati sbiadita, non vedeva l’orologio. Guardava un vuoto che si era aperto improvvisamente in mezzo alla nostra cucina. Il suo viso era calmo, quasi senza vita. E quella calma mi spaventò più di qualsiasi urlo.
«Non dici niente?» chiesi, con una punta di stizza. «La mamma deve sistemare la recinzione, il tetto della veranda. Da sola non ce la fa.»
Era la mia solita arma, il mio argomento giusto, quello che usavo ogni volta. Tre mesi la prima volta, due mesi e mezzo l’anno prima, e adesso ancora tre. Messe insieme, facevano quasi un anno di matrimonio passato lontano. Un anno regalato a un recinto qualunque e a un tetto di tegole.
Giulia voltò lentamente la testa e mi guardò come si guarda uno sconosciuto seduto per sbaglio al proprio tavolo. Nei suoi occhi non c’era offesa, né rancore. Solo una fredda, distaccata curiosità.
«Andrea», disse piano, e la sua voce riempì l’aria immobile. «Il rubinetto della cucina perde da un mese. Te l’ho detto tre volte. Goccia a goccia. Di notte si sente benissimo.»
Sbattei le palpebre. «Il rubinetto? E che c’entra il rubinetto?»
«Avrei potuto chiamare l’idraulico», mormorò, «visto che a mio marito non gli è mai venuto in mente. Ma non mi serve un idraulico, Andrea. Mi serve un marito. Qui, in questa casa. Io non mi sono sposata per fare la moglie del marinaio, che aspetta il marito per mesi mentre lui naviga sempre nella stessa direzione.»
Sentii il sangue salire. Il discorso non seguiva la solita strada. Lei aveva osato ribattere, aveva osato paragonare il mio sacro dovere di figlio a un rubinetto rovinato.
«Non capisci! È mia madre! Chi le dà una mano se non ci sono io? È una donna sola, non può mica rifare un tetto da sola!»
Era il mio argomento più forte, quello che non falliva mai.
Giulia sorrise storto, ma gli occhi rimasero di ghiaccio.
«Hai ragione. La mamma va aiutata. È sacro.»
Tirai un respiro di sollievo. Ecco, finalmente aveva capito. Invece lei continuò, con la voce ancora più ferma:
«Allora facciamo così. Tu finisci di cenare, fai la valigia e vai da lei. Ripari la recinzione, il tetto, l’orto, tutto quello che serve. E resti lì. Perché se preferisci fare il figlio piuttosto che il marito, io non ti tratterrò. Puoi considerarti libero. Ti mando un messaggio con il nome del mio avvocato.»
Per un momento pensai di aver sentito male. Forse era una battuta, una di quelle scene che le donne fanno quando hanno la luna storta. Provai a ridere, ma mi uscì un suono strano, strozzato. Posai la forchetta. L’appetito era sparito.
«Giulia, ma sei impazzita? Che avvocato? Perché vado a dare una mano a mia madre?»
Cercai di mettere nella voce quella condiscendenza che usi con un bambino che fa i capricci. Ma la sua calma, la sua schiena dritta, il suo sguardo fermo dicevano che non stava bluffando.
«Forse in due anni non sono mai stata così lucida, Andrea. Non è colpa del viaggio. È che tu lì resti. Con la testa, con il cuore, con tutto. Tu non sei mai stato davvero qui. La tua vita è lì, nel giardino di tua madre, con la sua recinzione e il suo tetto. Qui vieni solo a dormire, tra un eroismo e l’altro.»
Balzai in piedi. La cucina mi parve improvvisamente minuscola. Cominciai a camminare avanti e indietro, dal frigorifero alla finestra, agitando le mani, come se potessi scacciare le sue parole.
«Ma cosa stai dicendo? Io faccio due lavori per tirare avanti, per pagare il mutuo di questa casa! Non vado a fare baldoria con gli amici, vado a lavorare! Vado a dare una mano all’unica persona che mi ha tirato su! E tu te ne stai qui, al caldo, e hai il coraggio di rinfacciarmelo? Tu non puoi capire cosa significa il dovere.»
Era la mia arma segreta, il mio scudo. Ma quel giorno lo scudo non protesse nessuno.
Giulia non batté ciglio.
«Io capisco, Andrea. Capisco che tua madre è tua madre. Non ti sto chiedendo di scegliere. La scelta l’hai già fatta. Solo non avevi il coraggio di ammetterlo. E io sono stanca di fare finta di non vedere. Stanca di essere seconda a un sacco di cemento e a quattro assi di legno.»
«Basta, Giulia! Che discorsi sono? Se vado da mia madre, forse è meglio lasciarci?»
La guardai, aspettando che negasse. Invece lei disse, piano:
«Se parti per tre mesi, forse sì. Perché io sono stufa di sentirmi sola mentre tu sei sempre lì.»
Il suo viso era tranquillo, la voce bassa. Eppure ogni parola pesava come una pietra. Mi sentii in trappola. E come sempre, quando non sapevo più cosa fare, chiamai mia madre.
Mi girai, presi il telefono dal davanzale e composi il numero. Nel silenzio della cucina, la mia voce sembrava urlare anche se parlavo piano.
«Mamma, ciao. Sì, tutto bene… quasi. Senti, Giulia ha fatto una scenata. Dice che se parto, divorzia. Sì, sul serio. Dice che scelgo te e non lei… Non so che cosa le sia preso, per niente. Già, hai ragione. Va bene, ti aspetto.»
Chiusi la chiamata e rimisi il telefono sul tavolo con un gesto di trionfo. Non ero più solo. Avevo mandato a chiamare i rinforzi. L’artiglieria pesante.
Rosa Marchetti arrivò in meno di mezz’ora. Non era una vecchina fragile da proteggere. Era una donna alta, dritta, con le labbra strette e uno sguardo che giudicava. Entrò in casa come un’ispettrice, appese il cappotto alla gruccia e posò la borsa di cuoio scuro su una sedia.
«Allora, racconta», disse, rivolgendosi soltanto a me.
Le raccontai la mia versione. Io ero il figlio devoto, Giulia la moglie egoista che non capiva il senso del sacrificio. Parlai della veranda, del tetto, della recinzione, di tutto il lavoro che mi aspettava laggiù.
Rosa ascoltò, annuendo. Poi guardò Giulia.
«Io l’ho sempre detto, Andrea: la famiglia si regge sul rispetto. Rispetto per i genitori, rispetto per i doveri. Un uomo si vede da come cura i suoi cari. E una moglie dovrebbe essere un sostegno, non una zavorra.»
«Mamma, io gliel’ho spiegato!» intervenni, con la voce piena di una sicurezza ritrovata. «Non è un capriccio, è una necessità! Il rubinetto può aspettare, il tetto no! Ma lei non vuole sentire!»
«Succede quando si pensa solo a sé stessi», sospirò Rosa. «Quando il proprio comodo viene prima di tutto. Tu non vai a divertirti, vai a lavorare per il bene di tutti, anche per il suo. E lei ti mette i bastoni tra le ruote.»
Eravamo in due, adesso. Ci alternavamo, ci completavamo, costruivamo un muro di accuse. Non gridavamo. Parlavamo con calma, con la sicurezza di chi ha sempre ragione. Volevamo farla sentire sbagliata, piccola, ingrata.
Giulia aspettò che finissimo. Poi alzò gli occhi e guardò me, non Rosa.
«L’ho già detto: se parti, divorzio. Cosa non ti è chiaro?»
Non era una minaccia. Era un fatto.
La faccia di Rosa si irrigidì. «Ah, ecco. Ultimatum. Ti metti a fare condizioni a mio figlio?»
«Hai sentito, mamma?» esclamai con una risata amara. «Ecco la sua gratitudine. Vuole solo liberarsi di me e dei miei doveri verso di te.»
«Quindi è deciso?» Feci un passo verso di lei. «Qualsiasi cosa non vada come vuoi tu, e subito parli di divorzio? Pensavi di farmi paura?»
Rosa mi si mise al fianco. «Io e suo padre abbiamo vissuto insieme per quarant’anni, e ne sono successe di tutti i colori. Ma una donna che dice al marito di non andare da sua madre, non l’avevo mai vista. Lui va nella sua famiglia, da dove tu l’hai preso!»
Eravamo pronti alla guerra. Pronti a passare la notte a convincerla, a farla piangere, a piegarla. Ma Giulia non rispose.
Si alzò senza fretta, senza rabbia, con una calma vuota. Ci superò, andò in corridoio e tornò con il vecchio borsone di cuoio, quello con cui partivo sempre per andare da mia madre. Lo mise in mezzo alla cucina e aprì la cerniera. Il rumore secco mi fece tirare un respiro.
Andò in camera e tornò con un mucchio di vestiti. Non rovistò nell’armadio, non svuotò i cassetti. Prese esattamente le cose che tenevo da parte per i miei viaggi da mamma: i pantaloni da lavoro sbiaditi, il maglione pesante di lana, due magliette vissute. Li lasciò cadere nel borsone, uno dopo l’altro, con movimenti calmi e precisi.
«Che stai facendo?» La mia voce tremò.
Giulia non rispose. Prese gli scarponi da cantiere dal ripiano, coperti ancora del fango dell’anno scorso, e li buttò sopra i vestiti. Ogni suo gesto era più pesante di mille parole. Non stava gettando via le mie cose. Mi stava preparando per il viaggio. Per quel viaggio da cui, per lei, non sarei mai tornato.
«Basta!» ordinò Rosa. «Giulia, ti ho detto di smetterla!»
Ma Giulia era come sorda. Chiuse la cerniera del borsone. Poi si avvicinò alla mensola delle chiavi, in corridoio. C’erano due mazzi: il suo e il mio. Staccò il mio, lo fece tintinnare un secondo, e se lo mise in tasca. Poi aprì la tasca laterale del borsone, ne tirò fuori il duplicato di casa che tenevo sempre lì, e lo chiuse nella stessa tasca dei suoi vestiti, o forse in quella del suo grembiule. Non lo so. So solo che, in quel momento, capii di essere stato messo fuori.
Prese il borsone, lo portò alla porta, aprì e lo lasciò sul pianerottolo. Si voltò. Guardò me e mia madre, uniti come un esercito, ma ormai senza più armi. Disse solo:
«Ecco, ora sei pronto. Vai. Tua madre ti aspetta.»
E chiuse la porta. Non la sbatté, non si mise a piangere. La chiuse piano, come si chiude una porta che non serve più. Il clic della serratura fu leggero, quasi normale. Ma per me e per Rosa, rimasti sul buio pianerottolo accanto a quel borsone, suonò come un tuono.
Avevamo vinto. Ero libero, potevo andare da mia madre. Solo che, in quel momento, mi accorsi che una casa non ce l’avevo più.







