Aprire la porta al mio ex marito, sono rimasta senza parole: accanto a lui una bionda con scarpe di vernice

**Diario personale**

Aprii la porta allex marito e rimasi senza parole: accanto a lui cera una bionda con scarpe laccate.

“Mamma, perché la zia Simona ha quelle scarpe così belle e tu no?” chiese Annamaria, la mia bambina di sei anni, mentre osservava la vicina dalla finestra.

Posai la tazza di caffè ormai freddo e la guardai. Era in pigiama rosa, il naso appiccicato al vetro.

“Le mie non ti piacciono?” sorrisi, anche se dentro sentii una fitta.

“Non sono brutte, ma sono vecchie. Quelle della zia brillano e hanno il tacco. Tu invece sei sempre in sneakers.”

Mi avvicinai e labbracciai. Nel cortile cera davvero la vicina Simona, elegante nel cappotto nuovo, la borsa alla moda e quelle scarpe che avevano colpito Annamaria. Una donna curata, sui quarantanni, divorziata da poco e già sistemata bene, a quanto pareva.

“Anna, la bellezza non è nelle scarpe,” dissi piano. “È dentro una persona.”

“Ma le scarpe contano,” ribatté lei. “Papà non ti comprava cose belle?”

Al nome di lui, mi irrigidii. Federico se nera andato sei mesi prima, dicendo che non era più felice. Il divorzio non era ancora ufficiale, ma di fatto la nostra famiglia non esisteva più.

“Papà comprava molte cose,” risposi con cautela. “Ma ora viviamo diversamente.”

“E quando torna papà?”

Quella domanda, Annamaria me la faceva ogni giorno. Io non sapevo mai cosa rispondere. Federico la vedeva una volta a settimana, la portava via per qualche ora e poi la riaccompagnava. Lei sperava sempre che, quella volta, sarebbe rimasto.

“Non lo so, tesoro. Forse oggi ci chiamerà.”

Come se avesse sentito, il telefono squillò. Guardai lo schermo: Federico.

“Pronto,” risposi, cercando di sembrare calma.

“Ciao. Come sta Annamaria?”

“Bene. Ti chiede di te.”

“Capisco. Senti, dobbiamo parlare. È importante.”

La sua voce era stranamente formale. Sentii lo stomaco stringersi.

“Di cosa?”

“Non al telefono. Posso passare ora?”

“Annamaria è qui.”

“Riguarda anche lei.”

Riattaccò senza aspettare una risposta. Guardai mia figlia, ancora affacciata alla finestra.

“Anna, papà viene a trovarci.”

Il suo viso si illuminò.

“Davvero? Resta a cena?”

“Non lo so, cara. Vuole solo parlare.”

Corse in camera a vestirsi. Io rimasi in cucina, cercando di calmarmi. Quel tono mi aveva allarmato. Di solito chiamava solo per organizzare gli incontri, non per “parlare seriamente”.

Mi sistemai in fretta: una camicia pulita, i capelli in ordine. Non per lui, ma per me. Volevo sentirmi forte, qualunque cosa fosse successo.

Mezzora dopo, suonarono. Annamaria uscì dalla sua stanza con il vestito buono, quello che teneva per le occasioni speciali.

“È arrivato papà!” gridò felice.

Aprii la porta e lo vidi: Federico, impeccabile in un completo costoso, un profumo che non conoscevo esoprattuttounaria felice. Accanto a lui, una ragazza bionda, sui venticinque anni, un cappotto elegante e proprio quelle scarpe laccate che avevano colpito Annamaria.

“Ciao,” disse lui, come se la presenza di quella donna fosse la cosa più normale del mondo.

Sentii il sangue salirmi al viso. Annamaria si affacciò da dietro di me, fissando la sconosciuta.

“Papà, chi è?”

“Annamaria, questa è Giulia,” accarezzò la testa della bambina. “La mia amica.”

Giulia sorrise, ma era una smorfia forzata.

“Ciao, Annamaria. Papà mi ha parlato tanto di te.”

“Possiamo entrare?” chiese Federico. “Dobbiamo davvero parlare.”

Mi scansai, lasciandoli passare. Giulia osservò lappartamento con unespressione di sufficienza: mobili vecchi, carta da parati scolorita, i disegni di Annamaria appesi alle pareti.

“Sedetevi in salotto,” dissi, cercando dignità.

Ci accomodammo. Annamaria si mise accanto al padre, fissando Giulia con curiosità. Io mi strinsi le mani sulle ginocchia.

“Di cosa volevi parlare?” chiesi.

Lui tossicchiò, nervoso.

“Senti, io e Giulia siamo una coppia seria. Abbiamo deciso di vivere insieme.”

“Complimenti,” risposi secca. “Ma cosa centro io?”

“Vogliamo che Annamaria venga con noi.”

Il mondo mi girò davanti agli occhi. Mia figlia guardò il padre, confusa.

“Dove, papà?”

“A casa nostra, principessa. Abbiamo un appartamento grande, bellissimo. Ti piacerà.”

“E la mamma?”

Federico e Giulia si scambiarono unocchiata. Fu lei a rispondere.

“La mamma resterà qui. Tu vivrai con papà e con me. Sarò come una nuova mamma per te.”

Annamaria aggrottò la fronte.

“Io ho già una mamma. Non ne voglio unaltra.”

“Non fare capricci,” disse Federico. “Non volevi che stessimo insieme? Ora potremo.”

“Ma senza mamma no.”

Raccolsi tutta la mia forza.

“Federico, possiamo parlarne da soli?”

“Non cè niente da nascondere,” scrollò le spalle. “Giulia fa parte della famiglia ora.”

“Famiglia?” Cercai di trattenermi. “Abbiamo una figlia. Pensi di portartela via come un oggetto?”

“Nessuno parla di oggetti,” intervenne Giulia. “Ma ammetterai che stare con suo padre sarebbe meglio. Noi abbiamo stabilità, possibilità”

“E io no?”

“Be” guardò la stanza. “Diciamo che qui non è proprio il massimo. E poi, Annamaria ha bisogno di una famiglia normale.”

Mi alzai.

“Annamaria, vai in camera tua.”

“Ma mamma”

“Per favore.”

Se ne andò a malincuore. Aspettai che chiudesse la porta.

“Federico, sei impazzito?” sibilai. “Come fai a portare qui la tua amante e parlare di portarti via nostra figlia?”

“Elena, sii ragionevole,” cercò di calmarmi. “Guardala in faccia, la realtà. Non hai i soldi per darle una vita dignitosa. Lavori due lavori, Annamaria è spesso sola.”

“Le do tutto quello che le serve!”

“Ma niente di più. Noi possiamo offrirle scuola privata, viaggi, attività Crescerà nel benessere.”

Giulia annuì.

“E poi, una bambina ha bisogno di una figura paterna.”

“Figura paterna?” Cercai di non strangolarmi dalla rabbia. “Quale figura? Quella delluomo che ha lasciato la famiglia per una ventenne e ora vuole insegnare la vita a sua figlia?”

“Ehi, calma,” si intromise lui. “Non ho abbandonato nessuno. Eravamo incompatibili, punto.”

“A me non sembrava. A me sembra che tu sia scappato appena è diventato difficile.”

Giulia si infiammò.

“Non permetto che mi insulti! Io amo Federico, e lui ama me. E riguardo ad Annamaria, sarò una brava madre.”

“Una brava madre?” Mi avvicinai. “Sai che non mangia la ricotta ma adora le frittelle? Che ha paura dei temporali e dorme solo con la lucina? Sai come calmarla quando è agitata?”

Lei esitò.

“Be si impara.”

“Appunto. Io lo so,

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